28 - 15/03/09: Cagliari-Genoa

Cagliari

Autore: 
P.A.P.

Carloforte e Calasetta sono due enclavi liguri in terra sarda, “isole in una isola” hanno mantenuto usi, costumi e soprattutto il dialetto ligure. Non sono un lascito dei secolari legami che uniscono Genova ed il suo “contado” che si estende da Ventimiglia a Rio Maggiore con questa terra silenziosa. Questi liguri vivevano da secoli a Tabarka in Tunisia, ancor oggi si definiscono con orgoglio tabarkini, si trasferirono in Sardegna su invito di S.A.R. Carlo Emanuele III di Savoia Re appunto di Sardegna. I rapporti con i loro vicini arabi non erano particolarmente buoni e l’invito venne accolto con letizia…

I rapporti tra Genova e la Sardegna si perdono nel tempo, in epoca moderna ebbero momenti di tensione e momenti di tranquillità e questi che erano prevalenti portarono proficui scambi commerciali. Andrea Doria era un ammiraglio di gran levatura e per sua scelta “Padre della Patria”, un titolo che lo esentava dalle imposte e che venne scelto in alternativa a quello di “Doge a Vita” per ragioni essenzialmente di modestia, si ritrovò ad essere uno dei più importanti alleati dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo.
I mercanti genovesi si inserirono prontamente nella rete commerciale spagnola dato che gli imprenditori iberici puntarono i loro occhi sull’Atlantico e trascurarono il Mediterraneo, occuparono porti e cale sulle coste spagnole, a Napoli ed in Sardegna. A testimonianza di questa presenza va ricordata la costituzione in confraternita dei genovesi di Cagliari avvenuta nel XVI secolo e la benevolenza loro accordata dal Vescovo e dal Santo Padre. I genovesi esercitarono la mercanzia diventando i più importanti importatori di beni pregiati come lo zucchero e le spezie, i più importanti esportatori dei prodotti agricoli, i più importanti banchieri e finanzieri.
Un legame tanto simbolico quanto concreto tra l’isola e Genova è dato dalla salsa nota come “Pesto” che annovera tra i suoi ingredienti il pecorino sardo; alcuni puristi indicano questo come unico formaggio ammesso e sfuggono l’uso i proporre il Parmigiano in pari proporzione con il tipico prodotto dell’isola.
La prossima giornata calcistica vedrà il Grifone tornare in Sardegna, non come vessillo di una flotta o simbolo di mercanti e banchieri bensì come squadra intenta a riprendere il cammino interrotto per mano dello “special one” e dai sui giannizzeri. Purtroppo le astruse decisioni dell’Osservatorio hanno pesato sulla trasferta e questo comporterà per coloro che sono usi seguire il Genoa ogni dove il dover rinunciare, essendo per questa circostanza limitata la vendita dei tagliandi di ingresso al Sant’Elia solo ai residenti.
Dovranno rinunciare alla trasferta anche gli “Offesi di Siena” che erano già pronti a sbarcare sull’isola in gran numero per dimostrare il loro silenzio. La Sardegna perde suo malgrado l’ennesima “occasione di rilancio” vedendo svanire la possibilità di approdo per migliaia di taciturni che già avevano pregustato l’idea di affollare le rotte Grimaldi e Tirrenia replicando pacificamente il D Day e che una volta sbarcati, pur mantenendo come si suole dire “il petto”, intendevano darsi alla pazza gioia spendendo e spandendo come avvenne nella domenica trascorsa in Toscana.
La cucina sarda è tosta, tra le varie proposte suggerisco i fagottini di cavolo, la zuppa berchiddese, il pasticcio alla carlofortina, la favata alla barbaricina, la trippa alla sarda, la sa seada.
I vini che possono accompagnare quanto sopra potrebbero essere il Carignano del Sulcis, il Monica di Sardegna superiore secco, il Cannonau, il Carignano Passito.

