08: Genoa-Inter

Una Indimenticabile Giostra

Autore: 
Ianna

Scriveva il grande Edoardo:
"Adda passà a'nuttata".
Questa e non altro è la magra,desolante consolazione dopo una sconfitta del genere.
Ma,la nottata,è passata per davvero?
La vigilia della gara era  trascorsa,con strane dichiarazioni di ottimismo,come se dovessimo giocare di nuovo con il Bologna e soprattutto senza considerare la miriade di infortuni anche dell'ultima ora.
Invece si doveva affrontare l'Inter,(memore della sconfitta con il Doria sullo stesso campo) e che a differenza del Genoa,vanta due squadre,ricambi validi e una concentrazione e compatezza fuori dal comune.
Se il Genoa squadra pensava alla gara,i tifosi per due settimane si erano concentrati più sul Ferraris che sulla Beneamata,più sulla Marta che su Jose.
A ciò si aggiungeva,tra le poche scelte a disposizione e una sciagurata occupazione dei ruoli,il nostro amato Mister che traduceva in campo un Genoa,mollo,poco reattivo e del tutto inesistente.
Ciliegina sulla torta,Papastatopulos ala destra.
Nemmeno la buon anima di Pippo Marchioro, sarebbe mai riuscito a compiere questo scempio tattico.
Invece di attendere l'Inter,che si era ben coperta con un bel numero di centrocampisti e un finto centravanti,noi con una sfilza di difensori a travestirsi di attaccanti,abbiamo atteso le ripartenze dei milanesi e i nostri inevitabili errori,a volte grossolani,per andare sotto di tre reti all'intervallo.
Roba da Terza Categoria.
Il grido "Tutti a casa",degli interisti è stato lancinante e umiliante aldilà della sconfitta epocale e valida solo per gli archivi.
Non è servita la bella dimostrazione di affetto della Nord durante e alla fine della partita,verso una squadra a cui saremo sempre legati,qualunque risultato possa regalarci.
Un contentino buono per l'immagine,ma nullo per la classifica.
Non è un caso che a far risorgere le grandi sia sempre il Genoa,vedi la Juve,mai più vittoriosa e a cui abbiamo regalato due punti e l'Inter che fino a ieri sera,aveva tutt'altro che impressionato,fermato dal Bari,vittorioso alla fine nell'ultimo turno e messa sotto dal Rubin Kazan.
La gara di ieri sera,ha dimostrato per gli scettici e gli ottusi,quanto questa rosa,a parte gli infortunati cronici,sia scadente e sicuramente inferiore alla precedente.
Che il credo tattico ,quasi Zemaniano del Conducator,con questi uomini,sia controproducente e che se  a Gennaio Preziosi,di concerto con Gasperini,non provveda,ci mette a rischio altre giostre e  figuracce.
Retrocedere sarebbe assurdo,ma non perchè non ne abbiamo la potenzialità,ma solo perchè il livello generale ,tende al basso e farlo sarebbe un suicidio.
Un bel bagno di umiltà da parte di tutti, tranne per chi è stato sempre razionale,urge.
I libri alla Moccia e i sogni Pindarici lasciamoli agli altri.
Piedi a terra e lavorare.
Forza Genoa
Ianna

Pagelle Genoa - Internazionale

Autore: 
RedBlueOysterCult

Amelia: In alcuni casi sembra che il portiere Rossoblu possa far di meglio , contro l’Inter mi sembra uno di quei casi e non mi riferisco al goal di Stankovic  che è stato un capolavoro del Nerazzurro. Voto 5

Biava : La difesa del Genoa di questa stagione è ingiudicabile se rapportata a quella dello scorso torneo , cambi in continuazione e protezione del centrocampo inesistente. In questo contesto dovrebbe venire fuori il mestiere ma stasera ci voleva ben altro. Voto 5

Moretti : Vedi sopra , aggiungo solo che alla lunga i limiti di un “fuori ruolo” vengono fuori se le cose giuste non girano. Per adesso girano altre cose. Voto 5

Bocchetti : Per lui oltre al discorso di cui sopra riguardante il reparto si aggiungono troppi errori in fase di appoggio. Voto 4.5

