22: Napoli-Genoa

Roba di questi tempi

Autore: 
delcu

Partite d’altri tempi. Quando l’inverno era rigido come il colletto delle camicie e dove non tirava la tramontana, era bora. Sfide d’antan sotto torrenziali rovesci che rendevano i campi simili a cortili per maiali, in cui la palla schizzava veloce sull’erba, dove c’era l’erba, o s’impantanava specie sulle fasce, salvo regalare qua e là rimbalzi imprevedibili. Solitamente a quei tempi le squadre combattevano con ardore speciale ma anche con palese attendismo e grinta figlia d’attenzione e rispetto. Era l’era dei due punti a vittoria e del pareggio che ne regalava uno a testa. Quando il futuro era roseo e il presente era Nereo.
 

Il calcio raramente era spettacolo, ma gli scontri, le fughe, i rimpalli, i lanci e le mischie lo rendevano uno sport completo, che conteneva in sé il senso del rugby, del cricket, di pallamano, pallanuoto e palla prigioniera, ma anche dei fiorentini in costume e delle corpulente ex-pin-up in tanga. La squadra di casa cercava di far sua la posta in palio, e quella ospite (se non si chiamava Milan, Inter o Juventus) si riparava dalla grandinata di azioni sotto i portoni della difesa, serrandoli con lunghi catenacci, a cinque o più maglie, a volte addirittura nove.
Ah, il catenaccio…lontano ricordo in bianco e nero, spazzato via dal calcio prosecco delle nuove generazioni, dalla spettacolarità di un giuoco che deve essere televisivo e da attaccanti o presunti tali che sono in realtà terzini rubati alla loro metacampo o medianacci privati del metacarpo.
Roba d’altri tempi.
Più o meno di questo epico programma d’essai ci hanno partecipato Napoli e Genoa, due squadre dagli obbiettivi opposti (a un De Laurentiis che esclama “alla champions ci ho sempre pensato” si contappone un socio gormita che conferma “parte sinistra della classifica”), dagli investimenti dissimili e dall’andamento diseguale. Ora il Napoli è terzo e il Genoa fluttua tra l’ottavo e il dodicesimo, Mazzarri ha dato nerbo alla sua squadra in casa e fuori (forse più fuori), Gasperini si è tenuto quello che già aveva sotto la Nord e non ha ancora trovato gioco e risultati in trasferta.
Ieri ci hanno aiutato il campo, il clima, l’imprecisione dei centrocampisti napoletani, la scelta iniziale del livornese di schierare Maggio e Aronica sulle fasce, l’arbitro Morganti per cui la mano può essere quella di vernice o di poker, ma difficilmente è quella del fallo, la traversa che non ha voluto far segnare un giocatore azzurro e scarso nemmeno quando ha fatto il fenomeno, il palo che non ha voluto far giocare un giocatore viola e scarso nemmeno quando ha fatto l’imitazione di Casaciof.
Per il resto è il solito Grifone formato trasferta, con in più un giocatore alieno a qualsivoglia schema che non sia “butta la palla di là che la rincorro”. Non ci resta che sperare in Acquafresca. L’hondureno non ha difeso una volta il pallone, fa salire più il colesterolo cattivo della squadra, non la becca mai di testa e ha fatto una sola volta sponda in un’ora.
Poteva essere l’uomo ideale per il 4-5-1 del Giovane Sonetti di Grugliasco, imbottigliato nella propria tre-quarti: lancio all’altezza del cerchio di centrocampo e poi via, nelle praterie verdi correndo i 50 metri in cinque secondi e mezzo e offrendo il pallone come dono votivo alle divinità del non gioco. Ma per pungere, non solo contro un Napoli sottotono, ma ovunque, ci vuole qualcosa di più, quella manovra corale che in casa appare inevitabile, quell’avanzare palla a terra e andare decisi su ogni pallone, anche estemporaneamente in tre sul portatore, se è necessario.
Comunque il Genoa porta a casa un punticino importante (ne mancano solo 8 alla salvezza) e torna a far risultato lontano dal Ferraris. Lo fa schierando la difesa a cinque e mettendo Rossi a spolverare la propria mediana, lasciando Milanetto libero di verticalizzare e piazzandogli basse le “ali” Palacio e Mesto, con l’inguardabile centroamericano davanti. Forse l’arguto mister ha pensato che con un campo del genere non si poteva giocare palla a terra, e ha optato per le “palle a terra” di chi ha visto la partita. Sempre più matura l’idea che Dainelli, rispetto a Esposito, abbia soltanto un gran senso della posizione e che nella difesa a 5 si senta a suo agio, perché può comandare il battaglion. I piedi sono quelli di Nazzareno Canuti a fine carriera (quando si permetteva di toccare la palla) e la tempestività quella del pronto soccorso di Gela. Una nota per l’involuzione di Moretti, colpito anch’egli dalla sindrome di Sasà, e per la scomparsa di Juric, dopo tanti anni di onorata carriera in catene di montaggio e smontaggio di tutta l’area mediterranea.
Come sempre stoici, gloriosi e unici i tifosi che si sono sobbarcati la trasferta, beccati l’epico acquazzone e hanno fatto festa in uno stadio che ai fumi preferisce purtoppo i raggi laser.
Roba di questi tempi.