Il Cagliari

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Grifondoro70

Parlare del Cagliari di Allegri è un piacere per chi ama il calcio e un certo tipo di mentalità.
Discepolo di Galeone, dal profeta dell’Adriatico il livornese ha preso sicuramente qualcosa tatticamente, ma soprattutto molto a livello di mentalità: l’amore per la tecnica individuale e per il gioco.
Da calciatore Allegri è stato miracolato grazie all’incontro con Galeone, grande intelligenza e grande tecnica individuale, troppa per gli allenatori italiani, da trequartista non avrebbe praticamente mai giocato, visto quanto era inviso quel ruolo all’epoca, e da mezzala, da centrocampista puro, alle sue qualità avrebbero sempre preferito il classico giocatore da corsa, contrasti, tackle e passaggi regolarmente depositati sui piedi degli avversari.

Da allenatore ha semplicemente messo in pratica quel tipo di mentalità, che gli deriva non solo dall’incontro con Galeone, ma dal modo in cui era giocatore di pallone.
Non ha la lucida pazzia del suo maestro, che lo portava anche ad atteggiamenti tattici scriteriati per i comuni mortali, Allegri gioca un calcio comunque equilibrato tatticamente, ma quel modo di pensare lo si vede nella scelta degli uomini, privilegia sempre i giocatori con maggiore tecnica individuale.
Il calciatore può fare il suo compitino, oppure interpretarlo come qualcosa che gli bruci dentro, col desiderio della giocata.
Sono un appassionato di basket, e lì vincono gli schemi, ma nel calcio vincono i giocatori.
Gli spazi intasati sono il territorio del campione, gli spazi larghi, invece, sono il territorio del tecnico.
Queste sono alcune pillole dell’Allegri pensiero.
Va da sé che un allenatore così, in Italia, sarà sempre sul filo dell’esonero, se perdi 1-0 con dieci giocatori difensivi in campo nessuno ti contesta, se perdi con le punte che fanno le punte e un centrocampo di gente il più possibile capace di giocare a calcio, non ti perdona nessuno.
Tanto per fare un paragone, col Sassuolo ha vinto il campionato di C1 pareggiando solo 6 volte, il Genoa di Vavassori, attrezzato per dominare il girone, pareggiò 14 volte.
A un passo dall’esonero Allegri c’è stato anche a Cagliari, quando ha iniziato con 5 sconfitte consecutive.
Da lì in poi però ha fatto gli stessi punti ottenuti dal Genoa, e basta un confronto tra i due organici per capire la portata dell’impresa dei sardi.
In casa poi, dopo le sconfitte nelle prime giornate, ha perso solo una volta, dall’Atalanta di Del Neri.
Tatticamente lo schieramento vede una difesa a 4, sabato sarà assente per infortunio il terzino Pisano, giocatore importante in grado di dare anche una buona spinta, sostituito, ipotizzo, dall’argentino Matheu, con Agostini terzino sinistro e la coppia centrale col capitano Lopez affiancato da Canini, o in subordine da Bianco.