Sokratis :Messo in corsia esterna nel primo tempo non supera la metà campo. Nel secondo ci mette un po’ di grinta ma poca roba . Voto 5

Milanetto: Ce la mette tutta ma il centrocampo dell’ Inter lo sovrasta su ogni palla , fa tenerezza. Voto 5

Zapater: Nel suo caso il centrocampo dell’Inter si mette in attesa del pallone in pronta consegna. Voto 4.5

Modesto : Corre molto come sempre ma con scarsi risultati. La culata con cui Vieira lo sposta nell’azione del quarto goal è da cineteca. Voto 5
Palladino: Sembra il più in palla di tutti ma alla fine rimane il solito pugno di mosche , tirasse in porta qualche volta male non sarebbe. Voto 5.5

Floccari : Si batte come può e con quello che arriva cioè niente di niente . Fa tristezza. Voto 5

Sculli : Un paio di spunti in una partita inguardabile. Voto 5

Tomovic  , Palacio e Crespo : Entrano a partita conclusa e toccano pochissimi palloni NG

Gasperini : Difficile trarre conclusioni da una partita del genere , stasera però si è perso senza combattere. Brutto segno. Certo che tirare avanti con Mila e Zapater fino a Gennaio sarà dura , se Juric non si riprende sono dolori e non solo metaforicamente , anche de panza. Serata da Mago Gianduiotto. Voto 4.5

Genoa 0 - Internazionale 5

Una domenica d’altri tempi.

Autore: 
P.A.P.

