31 - 11/04/09: Genoa-Juventus

Genoa - Juventus 3-2

FINITAAA!!!!!!!
93 Cross a campanile di Marchisio, facile  presa di Rubinho.
4 minuti di recupero
89 Grande apertura di Olivera per Rossi che prova a sorprendere Buffon con un esterno destro alto sulla traversa
87 PALLADINO !!!!!! lancio di Olivera che trova Rossi sulla fascia, cross e tap-in di Palladino dal dischetto
85 Palladino tira da 25 metri centrale, facile per Buffon
84 Ammonito Marchisio per fallo da dietro su Juric
83 Grygera - Iaquinta - Nedved in mezzo ad una difesa un po' ferma, GOL DI IAQUINTA
79 Escono Sculli e Jankovic, entrano Sokratis e Olivera. Cross di Marchionni, Rubinho blocca in uscita bassa
78 Tiro di Motta dalla distanza ma non centra la porta. Ammonito Bocchetti per fallo su Del Piero
75 Grygera stende Criscito che lo aveva bruciato sullo scatto: ammonito
73 Entrano Grygera e Marchionni, escono Legrottaglie e Zebina
72 Corner per il Genoa: Jankovic di testa colpisce il palo esterno
71 Miracolo di Buffon su colpo di testa ravvicinato di Sculli
70 Del Piero sul fondo salta Biava ma il suo tiro cross viene respinto da Rubinho
68 Sculli taglia dalla fascia destra ma il suo tiro strozzato esce a lato
66 Diagonale debole di Sculli, nessun problema per Buffon
64 Espulso Camoranesi per fallo scomposto su Sculli
: lo juventino ammette la colpa e si scusa con Sculli
63 Quattro corner di fila per la Juve
57 fiammata della Juve: Nedved tira dopo sponda di testa di Iaquinta, ma Biava salva sulla linea, sul proseguimento dell'azione tiro alto del ceco
53 Sontuosa azione personale di Palladino che si porta a spasso mezza Juventus prima di essere steso da Zebina che viene ammonito
51 Sculli anticipa Molinaro pericolosamente lanciato a rete
49 Lancio di Poulsen, Iaquinta anticipa Bocchetti ma il tiro e' facile preda di Rubinho
46 Collisione Chiellini-Molinaro con quest'ultimo che si rialza a fatica dopo un paio di minuti
Inizia il secondo tempo: si riparte con le formazioni che hanno concluso i primi 48 minuti.

Rocchi fischia la fine del primo tempo subito dopo il gol. Al riposo Genoa - Juventus 2-1.
48 GOL DI THIAGO MOTTA
corner conquistato e battuto da Criscito, colpo di testa dell'italo-brasiliano che si infila nel sette alla sinistra di Buffon
44 GOL DI DEL PIERO "ladri, ladri" la colonna sonora che accompagna il ritorno dei bianconeri a centrocampo
43 rigore regalato alla Juve, Ferrari in scivolata colpisce nettamente il pallone. Ammonito Ferrari.
40 Nedved in un contrasto aereo procura con una gomitata un vistoso taglio a Mesto costretto ad uscire. Entra Rossi
35 Jankovic di testa su corner di Juric ma non riesce a centrare la porta
32 Colpo di testa di Legrottaglie alto sopra la traversa
28 GOL DI THIAGO MOTTA
che batte Buffon sul primo palo con un tiro dal limite. Proteste della Juve per un fischio (fallo su Mesto) immediatamente prima del gol
21 Cross un po' sbilenco di Juric, Jankovic cerca la rovesciata dal limite dell'area
15 ruba palla Juric, pronto il tiro di Sculli sul  secondo palo. Buffon blocca in tuffo
13 Percussione di Del Piero fermato da Motta con contrasto deciso ma pulito in area
12 Azione confusa in area bianconera con tiro di Palladino fermato da Legrottaglie forse con la mano
6 Cross di Mesto, Palladino sul secondo palo stoppa e calcia verso la porta con Legrottaglie che respinge a Buffon battuto
4 Corner di Juric, Biava colpisce di testa ampiamente oltre la traversa
Genoa che nel primo tempo attacca verso la Sud.
Minuto di silenzio assoluto in memoria delle vittime del terremoto in Abruzzo.