pagella di Napoli-Genoa

Autore: 
edoardo

Amelia: 7. Comincia ciccando un cross in uscita alta. Poi sempre attento e reattivo. Dà fiducia alla difesa.
Biava: 6. Fa quel che deve, mordendo le caviglie agli avversari.
Dainelli: 6. Sicuro soprattutto quando la squadra si stringe in area. Nei rilanci così così.
Moretti: 5,5. Bene sotto l'aspetto difensivo, ma, con la palla tra i piedi, due o tre volte perde la bussola e serve gli avversari.
Sokratis: 6,5. Tiene Hamsik e prova anche a spingere. Nel finale prova a portare su palla per fare respirare la difesa.
Rossi: 6. Nel primo tempo corre e lotta, ma fa spesso confusione. Meglio nel secondo tempo sulla fascia.
Milanetto: 6,5. A volte in minoranza a centrocampo non perde mai la bussola.
Criscito: 7. Il migliore in campo nel primo tempo, bene anche nel secondo.
Mesto: 6. Sufficienza risicata per la quantità, ma quando si tratta di concretizzare in attacco sbaglia quasi sempre la scelta.
Suazo: 5. Dovrebbe giocare senza paraocchi. Le poche volte che la becca, non vede mai il compagno a cui servirla. Si mangia il gol del vantaggio all 22 del pt, quando non serve Palacio in un 2 contro 1 micidiale.
Palacio: 6,5. Non tocca moltissimi palloni, ma fa sempre la cosa giusta.
Sculli: 6. Entra al posto di Palacio e aggredisce tutti. Ha sul piede una palla gol, ma tira alto.
Acquafresca: 6. Sostituisce Suazo e copre un pochino meglio sui rilanci. Gioca con le scarpe di paperino.
Juric: 5,5. Fa concorrenza a Moretti per l'approssimazione degli appoggi e spesso sembra a disagio.
Gasperini: 6. Prepara una partita alla Mazzarri, accettando i duelli in mezzo al campo. Si copre con il Papa e si affida al contropiede, ma l'arma Suazo appare spuntata.

Napoli...

Autore: 
P.A.P.