La sveglia suonava con un certo ritardo rispetto agli altri giorni della settimana, ma alle 7,30 tutta la famiglia era in piedi, volente o nolente e dire che i bambini fossero da annoverarsi tra i “volenti” significherebbe mentire in modo spudorato.
Papà e Mamma erano quasi pronti ed ai figli non restava che prepararsi, l’uso voleva che i fratelli vestissero in modo uniforme; le braghe, le camice, i pullover le scarpe erano della stessa foggia e dello stesso colore, cambiava la taglia.
Si rimaneva digiuni e si andava alla Messa.
Lungo la strada si ritrovavano i Nonni e gli Zii, più o meno allegramente le Famiglie raggiungevano la Chiesa.
I più piccoli erano tenuti per mano dai genitori o dai parenti con prese degne di una morsa, quelli più grandicelli contenti di essersi affrancati dalla stretta procedevano ordinatamente sapendo che uno “scatto” avrebbe compromesso la giornata.
Nostra Signora Assunta e Santa Zita, più comunemente Santa Zita, era stata consacrata pochi mesi prima da Sua Eminenza il Cardinale Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova, che ivi aveva trascorso i primi anni di sacerdozio.
Ad assisterlo Don Gianni Malosetti, il Parroco, che da alcuni anni reggeva la Parrocchia avendo raccolto il testimone da Don De Barbieri divenuto Monsignore e Canonico di San Lorenzo.
Il Rito sebbene “Novus” non vedeva il Sacerdote, che allora regolarmente indossava l’abito talare e non un maglione, ergersi a protagonista.
Purtroppo questo uso si sarebbe diffuso dopo; il Rito era austero e tutti, adulti e bambini, si mantenevano composti seguendo attenti la Celebrazione.
Al termine i fedeli uscivano ed il sagrato diveniva un frizzante ma pacato ritrovo dove scambiare quattro chiacchiere, sorridere e rivedersi; le Messe di prima mattina avevano il pregio di non essere frequentate dai “notabili” della Parrocchia che prediligevano far bella mostra della loro virtù un tantino più tardi.
La prima meta della passeggiata era l’edicola, si acquistavano i quotidiani e l’aver per le mani Il Secolo XIX oppure Il Lavoro indicava le differenti simpatie politiche...
I giornali avevano un differente formato erano in genere “broadsheet” e contavano nove colonne, venivano ripiegati e posti nelle tasche della giacca o del cappotto; la terza pagina presentava elzeviri ed approfondimenti a volte sagaci, a volte pomposi e molesti.
Si giungeva finalmente alla “Latteria Bavari” in Piazza Tommaseo per la colazione, dove il “cappuccino con la panna” e la “brioche” costituivano una prelibatezza e significavano la diversità della domenica in confronto agli altri giorni della settimana che prevedevano il pane raffermo tostato accompagnato dalla marmellata alternato ai biscotti del Lagaccio.
Le strade si dividevano: le Madri e le Nonne ritornavano con i bambini a casa e si mettevano di buona lena ad apparecchiare la tavola e a preparare il pranzo, mentre i piccoli ed i meno piccoli potevano giocare con le macchinine, i lego, i soldatini, il meccano; talvolta le Zie, nella bella stagione, acconsentivano di portare i bimbi nei giardini di Piazza Paolo da Novi, dove questi potevano incontrare gli amichetti e le amichette.
I Padri ed i Nonni proseguivano verso la “Pasticceria Stagno” di Corso Torino per ritirare e pagare il consueto cabaret di paste precedentemente ordinato e se i Nonni non tardavano a ritornare sui loro passi e suonare al citofono dove alla consueto “Chi è? rispondevano perentoriamente “Io” senza minimamente pensare di dover dare ulteriori referenze, i Padri si dirigevano in Piazza Alimonda per bere un aperitivo in compagnia al “Bar Lino”, conversando di politica e di sport.
