C'era una volta in Kenya

Oltre al genetliaco del nostro amato Grifone, in questi giorni avrei voluto festeggiare con voi un traguardo per cui ho dato anima, corpo (e ce n’è tanto…), risorse e passione e tante persone con me. E sapete cosa vi dico, alla faccia di chi ha limitato tutto questo, rendendo troppo impervia la strada che porta ad altri importanti traguardi, voglio festeggiarlo ugualmente, con voi GIR.
Cinque anni fa, di questi tempi, nell’immediato entroterra di Malindi, tra gli slum della periferia di una cittadina turistica in bilico tra benessere vacanziero ed endemica povertà, giravo di villaggio in villaggio, di capanna di fango e foglie di palma in tugurio di sterco e lamiera, per parlare con i genitori di 22 bambini di dieci e undici anni, per farmi dare da loro la liberatoria per potermi occupare dei figli, pagando loro le rette scolastiche, permettergli nei limiti del possibile pranzi o merende decenti e portargli agli allenamenti.
Alcuni padri non c’erano e non potevano esserci. Quello di Nelson Mwanda era morto sul lavoro, cadendo da un tetto che stava riparando, il babbo di Mystick Reuben Ngala entrava e usciva di galera, quello di Simon Karisa, chiamato “Bata”, l’anatroccolo come Aguilera, si era dato quando lui era piccolo, seguito poi dalla madre che ogni tanto mandava qualche spicciolo ai parenti che lo avevano preso in casa. E così via. Mi sembrò un privilegio poter parlare con la mamma di Patrick Gitau, che non solo sapeva firmare in bella calligrafia, ma aveva un lavoro fisso: cassiera in un pub. I ventidue ragazzini che avevamo scelto non erano campioncini in erba, ma soprattutto ragazzi disagiati che amavano calciare un pallone su campi impossibili tra la miseria e lo squallore, nel retrobottega di quello che per molti è solo un paradiso di passaggio. Per Dominique Kwakere, Ahmed Stanley , Joseph Nyababwe, Janji Mwangemi, Mysick, Gitau, Bata e gli altri poter giocare in una squadra, con una divisa sempre pulita e scintillante, a volte con le scarpette, nel campo di calcio dei “grandi” era un sogno.
E’ iniziato tutto con l’aiuto di una onlus, la Karibuni di Como. Mi hanno sponsorizzato le esigue rette scolastiche e ho potuto mettere come regola fondamentale della squadra, del loro “sogno”, che i ragazzi frequentassero la scuola con profitto. Tre i criteri per far parte della scuola calcio: buoni voti, buona condotta e talento per il calcio. Se due di queste tre cose non andavano bene, ci sarebbe stata una sospensione temporanea e poi, eventualmente sarebbe subentrata una delle tante riserve, che nel frattempo (la selezione era avvenuta su 800 ragazzini di tutto il distretto) avevano formato sette o otto squadrette scalcinate con cui sfidare in futuro quella ufficiale. Una di queste squadrette aveva addirittura trovato uno sponsor locale e le divise! Potenza del calcio, che arriva là dove altre culture non riescono. A novembre avrei presentato un libro dal titolo “Genoa Club Malindi”, perché il mio sogno ovviamente era che la scuola calcio fosse rossoblu. Grazie all’amicizia del presidente di Karibuni con l’Amministratore Delegato di Giochi Preziosi, Berté (perché mi fanno ridere quelli che ti raccontano che per caso un tizio si è presentato alla loro porta di casa e gli ha detto “lo sai che sei bravo e fai delle cose bellissime? Eccoti soldi e strumenti per portarle avanti”. Non succede MAI così) il libro e l’iniziativa già nata con la Onlus è arrivata ad Enrico Preziosi e da lì al Genoa.
Quasi non ci credevo, un sogno nel sogno che si avverava. Ho tralasciato altri piccoli lavori remunerativi e per un anno ho dedicato tutto me stesso alla nuova Scuola Calcio “Karibuni Genoa Malindi”. “Genòa”, come lo chiamano da queste parti, e come spesso ormai chiamano anche me. Raggiungemmo un intesa con la società per un certo tipo di progetto “a crescere” e per creare anche più di una sola leva. La mia idea era creare tre scuole: dai 7 ai 10 anni, dagli 11 ai 14 e dai 15 ai 18. In più grazie a quei fondi si riusciva a lavorare di concerto con la squadra dei grandicelli, la Malindi United, che seguiva più o meno la stessa filosofia sociale ed era stata rilevata da un ex calciatore…noooo…della primavera delle rumente e poi di squadre di categorie inferiori liguri e basso piemontesi, Riccardo Botta. Fantastico! I ragazzini una volta cresciuti, se talentuosi, sarebbero naturalmente confluiti nella squadra maggiore, che in due anni sarebbe arrivata alla serie B nazionale. Così è stato per alcuni di loro, che oggi giocano in Serie A keniana e hanno avuto anche chance all’estero.