Il centrocampo è a rombo, o meglio dire a 3.
Mi sono imbattuto in una dissertazione di Galeone proprio sul centrocampo e sulla copertura della zona del campo: la zona ideale sono quei 10-12 metri di campo che puoi affidare a 3 giocatori, per mantenere la specificità del ruolo, chi è regista, chi è mediano destro, e chi sinistro, il centrocampo a quattro è un evidente scarico di responsabilità per i giocatori, ci sono sovrapposizioni di compiti, e c'è un abbassamento dell’attenzione.
Allegri in questo è un fedele discepolo, presenta Conti come punto di riferimento davanti alla difesa, affiancato da Fini a destra e da Biondini a sinistra, unico giocatore mediano puro, ma con gamba per ripartire, e buona partecipazione.
La scelta di Fini a centrocampo denota quel tipo di mentalità di cui parlavo prima, moltissimi altri allenatori avrebbero scelto un giocatore di gamba e di spessore fisico come Parola, mentre Fini avrebbe finito per giocare in un finto tridente, nel caso di attacco a tre uomini.
Allegri invece come prima alternativa ha addirittura l’ex promessa atalantina Lazzari, giocatore che finora ha raccolto poco in rapporto ai mezzi a disposizione, ottima tecnica, ottima propensione offensiva, da ex attaccante, e ottima visione di gioco, e lo inserisce a sinistra a centrocampo, con Biondini, spostato a destra.
Davanti il ruolo fondamentale è quello di Cossu, che agisce tra le linee a completare il rombo, e ha tecnica, idee e ottima mobilità per collegare il centrocampo con le due punte, Acquafresca e Jeda, ma anche Matri, alternativa alla pari dei titolari.
Esiste poi anche una soluzione ancora più spregiudicata, Jeda a fare il lavoro di Cossu, e Matri e Acquafresca di punta.
In conclusione Allegri ha una squadra che non ha paura di rischiare, che non ha paura di tentare la giocata, e che offre il miglior calcio della serie A in termini di pensiero offensivo insieme alla Lazio di Delio Rossi.
Il tutto naturalmente necessità della famosa intensità, è imprescindibile che godano di ottime condizioni psicofisiche, e nel loro momento migliore i sardi correvano, pressavano, arretravano e ripartivano in modo straordinario.
Vedremo sabato se godono ancora di questo stato di grazia.
Ma non dimentichiamo la componente psicologica, c’è stato un calo nelle ultime tre partite appena hanno parlato di uefa, col Toro non sono andati oltre lo 0-0 casalingo, e, visto che nel calcio determinano soprattutto i giocatori, la speranza è che avvertano la pressione del “bisogna vincere”, dell'obiettivo da raggiungere, e dato che dal punto di vista dell’organico non sono giocatori di grandissima levatura complessiva, che paghino da questo punto di vista, perchè giocare a mente libera senza che nessuno ti chieda nulla è più facile.
Ale’ Grifone!