Quest’ultimo punto non comportava particolari divisioni, la fede calcistica della Foce non ammetteva eresie, quelli a righe non esistevano, se si ostinavano al punto di mettere in piedi un circolo e battezzarlo con il nome di un feroce predatore dei mari avendo sprezzo del ridicolo come di consueto, nessuno li filava.
Al ritorno i Padri trovavano i Nonni intenti a raccontare ai nipoti scampoli di vita passata, tramandando le loro esperienze ed i loro ricordi.
Consegnavano, in una immaginaria staffetta, il testimone alle giovani generazioni: la loro infanzia e la loro giovinezza così diverse da quelle che vivevano i figli dei loro figli, la “Grande Guerra”, la loro maturità, il Re ed il Duce, la Seconda Guerra Mondiale, i bombardamenti, Badoglio, la Resistenza, l’arrivo degli Americani in una Genova liberata, De Gasperi e Togliatti, la campagna elettorale del 1948 e la Vittoria del 18 Aprile, la Ricostruzione ed il Boom...
Il pranzo della domenica era aureolato di sacralità, le tovaglie erano di fiandra e sulle tavole facevano sfoggio i piatti del servizio buono, i bicchieri di cristallo, le posate d’argento.
Ciascuno aveva il suo posto e si sedeva appena sentiva dire dalla Mamma o dalla Nonna “A tavola, è pronto”.
Apriva la trafila l’antipasto, poteva essere composto da affettati, poteva essere lo “scabeggio” o i “fiori di zucchino in pastella”, nelle giornate migliori era il “cappon magro”.
Seguiva il primo, le “tagliatelle fatte in casa”, o “le lasagne” oppure i “ravioli”.
Il secondo era in genere un arrosto e poteva essere fatto all’inglese ovvero un “roast beef” oppure “stracotto”, in tal caso il sugo condiva le tagliatelle oppure era finito sulle lasagne.
Non mancava mai la “cima” e nelle giornate fredde poteva comparire un grandioso “bollito” accompagnato dalla “verde” e dalla “rossa”.
Il pane era la tradizionale “treccia”
Il contorno era un “preboggion” oppure una “imbrogliata di carciofi”.
Il vino era sempre di pregio, un “Vermentino” per gli antipasti e dopo un robusto “Barbera” d’annata e un bel “ Nebbiolo” oppure un raffinato “Barbaresco” per il proseguimento.
Il finale era offerto dalla “macedonia” e dalle “paste”, accompagnate queste dal “Moscato”.
Le “paste” -bignè, cavolini, sacripantine- erano le più desiderate dai bambini.... che se meritevoli ovvero se a scuola era andato tutto come doveva andare e la domenica non si erano fatti capricci potevano anche avere la possibilità di andare alla partita.
Bastava vedere il Padre sorridere ed ascoltare le parole “andate a lavarvi i denti e prendente il cappotto che andiamo” per scattare come molle, presentarsi intabarrati sventolando una bandiera del Grifone.
Al “campo” si arrivava in autobus o in macchina, i vigili dirigevano il traffico cercando di renderlo fluido e le “bollette” le appioppavano a chi faceva errori marchiani, sui parcheggi della domenica chiudevano un occhio e spesso due...
Il biglietto si acquistava poco prima dell’incontro per i ragazzini che usufruivano del “ridotto”, i più piccoli entravano con il Padre “abbonato”; il “Ferraris” aveva una capienza di cinquantacinquemila spettatori, nelle partite di cartello si ci infilava anche in sessantamila.
Nessuno si è mai fatto del male entrando oppure uscendo, i vip andavano in tribuna e non ambivano ad impianti su misura, se faceva freddo gli adulti acquistavano un paio di mignon di grappa o di amaro, capitava di bagnarsi quando pioveva ma nessuno si sognava di farne una tragedia.
Al termine si ritornava a casa, gettando magari l’occhio sui risultati delle altre partite esposti in bella vista nei bar.
Una volta arrivati i bambini dopo aver fatto una merenda magari a base di pane burro e zucchero filavano dritti a preparare la cartella per il giorno di scuola successivo mentre i Padri seguivano “90° Minuto”...