Il 2011 è stato un anno meraviglioso. Ogni settimana tenevo lezioni di educazione civica e insegnavo il calcio come motivo di aggregazione, di unità e strumento per uscire dall’ancestrale vittimismo, dalla serena ma rassegnata accettazione che hanno certi popoli africani riguardo alla loro triste condizione. C’erano anche delle lezioni di genoanità. Tutti i ragazzi conoscevano la storia del Grifone e sapevano di giocare con addosso una maglia speciale, unica. Un torneo di calcio di “children center”. Siamo partiti da lontano, fornendo ad ogni orfanotrofio o casa di accoglienza un allenatore, formato da noi, che ha allestito una squadra. Partecipavano centri keniani, olandesi, inglesi, italiani, tedeschi. Tutto sotto l’egida del Genoa e della Malindi United. Un successone. Oltre a stampa e media locali, anche la Gazzetta e il Venerdì di Repubblica hanno parlato di noi e mostrato il nostro progetto, con i miei ragazzi rossoblu in bella mostra.
Purtroppo però, alcune promesse vengono disattese. Quindi niente ampliamento delle leve, niente acquisto di un pulmino usato per le trasferte e qualche problema per pagare i dipendenti. Per fortuna c’è qualche adozione a distanza e qualche tifoso si spende personalmente. Anche Barabino & Partners aiutano con una donazione e tutto il materiale, escluse le scarpe. Nel frattempo i risultati, più importanti di quelli del campo, si vedono! Il prefetto di Malindi ci ringrazia pubblicamente perché la nostra opera (allo stadio, per seguire le partite del sabato e domenica di tutte le squadre che abbiamo fatto convogliare, arrivano centinaia di persone) ha aiutato a ridurre la microcriminalità negli slum. Nel frattempo il lavoro di Malindi United è molto buono. Il vice allenatore di Botta, Ben Ouma ex portiere di serie A keniana, si affeziona ai miei ragazzi e ne diventa coach. E’ utile per la Malindi United, che inizia a convocare Eugene Moses e Baraka Badi, due genoani non ancora quindicenni, in prima squadra. Guarda caso non sono solo i migliori giocatori, ma anche i più bravi a scuola.
Con Karibuni decidiamo di portare Eugene insieme al giocatore più promettente della Malindi United, il sedicenne Charles Bruno, in Italia. Riusciamo ad ottenere per loro anche un provino con il Genoa! Com’è andata molti di voi lo sanno. Sky ha fatto un bellissimo servizio, ma Sbravati e i suoi non hanno voluto far vivere ai nostri due ragazzi qualcosa più di una partitella amichevole a Voltri. Per Eugene e Charles si è comunque trattato di un’esperienza incredibile, da tramandare ai figli e ai nipoti. Veder Eugene con gli occhi spalancati sul mondo occidentale, abbracciare Ballardini come fosse suo padre, vedere Alhassan e pensare che un giorno avrebbe potuto esserci anche lui, ad allenarsi al Pio. E vederlo, una volta tornato a Malindi, raccontare ai ragazzi del Genoa Malindi dell’Italia, mostrare la foto insieme a Toni e a Khaladze…emozionante, oltre che utile per i più piccoli che coltivano sogni forse impossibili, ma puliti. “Lui è andato in Italia perché è bravissimo a scuola, non solo perché gioca bene a calcio” ho ripetuto loro per i mesi seguenti. Mesi seguenti in cui le speranze (mandare ogni anni due ragazzi a Genova, ad esempio, ma anche iscrivere Eugene e Baraka ad una scuola privata. Baraka, addirittura, ha finito le elementari con un anno di anticipo, talmente è bravo) lasciano il posto a un’altra realtà.