Formazioni

Genoa: Rubinho, Biava, Ferrari, Bocchetti, Mesto, Motta, Juric, Criscito, Jankovic, Palladino, Sculli
Juventus: Buffon, Chiellini, Legrottaglie, Zebina, Molinaro, Camoranesi, Poulsen, Marchisio, Nedved, Del Piero, Iaquinta
Arbitro: Rocchi di Firenze

Genoa-Gasperiniana

Nemesis ha magistralmente narrato un incontro “ lontano, lontano nel tempo”, un Genoa-Juventus disputato nel corso della seconda guerra mondiale. Quel giorno era il 9 febbraio del 1941. Scorrere le Sue parole fa ripensare ad una Genova in lobbia, ad immagini color seppia, a dagherrotipi che ritraggono antenati austeri, agli eleganti caffè, ai mondani teatri, alle ballerine dalla coscia tonica e lesta, alla borsa di De Ferrari, agli “scagni” di Banchi, agli opifici dei cantieri Odero e dell’Ansaldo, agli opifici meno noti ma altrettanto rimpianti denominati Mary Noir e Cebà…
La Genova di fine ottocento e la Genova del primo dopoguerra erano molto differenti da quella di oggi. Via XX Settembre già Via Giulia era la vetrina della città, vi erano numerosi negozi che offrivano prodotti di pregio ed erano vanto della famiglia proprietaria. Non mancavano le “telerie” oramai quasi tutte scomparse, resiste egregiamente “Ghiglino” che non a caso ha come data di nascita quel 1893 che a molti qualcosa potrebbe suggerire mentre “Crovetto” ha recentemente trasferito l’attività dalla sua sede storica a Via Vernazza. Grazie a Dio i genovesi possono farsi fare ancora la camicia scegliendo ottimi tessuti… per i bifolchi vi sono le grandi catene che vendono stracci firmati.
La città si arrampicava inesorabilmente sulle colline alle spalle del Centro Storico e da Piazza Corvetto percorrendo via Assarotti si giungeva negli eleganti viali del quartiere di Castelletto. Questi viali partono da Piazza Manin per arrivare alla Spianata, da lì per Corso Carbonara scendere al Carmine e per Corso Firenze e Corso Ugo Bassi giungere a Principe. Alla Foce si aprivano alcune larghe strade alberate come Corso Torino. In alcune foto dell’epoca si può notare come l’unico mezzo do locomozione che ingombri la strada sia il tram. All’angolo tra Corso Torino e Corso e Buenos Aires vi sono gli uffici del Credito Italiano, meglio chiamarlo ancora con i suo storico nome, già agli albori del ‘900 vi era uno “sportello”: quello della “Società Bancaria Italiana”.
In quel giorno di febbraio del 1941 il Duomo, dove ha la Cattedra il Cardinale Arcivescovo di Santa Romana Chiesa, venne colpito senza essere danneggiato come poteva essere negli auspici della bordata Anglicana da “381”… Con buona pace di alcuni amici Dio non solo c’è, ma è anche cattolico.
La facciata della Cattedrale venne rifatta nel XIII secolo secondo un gusto gotico, nei secoli successivi non vennero rifatte facciate delle chiese, ma facce che con i ritrovati della chimica assumono linee da canotto; alcune essendo di bronzo necessitano solo di una lucidata. Nella lunetta e per lunetta intendo l’elemento architettonico che nulla a da fare con il calcio, venne raffigurato il martirio di San Lorenzo uno dei quattro patroni di Genova. Occupa questo rango con San Giorgio, San Giovanni Battista, San Bernardo.
All’interno vi sono tre navate e varie Cappelle, notevole è quella del Battista. Le ceneri del Santo vennero traslate a Genova dopo la prima e benemerita Crociata volta a liberare il Santo Sepolcro dalle grinfie barbare degli infedeli. In realtà i Genovesi capitanati dall’Embriaco miravano alle reliquie di San Nicola, ma i baresi erano stati più lesti di una decina di anni. Vi furono alcuni genovesi che blaterarono di complotti orditi per compiacere la potente famiglia dei Mattaresi, ma essendo i Genuensi di allora gente che non limitava l’uso della testa al sostegno del cappello li presero a pedate e traslarono in Duomo le ceneri del Battista. L’altare è del cinquecento e altrettanto interessante è la Cappella di San Giorgio.
I Genovesi sono sempre stati generosi ed i maniman dell’epoca cocessero l’uso del loro vessillo agli inglesi, alla Lega Lombarda e finanche ad un borgo che si incontra andando verso Sestri costeggiando il mare. Quelli a righe non avevano le pezze con cui rattoppare le brache e probabilmente nemmeno le brache, figuriamoci s avevano una bandiera.    

"Genoa-Juve nonostante la guerra"

E’ il 9 febbraio del 1941.

L’Ammiraglio Sommerville è ritto in plancia e scruta con il binocolo quella lontana macchia bianca e grigia che galleggia nella foschia: è Genova, forse bellissima, probabilmente silenziosa e preoccupata come tutte le città insidiate dalla guerra.