Cos'è Mourinho

Autore: 
Grifondoro70

Domanda, quando si vede giocare l’Inter di Mourinho e la palla staziona in una zona del campo, nei piedi di un interista, già sappiamo che arriverà un certo movimento del compagno da un'altra parte, che verrà servito quasi alla cieca, come da manuale di un'azione ripetuta mille volte in allenamento e applicata altrettanto in partita, visto che lo spartito è recitato a memoria? La vediamo dare lì perchè già si sa che lì ci sarà uno? Vediamo cioè determinate azioni sempre uguali, tanto da poter affermare che caratterizzano il gioco nerazzurro, al punto da poter quasi prevedere lo sviluppo del gioco?
No.
Almeno non in percentuale importante.
E questa è una delle principali argomentazioni dei detrattori del tecnico portoghese.
La mia domanda invece è: e che vuol dire?
Vuol dire che l’Inter non è una squadra organizzata?
Vuol dire che Mourinho non sa dare organizzazione di gioco?
Non scherziamo.
Questo Signore è stato per anni con Van Gaal al Barcellona, allenava la squadra B, non avesse dato un'impronta di gioco sarebbe stato giubilato prima di mettere piede al secondo allenamento.
La sua Uniao Leira probabilmente non l’ha vista nessuno, ma il suo Porto l’han visto in tanti, pure alzare le coppe, ed era un mix di qualche grande giocatore, parecchi ottimi, e un gioco piacevole, aggressivo, tecnico, lo spartito funzionava e veniva eseguito con perizia.
Ma quanti si ricordano un Chelsea così? Credo pochissimi, perché pochissime volte si è espresso a quel livello di intensità e coralità.
Se vedo il Chelsea posso anticipare quello che farà Drogba, o Ballack, o Essien, o Lampard, ma molto difficilmente potrò riconoscere in un movimento, in una situazione di gioco, un'impronta dell’allenatore che vada a sovrapporsi, anzi a sovrascrivere annullandola, all’impronta del giocatore.
E questo cosa vorrebbe dire? Che Mourinho non è un grande allenatore o non sa dare organizzazione di gioco? A me viene da ridere solo al pensiero: sa più di calcio, a istinto, a pelle, gente come Terry o Lampard, di centomila giornalisti, commentatori o addetti ai lavori riciclati da opinionisti, e se non sei credibile, se non hai organizzazione di gioco, gente così non ti sta manco a sentire, ti fa fuori in due giorni.
Mourinho al Chelsea ha dato organizzazione di gioco, altrimenti una squadra con tutti quei nomi sarebbe saltata per aria, ma sono i giocatori che a quel livello danno l’impronta decisiva, prova ne sia che in questi anni la squadra londinese, nei momenti migliori, è sempre stata più o meno la stessa, pur cambiando allenatori, pure oggi con Ancelotti: grande qualità atletica, difficile da affrontare e da perforare, piuttosto macchinosa nello sviluppo del gioco, ma un caterpillar che ti trita unendo fisicità a qualità atletiche e a giocatori in grado sempre di essere decisivi, ho perso il conto di tutti gli 1-0 per loro maturati nei 15 minuti finali.
Allora a mio giudizio a quel livello c’è solo un modo per far sì che coincida perfettamente l’impronta del tecnico con quella dei giocatori, facendo rilucere il tutto, che ci sia una squadra composta da campioni che hanno nel dna un modo di stare in campo, di muoversi, che ricalca perfettamente le idee del Mister.
Mi piace fare l’esempio del brasiliano Derlei, non so chi se lo ricorderà, sicuramente gli appassionati: non credo di aver mai visto uno giocare meglio di lui nel Porto di Mourinho, il mister l’aveva portato con sé dall’Uniao Leira, e incarnava perfettamente il suo credo, un attaccante tecnico, veloce, con grande corsa, in grado di fare pressing ma anche contropiedista, e soprattutto lucidissimo sotto porta, ottimo realizzatore.
Il problema non si pone finchè lo porti con te dalla squadra minore al Porto, diventa difficilissimo invece portarlo con te al Chelsea, non ce la fai, è guardato con sospetto, non lo conosce nessuno, hanno bisogno di grandi nomi e grandi campioni, e in definitiva non è comunque all’altezza per quel livello, per quella pressione, per quelle competizioni con quella maglia, anche se le ha già giocate e vinte col Porto, parliamo di uno che si è vinto Uefa e Champions, comunque il salto c’è lo stesso, in una dimensione diversa.
E allora non troverai mai il clone di Derlei tra i top players che Abrahamovic ti vuole mettere a disposizione, necessariamente ne uscirà qualcosa di diverso, che rifletterà molto di più le caratteristiche dei giocatori piuttosto che la perfetta realizzazione dello spartito del tecnico.
Quando trovo la piena compatibilità, allora nasce lo squadrone che fa anche da riferimento per i didatti, ma è quasi più un caso che il frutto della programmazione, perchè non sempre sul mercato, a disposizione, ci sono giocatori alla bisogna, raggiungibili.
E l’Inter? L’inter è un Chelsea “grammo”.