Sul traghetto per la Champions

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Nemesis

Se ai progetti e alle ambizioni del Genoa servisse un modello efficace, e soprattutto compiuto, varrebbe la pena ispirarsi al Cagliari dello scudetto.
Fu un evento clamoroso e inimmaginabile per una "provinciale" che osò inserirsi nell'egemonia Milano-Torino, fino ad allora (nel dopoguerra) violata solo dalla Fiorentina nel 56 e dal Bologna nel 64.
Certo, erano altri tempi, e sulla schedina le 4 grandi non erano ancora le "fisse" sicure di oggi, erano solo "probabili"; anche la marcatura sugli "intrusi" non era così asfissiante ma, se le Tv contavano meno, Allodi faceva già il Moggi, il piduista Franchi istruiva Carraro, e gli arbitri della doppia "elle" (Sbardella, Gonella, Lo Bello ecc) non sfuggivano alla sudditanza trasformandola in norditanza.
Il nostro caro Genoa rifletta su alcune assonanze sarde e, come un diapason, cominci a vibrare se si riconosce in certe note.
Quel Cagliari disegnò una parabola perfetta e dopo anni di tormenti fra B e C, dopo lo spareggio per la A perso con la Pro Patria nel 1954, incontrò sulla sua strada Sandokan Silvestri (dice niente?) che lo guidò alla massima serie nel 64 centrando all'esordio un incredibile sesto posto.
Nel 68/69 arrivò secondo ma, fra tutti gli addetti, prevalse l'idea che la Fiorentina gli avesse sottratto il titolo che avrebbe meritato.
Finalmente nel 69/70 arrivò lo scudetto, sacrosanto, che andava oltre la vittoria sportiva e segnava la rivalsa di un popolo che, con la fionda di David, sconfiggeva Golia.
Per la verità, quella fionda si chiamava Gigi Riva, e non era l'ometto insignificante che oggi bruca tra i pascoli della nazionale.
Era "Rombo di Tuono", la materializzazione della potenza e dell'efficacia, il giustiziere dei ladri di cavalli, l'eroe buono che non tradisce i sardi e sbatte il "gran rifiuto" in faccia ai miliardi di Moratti Senior, di Fraizzoli e, per la par condicio, anche di Agnelli.
La leggenda racconta che, per godersi le sue imprese, perfino il bandito Mesina, l'ultralatitante Grazianeddu, scendesse dalla Barbagia all'Amsicora, e pare che diversi pregiudicati siano stati arrestati proprio allo stadio: non lui, che inviò una cartolina a Gianni Brera per ringraziarlo di come trattava il Cagliari.
Dopo quel trionfo, un 7° posto, poi un 4°, un 8° e un 10°: insomma, il lento e inevitabile ridimensionamento fino alla retrocessione del 75/76.
Nell'anno del secondo posto la coppia-goal era Riva (21 reti) e Boninsegna (9 reti) ma, per costruire lo scudetto, la società preferì vendere quest'ultimo all'Inter: erano entrambi mancini, egoisti, spesso litigiosi, e Bonimba si prese anche 11 giornate di squalifica in una botta sola.
In cambio arrivarono Domenghini, Gori e Poli, e il baratto fu azzeccato in pieno.
Il Gasperini di quel Cagliari era Manlio Scopigno, detto il filosofo, simile al nostro per competenza tecnica e sagacia tattica, ma immensamente superiore per l'umanità dei rapporti, per la raffinata cultura e per l'apparente disincanto con cui sdrammatizzava le situazioni critiche.
In più non disdegnava whisky e sigarette, e i giocatori si adeguavano con piacere.
Rubinho era Albertosi, assai meno mistico e ben più edonista, ma senza confronto tra i pali e nelle uscite... e anche nei rinvii.
Il Ferrari poteva essere Cera, una specie di Milanetto che Scopigno s'inventò "libero" per l'infortunio del titolare Tomasini, e che fece così bene da meritare la Nazionale ai mondiali del Messico.
Sculli era Domenghini, un esterno che spadroneggiava la fascia segnando anche 8 reti, e penso che per avere uno così Gasperini venderebbe anche la madre... ma non Sculli.
Thiago Motta... e mi scuso per l'ardire, cercò di esserlo Ricciotti Greatti, a cui gli ingrati genitori regalarono il fardello di un nome improponibile. Era lui che teneva insieme la squadra e, benché sottovalutato, aveva grande tecnica, ottima corsa e una visione impareggiabile, tale da suscitare l'accanito interesse della Juve.
Milito, pur con caratteristiche tecniche opposte, si può riconoscere in Riva, come finalizzatore di ogni azione e come simbolo del goal. Per due volte si ruppe una gamba e in entrambe riuscì a risorgere, e il suo occasionale marcatore passava sempre una pessima domenica-notte, con quel Giggirriva che gli faceva goal perfino nei sogni, di testa, al volo, in rovesciata, da lontano e di rapina.