Attende impaziente il fonogramma dei 3 ricognitori che all’alba, come fossero turisti, hanno curiosato fra le piazze e i giardini, hanno sbirciato fabbriche e cantieri, e planando sulle case assopite ne hanno violato l’innata discrezione.

Quegli aerei spiavano gli obiettivi, e avrebbero guidato il tiro della flotta inglese ancorata al largo di Portofino.

Era l’operazione Grog, concepita per mostrare al mondo la vulnerabilità delle coste italiane, ma anche per ammonire la Spagna del generalissimo Franco che sbandava indecisa tra l’appoggio all’Asse o la neutralità.

 

Era domenica, e i 16 gradi di quell’inusuale mattinata invernale invogliavano la gente a qualche misurato progetto, che per molti avrebbe significato una meta comune: lo stadio Ferraris.

Infatti, si doveva giocare Genoa – Juventus, e il ghiotto richiamo aveva animato la vigilia.

Sette giorni prima il Genoa sembrava essersi svegliato dal torpore che lo sedava e, vincendo a Roma per 1-0 sulla Lazio, confidava nell’estro di Bertoni per tentare il rilancio.

Il Presidente Culiolo aveva subito pressioni per allontanare Garbutt, sgradito al regime perchè Inglese, e all’inizio della stagione l'allenatore ufficiale era diventato il fido Ottavio Barbieri.

Poi la guerra avrebbe perseguitato Garbutt anche oltre le vicende calcistiche, perché la sua vita privata fu scossa dalla prigionia e dalla morte della moglie Anna Stewart nel bombardamento alleato di Imola.

 

Se l’Ammiraglio Sommerville poteva essere lì con i cannoni puntati su Genova, il merito non era suo, ma dei colpevoli equivoci con cui le navi Italiane, nella notte precedente, non erano riuscite a sbarrargli il passo.

La Forza H di sua maestà Britannica partì da Gibilterra il 6 febbraio fingendo l'uscita dal Mediterraneo e puntando invece su Genova.

Il comando Italiano intuì la manovra e il 7 fece salpare da Messina gli incrociatori Trento, Trieste e Bolzano diretti a La Spezia, con l'ordine di intercettare il nemico in zona Baleari.

Per tagliare la via agli Inglesi, il giorno 8 si mossero da La Spezia anche le 3 corazzate Vittorio Veneto, Andrea Doria e Giulio Cesare, puntando al ricongiungimento con gli incrociatori.

Ma era come giocare a mosca cieca: le navi Italiane e la Forza H passarono a 40 miglia l'una dall'altra, senza vedersi, e nessun ostacolo poteva ormai insidiare l’esito della missione.

La flotta puntava la Superba, e filava a 20 nodi disposta nella seguente formazione: Renown e Malaya esterni, Sheffield, Firedrake e Jupiter di punta, Jersey, Fury, Foresight, Forxhount e Fearless in copertura; Sommerville era l'allenatore... anzi no… l'Ammiraglio.

 

Alle 7,35 Genova fu scossa dall'allarme; era già accaduto 46 volte dall'inizio della guerra, ma le incursioni vere non erano state più di 4, e anche stavolta tutti confidavano nell’eccesso di zelo della contraerea.

Però non era consentito rischiare, e anche la Juventus fu indotta a ripararsi nel rifugio dell’Hotel Verdi di Brignole, dove alloggiava in attesa degli eventi.

Foni, Rava, Borel II, Gabetto, Colaussi, i migliori di quella squadra, erano un po’ stralunati perché, se avevano previsto gli assalti dei Rossoblu, non si aspettavano certo quelli degli Inglesi.

Il terzo posto in classifica dava loro una certa sicurezza ma il Genoa, benché navigasse undicesimo, aveva sempre quella maledetta gradinata dalla sua, e i valori si livellavano compensando la minor qualità con l’impeto della passione.

 

Sono le 8,14, è il momento: “Fire!”

L’Ammiraglio Sommerville trasforma il suo binocolo in un caleidoscopio, e come per magia gli appaiono effetti speciali di luci e colori, di fumo e di fiamme; osserva compiaciuto le nuvole artificiali che si alzano dalla città, indifferente al fatto che ognuna porti nel vento la polverizzazione della vita.

Ciascun contabile, con conteggi speculari, annotava i propri addendi: dalla corazzata Renown partirono 575 colpi, 148 dalla Malaya e 782 dallo Sheffield; i morti ufficiali furono 141 ma l'anagrafe ne annotò 158, i feriti 227, e ben 254 gli edifici distrutti o gravemente lesionati.