Per grammo intendo che se i londinesi hanno giocatori di gran nome e fortissimi, i nerazzurri, nel tentativo di recuperare il gap con le altre top europee, visto il poco disponibile sul mercato, in alcuni casi sono finiti su gente che aveva solo il nome e lo stipendio, e in altri su gente con caratteristiche, ad alto livello, assolutamente particolari, costruendo una rosa "scorbutica": Javier Zanetti ad esempio, come curriculum, è considerato un grande giocatore, ma per me è già uno di quelli che per il suo modo di giocare mai sarà in grado di recitare uno spartito che non sia il suo portare palla e l’andare a volte a intasare gli spazi con movimenti sbagliati, il beneficio che dà come serietà, come elemento di riferimento nello spogliatoio, è controbilanciato da un danno tattico non irrilevante.
E come il capitano ce ne sono altri, gente che, specialmente la rosa dello scorso anno, una volta assemblata mai avrebbe potuto dare l’idea di una squadra in grado di recitare all’unisono.
Quest’anno?
Secondo me occorre distinguere, se pensiamo alla champions difficile che i Milito Motta Sneijder possano essere un salto di qualità decisivo, Eto’o e Lucio già di più, ma non penso possano bastare.
Se pensiamo al campionato invece, con tutti questi abili e arruolati, sicuramente dovremmo assistere a un bel salto sotto il profilo della qualità di gioco intesa come coralità di manovra e gusto per lo scambio, sono arrivati giocatori in grado di dare i tempi alla squadra, di vedere il gioco, di essere meno accentratori e con maggiore predisposizione al dialogo coi compagni.
Qualcosa si è già visto a sprazzi, molto limitato dai mille impegni, dal turn-over e dagli infortuni.
A proposito dell’olandese, un altro degli argomenti dei detrattori è il fatto che il suo immediato ingresso come titolare dimostri la mancanza di organizzazione e didattica di gioco, altrimenti avrebbe avuto un periodo di addestramento o apprendistato.
L’obiezione a mio giudizio non sta in piedi, non siamo nelle giovanili o nel Canicattì allenato dal santone di periferia convinto di aver inventato il calcio e che appena va altrove si ritrova nelle terga l’impronta di un piede nel sedere, il calcio è una cosa tanto seria quanto semplice, e si può essere credibili agli occhi dei campioni che si allenano solo rispettandone l’essenza, e chi è preso per giocare, perché considerato importante, gioca, appena arriva, che si chiami Sneijder con Mourinho o Rijkaard con Sacchi.
E poi c’è una cosa che spazza via definitivamente ogni dubbio su Mourinho: con lui non ho mai visto, e consideriamo che si tratta di un livello elevatissimo, un giocatore considerato veramente buono stare fuori.
A mia memoria non ha mai fatto fuori un Drogba, un Ibra, un Maicon, persino uno Sheva in declino con lui ha avuto molte più opportunità che con gli allenatori successivi.
Con lui quello buono gioca, ed è subito investito di un ruolo primario.
Uno che fa giocare i buoni non può essere messo in discussione.
Magari fossero tutti così.
Poi si può discutere sullo stipendio, su quanto effettivamente l’investimento su di lui serva a una Inter che vincerebbe in Italia anche se avesse Gigi Simoni al minimo sindacale, e per organico faticherebbe in Europa anche con una triade VanGaal Mourinho Guardiola, si possono anche ricordare i soldi spesi per Quaresma, tentativo fallito di prendere quello che di meglio offriva il mercato pensando bastasse per colmare gap ben più ampi, ma quelli sono cavoli di Moratti.
Godo invece come un riccio ogni volta che il tecnico portoghese non le manda a dire alla “cricca” italiana, quella degli amici degli amici, giornalisti e opinionisti e allenatori tutti culo e camicia, che lo vedono come fumo negli occhi perché esterno a quel sistema, ogni volta che ce li manda, anche quando sembra in torto, ha per me ragione per principio, perché sa già cosa c’è dietro, cosa c’è a monte, e fa benissimo.
E più li sento agitarsi per dire che non è un grande allenatore, più li vedo sperare in una sua sconfitta per poterlo crocifiggere, e più mi esce un ale’ Jose’, dal cuore.
Della partita di sabato non ho ancora detto nulla, ma mi perdonerete, tanto c’è poco da dire, dei giocatori nerazzurri si sa tutto, e comunque abbiamo già sguinzagliato Julio, si parla di Eto’o, Motta e Milito fuori, e Lucio a rischio, oltre al fatto che in questa settimana erano tutti in nazionale e molti torneranno venerdì sera belli cotti.
A dire il vero per noi c’è la brutta tegola Kharja, ma ho saputo che si è fatto male mentre veniva provato nel tridente con Sculli e Floccari, mancando Mesto si stava preparando questa mossa, che avrebbe, più che ampliato le alternative "offensive", sepolto di un altro metro di terra Palacio, per cui deve essere intervenuto il Dio del Calcio, parente stretto di Julio, al grido di “hai rotto i coglioni”, il problema è che quando gli girano, per tutelare i buoni come Motta e Palacio, ci vanno di mezzo poveri Cristi che non ne possono niente come Paro e Kharja, speriamo non serva una strage come quella che occorse a Jankovic per finire nel novero di quelli “inseriti e nettamente migliorati dopo doveroso apprendistato con Juric come tutor”.
Ale’ Grifone!