L'agilità di Gori somigliava a quella di Palladino e l'imprevedibilità di Nenè a quella di Jankovic, ma per fortuna il Genoa non ha in squadra il clone di Comunardo Niccolai (altri genitori spiritosi), il più grande autogoleador della storia. Di lui, Scopigno dirà: "mi sarei aspettato di tutto dalla vita, ma non di vedere Niccolai in mondovisione".
Eppure, l'aneddoto più sfizioso non riguarda un'autorete, ma solo un tentativo non riuscito.
Al 90° il Cagliari sta vincendo 2-1 a Catanzaro. Un attaccante giallorosso cade in area e la palla arriva a Niccolai, appostato fuori area. Dagli spalti si ode un fischio e Comunardo pensa che Lo Bello abbia decretato il rigore, ma non è vero. Stizzito, reagisce tirando una sventola nella sua porta e costringe un compagno a deviare con le mani: rigore e inevitabile pareggio. Roba da Gialappa's.
Ci sarebbe anche da accostare Biava a Martiradonna, ma visto che siamo in zona 8 marzo, meglio lasciar perdere la provocazione insita nel suo cognome. Tra l'altro, Bernardini l'aveva già avvertito: "con un nome così non potrai mai andare in nazionale".
Solo per la cronaca, e giusto per dare una dimensione al tempo, mentre il Cagliari vinceva lo scudetto il Genoa precipitava in serie C, desideroso di giocarsi ben 8 derby con Entella, Spezia, Savona e Imperia: li vincerà tutti tranne la trasferta (si fa per dire) di Imperia.
Ecco spiegato perché le due squadre rossoblu, in serie A, s'incontrarono poche volte, cominciando nel 1964/65: 1-1 al Ferraris, Riva e Zigoni, e prima sconfitta in Sardegna con il solito rigore del solito Lo Bello.
Nel 1973/74, ancora 1-1 a Genova e, incredibile a dirsi, prima e ultima vittoria laggiù: un goal di Simoni al 2° minuto scandisce l'evento, per ora esemplare unico, ma la legge dei grandi numeri incombe e ci fa sperare. Piccola nota: sulla panchina del Genoa c'era l'ex Silvestri.
Da lì in poi il bilancio si farà sconsolante per noi, e il totale decreta una maledizione: a Cagliari 20 incontri, 1 vittoria, 6 pareggi e 13 sconfitte, alcune delle quali firmate da grandi arbitri... Bergamo & Pairetto su tutti, ma anche Castellani e D'elia (il boia del S.Elia)... oppure scandite dalle maniacali segnature di Francescoli e Suazo.
La novità di oggi è che il Genoa si presenterà con una difesa di 65 anni e 4 mesi in 3, più o meno l'età del solo Maldini, e al Nuovo Cinema S.Elia si proietterà il film... "Non è un paese per vecchi".
Milanetto sarà chiamato a interpretare il copione di Motta e, al contrario degli attori, si spera che reciti con i piedi.
Per Milito invece, si confida che voglia anticipare la Pasqua di resurrezione, con sorpresa dentro l'uovo.
Sabato non ci sarà nessuna Caralis in rotta per la Sardegna perché, il facile giochino dei divieti, ancora una volta impone la "curva Sky" a tutti i trasfertisti.
Il mistero del quarto posto è il giallo del momento: continua a sfornare colpi di scena e anche il Genoa è in lista d'attesa.
Ha preso il suo bel numerino e aspetta, sperando che i soliti raccomandati non gli passino avanti.
Nella coda si cazzeggia e si chiacchiera, e il genovese si mischia al toscano e al romanesco, anche perché ora c'è pure la Lazio, favorita dal fatto di aver già subìto e superato la crisi stagionale, che tocca a tutti come l'influenza. Speriamo che il vaccino dello staff funzioni.
Il Genoa è condannato a vincere, o almeno a provarci sempre, perché il pareggino è come il poster di una bella donna: ti piace, la guardi, l'ammiri, ma non ci combini nulla.
La regola dei 3 punti invita all'ebbrezza e, non so voi, ma io preferisco anche una sola bottiglia di Amarone rispetto a 3 cartoni di Tavernello e, dopo aver tentato, nessuno (spero) frignerà se dovessimo sbronzarci con la Ferrarelle.
Anche perché, dopo i tanti complimenti, dopo il bel gioco e la palla a terra, dopo la personalità in campo e lo stile fuori dal campo, sarebbe un peccato che della Champions ci restasse solo la voglia.
Mi torna in mente l'exploit di un caro amico che, cenando in un ristorante di gran classe, si trovò davanti un piatto ben guarnito ma con solo tre ravioli dentro. Fingendo la gag dell'assaggio, urlò al cameriere: "sono cotti, portate pure gli altri!".
Quindi, signor Gasperini, ci provi, perché qui l'appetito non manca.