Il 16 settembre del 1973 il Genoa avrebbe dovuto scendere in campo a Napoli, avrebbe disputato la prevista partita di Coppa Italia; non se ne fece nulla perché la squadra rossoblu non arrivò al San Paolo e nemmeno in Campania.
In quell’ultimo scorcio d’estate la situazione economica non pareva delle migliori e sul finire dell’anno vennero presi via una serie di provvedimenti noti con il nome di austerity, il più noto fu probabilmente il divieto della circolazione delle auto private a partire da domenica 2 dicembre...
Non fu la difficoltà di trovare carburante a far saltare la partita, a Napoli nel mese di settembre “scoppiò” il colera ed i calciatori del Genoa non ne vollero sapere di partire, il Comune di Genova si oppose all’inversione di campo, la partita venne vinta dai partenopei a tavolino, il Genoa fu penalizzato di un punto da scontare in campionato.
Il colera a Napoli era una ghiotta occasione; dopo le iniziali prudenze, i giornali ed i telegiornali si “buttarono sulla notizia” e dipinsero il capoluogo campano come una città del terzo mondo sebbene colma di problemi e tra questi una certa difficoltà nella raccolta dei rifiuti, la città reagisse con un ordine ed una solerzia inaspettate.
Per i soliti, avvezzi a dipingerla come paradigma dell’Italia sempre ”pizza e mandolino”, era dura.
Alcuni senza aver uno straccio di prova arrivarono ad accusare le autorità di nasconderei morti nei cimiteri, altri senza temere vergogna vaticinarono scenari apocalittici.
Non macò nulla del repertorio moderno: vi fu chi si distinse nel considerare il colera come un sintomo di un malessere sociale e passò il tempo a concionare sui giornali ed in televisione, vi fu chi si peritò di cercare le cause “a monte” e chi a mare... vennero presto individuati gli “untori”: quelli che a Napoli chiamano cozze e a Genova muscoli, coltivati nelle acque inquinate del golfo.
Curiosamente il “vibrione” che non è una amenità per “signorine” in cerca di rimembranze in solitaria della gioventù, bensì il batterio responsabile della malattia, si trovò solo negli ammalati; infatti nelle cozze o muscoli che dir si voglia vi era un concentrato tale di colibatteri che impedivano al vibrione del colera di sopravvivere.
Dopo tre mesi l’emergenza finì, finì per il lavoro affidabile, continuo e discreto dei medici e non solo... la popolazione si dimostrò migliore delle caricature che ne fecero i media.
Alcuni anni dopo, il 2 ottobre 1977, il Genoa da Napoli ritornò con un pareggio per zero a zero e ritrovandosi tutto solo primo in classifica dopo quattro giornate.
Il Secolo XIX pubblicò nei giorni successivi, doveva essere martedì perché il primo giorno lavorativo della settimana era appannaggio della Gazzetta del Lunedì supplemento al Corriere Mercantile, una vignetta dove il Grifone artigliava lo scudetto.
Coloro sono solitamente attenti alle “coincidenze”, ricordando come si concluse quel campionato, immagino indichino il quotidiano come “beneaugurante”.
Fossati è uno dei pochi Presidenti del dopoguerra che potrebbe affermare : “con me alla guida il Genoa è giunto al primo posto solitario in Serie A”...
Gli anni settanta furono anni terribili, gli episodi peggiori furono quelli firmati dal terrorismo sia “rosso” che “nero”, erede diretto delle violenze politiche nelle scuole e nelle università che incubò dalla seconda metà degli anni sessanta; entrambi si lasciarono dietro una scia di morti, feriti ed invalidi impressionante.
Uno dei tanti aspetti bizzarri dell’Italia è quello che porta questa manica di assassini a pontificare riveriti vuoi sulla stampa, vuoi negli atenei, vuoi nelle televisioni quando sarebbe meglio lasciarli nell’oblio.
Il “terrorista” si è avvalso sempre di vari benefici pur avendo le mani sporche si sangue, lasciando così dei “puffi”, per contro un “ladro di polli” la pena la sconta per intero e paga il suo debito.
Il 16 maggio del 1982 il San Paolo vide nuovamente le due squadre in campo e fu un altro pareggio, questa volta per due a due, in quella circostanza il Genoa più che il temuto amico del giaguaro trovò sulla propria strada un giaguaro per amico...
Nacque quel giorno il “gemellaggio” tra le due tifoserie, un “gemellaggio” che certe teste vuote capaci di riempirsi solo delle più insulse scemenze avrebbero il piacere di compromettere come accaduto con il gemellaggio che vedeva uniti i genoani e granata.
Alcuni comportamenti avvenuti in occasione dei recenti Genoa Napoli, comportamenti tenuti da una infima ed infame cerchia di imbecilli ne sono stati un esempio.
Evidentemente per alcuni l’amicizia, un sentimento che implica lealtà, è dura da digerire; magari perché incapaci di mostrarla.
Un altro esempio di cretineria da scoglionati i medesimi bellimbusti lo hanno dato in occasione della recente partita Genoa Catania di Coppa Italia.
Molto meglio per costoro che si piccano di dare patenti di genoanità e di cavare dal cilindro della loro limitatezza il classico “meritate Mengo, Carfora, Pelliccia e Scatamburlo” seppur ai tempi dei citati la loro presenza al “Ferraris” non fosse così assidua come millantato, godere di una fanfaronata faraonica come un bel “Yes we go”... a questi viaggiatori non resta che augurare di visitare questo e soprattutto quel paese.