Genoa, Inter, e i 7 peccati

Autore: 
Nemesis

Se fosse vero che il calcio è la metafora della vita, allora si spiegherebbe la fatica di arrivare indenni al 27 del mese, lo sforzo per arginare i contropiedi della salute, il duello contro il turnover della fortuna, e la lotta per allontanare la retrocessione a “miglior vita” confinandola nella zona Cesarini.

Una partita si aggroviglia fra imprevisti e probabilità, ma in quei 90 minuti concentriamo tutte le pulsioni possibili, il meglio e il peggio di noi stessi, e il transito dalla disperazione all’orgasmo è un inconsapevole battito di ciglia.
Poi, dopo il terzo fischio dell’arbitro, rimuginiamo per giorni… a volte per anni… su vicende immodificabili che pure vorremmo alterare in qualche dettaglio finchè, esausti, le assestiamo tra le sinapsi della memoria.
Ora ci tocca l’Inter, e con lei le partite non sono state mai banali, e mi accorgo che a ciascuna si può apporre la sintesi di un’etichetta, magari ricorrendo alla più umana delle classificazioni, quella coniata dai cattolici ma poi utilizzata laicamente da tutti gli abitanti del pianeta: i 7 peccati capitali.
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ACCIDIA:  
1929/30 Ambrosiana – Genova 3-3

Sul campo di via Goldoni si giocano le “Baruffe Chiozzotte” fra l’Inter capolista ma affaticata, e un Genoa arrembante che l’insidia a 4 punti.
Nel mirino c’è quella benedetta Stella sottratta 5 anni prima, e che nessuno ha digerito.
A pochi minuti dall’inizio, alcuni aerei compiono evoluzioni e, per guardare il cielo, la folla si agita e si scompone provocando il crollo di una tribuna.
E’ il dramma: ci sono morti e feriti, e anche i giocatori partecipano ai soccorsi.
L’arbitro è un po’ cinico e decide che si possa giocare… d’altra parte il suo nome è Carraro.
Forse gli interisti sono un po’ scossi, e dopo mezz’ora il Genoa conduce per 3-1 con doppietta di Levratto.
Ma nell’Inter decolla Meazza, autore di 3 reti, che riporta il match sul pareggio.
Manca poco alla fine e tutto sembra concluso quando, all’improvviso, il temerario arbitro assegna un rigore al Genoa (roba d’altri tempi).
Tutti aspettano l’implacabile Levratto che a sorpresa, colto da accidia fulminante, si dilegua come se la faccenda non lo riguardasse.
Lo esegue Banchero, detto “l’uomo del fango”, ma lo sbaglia come un Pruzzo qualsiasi.
I sogni di scudetto svaniscono, e i dubbi su quel “gran rifiuto” diventano storia.
Scriverà Gianni Brera: “… quando De Vecchi dalla panchina fa segno a Levratto di battere il rigore quello, strizzando le palpebre rossicce sugli occhi bovini, si defila”.

GOLA :   1945/46 Inter – Genoa 9-1

La guerra è finita da pochi mesi, ma all’Arena di Milano è in corso un singolare bombardamento.
La vittima è il Genoa che, ridotto in 9 per gentile concessione arbitrale, concede all’Inter la più sprezzante delle esecuzioni.
Quello che rimase negli occhi dei Genoani presenti non fu tanto il tremendo passivo, ma il vedere gli interisti con le mani nei capelli per aver fallito il decimo goal.
Se ci fu umiliazione non è chiaro a chi vada ascritta ma, nel calcio, è facile che l’ingordigia si trasformi in arroganza.

SUPERBIA:    1955/56 Genoa – Inter 4-3

E’ Natale, e sotto l’albero arriva l’Inter allenata da Meazza.
E’ seconda in classifica e al 63° conduce già per 3-1.
Il peccato di superbia la istiga a considerare chiusa la pratica, ma non ha fatto i conti con i 50.000 Genoani della Superba.
E’ una delle pagine memorabili del tifo rossoblu; sugli spalti, anziché rassegnazione, si scatena un sostegno infernale e la Nord, sprigionando magnetismo, impedisce al pallone di uscire dall’area nerazzurra.
Segna Frizzi su rigore, la cui rincorsa sembra un coitus interruptus che però va a buon fine, ed è ancora lui a firmare il pareggio.
Ma l’Inter è annientata e, a 3 minuti dalla fine, Carapellese sigla l’incredibile.
In quel Natale indimenticabile non fu mai chiarito se avesse vinto il Genoa o i Genoani, ma di sicuro l’Inter aveva perso.
Una curiosità: per l’Inter ci fu “il goal dello zoppo”.
Nesti subisce uno stiramento muscolare e, come usava allora, viene schierato all’ala sinistra.
Al 59° realizzerà la seconda rete per i nerazzurri.