Anche la città sembrava una nave, ma ferma, impotente, con il timone spezzato e le caldaie incendiate.

I proiettili invece, non ancora intelligenti, tracciavano orbite presuntuose per poi schiantarsi ottusi su incolpevoli bersagli, ed ogni sibilo era un preavviso struggente.

Uno dei primi cadde sul Duomo, squarciò la navata e atterrò inesploso diventando negli anni l'attrazione dei turisti, e lasciando nei genovesi il dubbio se si fosse trattato di un miracolo o di una semplice spoletta difettosa.

Ma fu l’unico, perché gli altri devastarono a caso le cose e le case sebbene queste, come gusci, contenessero affetti, ricordi, pensieri e progetti, sempre più sfumati e sempre meno realizzabili.

I palazzi di piazza Colombo trattennero il fiato, tentarono di stringersi uno all'altro per sentirsi più forti, ma quell’abbraccio era un commiato e i più si denudarono mostrando le proprie miserie, ma senza vergogna.

Dai muri scardinati penzolavano travi divelte, e dalle nuove enormi finestre si intravvedevano lampadari tutti uguali, orrende tappezzerie che tenevano insieme i muri, e qualche tinello maron improvvisamente svelato alla luce del sole.

Crolli in via Galata, in S.Croce, in piazza Embriaci, al Molo, in via Peschiera, alle Battistine, in via Cantore, perfino nei padiglioni del Galliera, e in pochi minuti 2500 genovesi diventarono senza tetto, e quindi senza “tutto”.

 

I giocatori del Genoa, ciascuno nella propria tana, aspettavano la fine dell’inferno, sperando non ci fossero i tempi supplementari.

Quelli della Juve, imprecavano contro la sorte che li aveva condotti nel posto sbagliato nel momento peggiore, e l’idea di essere a due passi dall’obiettivo “stazione” era l’aggravante di una situazione già precaria.

Tra l’altro, una bomba esplose proprio sotto i portici dell’Hotel Verdi, centrando 3 Vigili Urbani che vi si erano rifugiati: ebbero la fortuna di poter raccontare il fatto, e l’onore di un trafiletto sul Secolo XIX.

Alle 8,45 risuonò il cessato allarme, e i dirigenti rossoblu presero contatto con l’arbitro Dattilo di Roma, favorevole alla disputa dell’incontro.

Anche la Juve era d’accordo e, verificato che tutto il Genoa fosse incolume, che lo stadio non avesse subito danni, e che alla città potesse far bene il segnale della vita che proseguiva, fu deciso di giocare, affrontando la disperazione e lo sconforto latenti.

Alle 14,30, mentre i giocatori del Genoa e della Juve si allacciavano le scarpe, la squadra navale Inglese puntava la Corsica in direzione sud - sud-ovest e, ancora una volta, le navi Italiane mancarono l'ingaggio sfasando di 30 miglia la propria rotta nord - nord-est.

 

Fu una sorpresa scoprire quanta gente fosse accorsa allo stadio, e un sollievo constatare quel piccolo segno di normalità dopo la fine del mondo.

L’angoscia si prese una tregua di due ore, e le emozioni dell’incontro ebbero il sopravvento.

Anche perché la partita fu giocata con grande tecnica e agonismo, e risultò una delle migliori di quegli anni: chi si aspettava una tacita esibizione di solidarietà, magari condizionata dagli eventi, fu smentito clamorosamente.

Al 40° segnò Lazzaretti, e il grido “Ge-nua” si alzò fortissimo in cielo, indicando ai Grifoni in campo la rotta di volo per la vittoria.

Infatti, il sublime Bertoni replicò al 63°, e quei due goal furono come fiammiferi accesi nella notte per rischiarare il buio che incombeva nei cuori.

Sardelli, Genta, Perazzolo e tutti gli altri, riuscirono a rappresentare l’orgoglio della città.

Neppure l’espulsione di Lazzaretti servì alla Juve per raccapezzarsi, e quando Dattilo fischiò tre volte ci fu un tale applauso che, nelle notti di tramontana, ancora risuona incontaminato.

Aveva vinto il Genoa, ma anche Genova, e pure i Genoani.

Il resto della vita riannodava i suoi fili e, tra sussulti e frivolezze, tutto scorreva.

A Napoli, tifosi arrabbiati invadevano il campo consentendo alla Lazio la vittoria a tavolino.

Il derby di Milano finì 2-2, mentre il Bologna continuava la sua marcia trionfale.

L'Ammiraglio Sommerville, esausto ma raggiante, inviò a Londra un messaggio di due parole: "missione compiuta".

Anche i Genoani, uscendo dallo stadio, pensarono la stessa cosa.