 

 

IRA:    1963/64 Inter – Genoa sospesa per nebbia a 20 minuti dalla fine

La grande Inter di Herrera è la squadra più forte del mondo, e a S.Siro arriva il piccolo Genoa che, con il piccolo Piaceri, segna un piccolissimo goal.
I nerazzurri calano gli assi, ma sugli spalti cala il gelo, mentre sul campo cala la nebbia.
Facchetti e Mazzola, verificata l’impossibilità di segnare, giocano in un altro modo.
A 20 minuti dalla fine, circondano l’arbitro D’Agostini e invocano la sospensione, che naturalmente avviene: non vedevano l’ora che non si vedesse più nulla.
I Genoani protestano, ma il carisma di Rivara e Pantaleoni non può reggere il confronto, e l’impresa sfumata si trasforma in rabbia e collera.
Anche in città si diffonde lo sdegno e l’ira, ma la vera beffa sarà perfezionata 20 giorni dopo: nella ripetizione, l’Inter vincerà per 1-0.
Nonostante ciò, quell’ottimo Genoa arriverà ottavo.

AVARIZIA:   1977/78 Genoa – Inter 1-1

Il Genoa di Pruzzo e Damiani è alla penultima di campionato, con la solita acqua alla solita gola.
Bisogna vincere, e al 20° Castronaro sembra risolvere la partita, ma Anastasi pareggia al 77° e riapre il baratro. Poi accade l’inverosimile.
L’arbitro Mattei concede stranamente un rigore al Grifo e il cielo, quasi preannunciando il seguito, trasforma le sue lacrime in un rovescio terrificante.
In mezzo al fango, e sotto la Nord che tanto l’amava, si fa avanti Pruzzo per il gesto decisivo.
Il tiro è fiacco e prevedibile, e Bordon lo para d’ufficio, quasi controvoglia.
L’errore ci costerà 3 anni di serie B perché, la settimana dopo nella solita Firenze, ai Viola basterà un pareggio per prevalere nella differenza reti, e per un solo goal (questa situazione mi ricorda qualcosa di recente).
Dice… ma cosa c’entra l’avarizia?
C’entra eccome, se pure indirettamente: è quella di Fossati che ben prima dell’incontro si era già venduto Pruzzo alla Roma, al classico grido di… “bambole non c’è una lira”.
E nessuno può o vuole dimostrare niente, ma nei Genoani è rimasto il vago sentore che quel penalty, tirato da chi aveva le valige pronte nello spogliatoio, avrebbe meritato ben altra concentrazione.

LUSSURIA:   1982/83 Genoa – Inter 2-3

La gara si avvia stancamente alla fine, e quel 2-2 sembra appagare tutti.
L’unico, forse distratto o più semplicemente “inconsapevole”, è Salvatore Bagni che insacca tra lo sconcerto generale. Lui esulta, ma non l’abbraccia nessuno.
Polemiche, tradimento, parole grosse, inchieste, libri pettegoli, e comunque uno spettacolo mediocre che lo Sport, e il Grifone, non meritano.
Nel calcio, la purezza è un optional, ma quando il vizio affiora in modo sfrontato, ci si sente traditi due volte, come persone e come tifosi.

INVIDIA:   2008/09 Inter – Genoa 0-0

Partita coraggiosa e impegno commovente, con Mesto che sbaglia un’occasione irripetibile e poi svernicia la traversa da fuori area.
La svolta della gara è al 60°, quando Juric viene espulso per due falli a centrocampo mentre Maicon, in situazione analoga, è graziato dall’arbitro.
Il Genoa soffre ma resiste e per poco, Motta al 90°, non realizza l’impresa.
Ma dietro quella nobile prestazione, si muovono minacciose le ombre dell’invidia: “Moratti, hai visto che bravi quei due del Genoa? Se vuoi qualche titulo me li devi comprare”.
E fu così che Motta e Milito, per la verità senza dannarsi troppo, sostituirono maglia, città, stipendio e tifosi, in cambio di qualche promettente giovanotto e di un fatale ridimensionamento delle ambizioni.
 

Giù le mani dal Ferraris!