Piano piano, come spesso purtroppo accade nel campo della solidarietà, fatto di entusiasmi subitanei e passeggeri, i fondi sono venuti a mancare e siamo andati avanti con le donazioni dei tifosi. Per fortuna ad esempio, arrivano i GIR, che si prendono cura di due dei nostri ragazzi, Mystick e Nyababwe. Karibuni Onlus continua a sostenerci, e questo ci fa andare avanti con eguale entusiasmo. Ma non si possono fare grandi programmi, progetti a medio termine. Salta il torneo degli Orfanotrofi, perché alla fine la scuola è il fulcro e bisogna privilegiare lo studio. Saltano le amichevoli fuori Malindi, oltre alla leva dei più piccini. Per cercare di salvare la scuola, allora, con la mia compagna Leni e grazie a Marco, un amico che ha un solo grande difetto, ma un cuore d’oro, inventiamo un’iniziativa meno onerosa per far parlare del progetto. C’è un “children centre” inglese molto ben organizzato a Watamu, altra località turistica a 20 km da Malindi. Marco con un Club di Bogliasco lo aiuta da tempo e lo rifornisce di magliette blucerchiate. Organizziamo ogni domenica i “derby della solidarietà”. Una cosa bellissima, con i ragazzi che si scambiano esperienze diverse (i nostri arrivano dalla strada, dai disagi, dai vicoli bui della vita, gli altri sono stati salvati ed accuditi da una struttura moderna, ma gli manca una vera comunità), passano un’intera giornata insieme, pranzano, li portiamo al mare. Leni fotografa tutto e decidiamo di farne un libro grazie ancora all’editore Antonello Cassan, uno che in fatto di cuore e passione ci sente più di diecimila dirigenti di calcio messi insieme. Mi trasferisco in Italia per due mesi, con relativo dispendio di tempo e di soldi, raccolgo interviste, frammenti, racconti. Alla fine va male anche questa volta. Il Comune di Genova patrocina ma non soldi non ne ha. Anche la vendita dei libri fotografici allo stadio, durante il derby, non va tanto bene. Riusciamo a malapena a coprire le spese di stampa.
Io non sono uno buono a chiedere l’elemosina, alla terza volta di solito mando a quel paese e mi rimbocco le maniche. Per il bene dei bimbi questa volta sono riuscito a rimboccarmi le maniche senza mandare a quel paese nessuno. Il 2013, a fronte dei buoni risultati scolastici dei ragazzi, che nel frattempo si sono ridotti a 14, prosegue con i miei salti mortali, gli aiuti di Gir e di qualche genoano, quelli di Karibuni. Poche partite, nessun torneo, più che altro allenamenti e amichevoli così, senza futuro. Peccato, perché continuano ad arrivare attestati di stima mediatici e non solo. Botta è stato nominato allenatore della nazionale keniana under 18 e ha davvero la possibilità di far crescere un intero movimento di giovani calciatori keniani. Charles Bruno, scartato dal Genoa, ne è il capitano, ma viene dirottato direttamente in under 20 e a soli 17 anni esordirà in nazionale A nella gara contro l’Egitto al Cairo. Nel frattempo passa il tempo, ma nessuno si fa più sentire. Tanto che alla fine del 2013 decido di fare un comunicato ufficiale in cui dichiaro che la scuola calcio chiuderà. I rumori mediatici che tale iniziativa produce, fanno sì che dal Genoa arrivi un ultimo, piccolo aiuto. Ma sarà il canto del cigno di uno splendido sogno africano colorato di rosso e di blu. Senza più fondi, che non siano quelli da destinare all’educazione, perché ben 12 ragazzini dal 2013 vanno alle superiori e occorrono molti più soldi per farli studiare, la scuola calcio Karibuni Genoa Malindi chiude.
Nell’ultimo anno e mezzo ho bussato alle porte di altre squadre e, tranne un timido approccio del Chievo Verona, non ho ottenuto nulla. Peccato, perché ho un bravo allenatore, Badili, che ha fatto gavetta in una delle migliori iniziative sportive degli slum d’Africa, il Mathare United di un inglese di Nairobi e, con l’esempio di Bata, Mystick, Maxwell, Gitau e Nyababwe stavamo crescendo altri piccoli rossoblu, di dieci e undici anni. Ma senza nemmeno le magliette, è difficile… Ma la solidarietà continua, e c’è ancora chi come me ci crede e mi aiuta! Insieme con i Gir garantiamo la scuola a Mystick e Nyababwe, terzo e secondo anno di superiori, grazie al Volley Genova VGP quella di Maxwell, l’ex portierino del Genoa. Karibuni ci aiuta ancora per altri quattro e io e Leni pensiamo agli altri. Ogni tanto da qualche tifoso o amico arriva un aiutino, con il quale acquistiamo viveri, scarpe, biciclette, medicine per familiari, fratellini ed altro.
Quest’anno ci piacerebbe ad esempio trovare una stanza in affitto per far studiare i ragazzi lontano dalla confusione dello slum, dalle distrazioni e dagli obblighi che hanno (Bata oltre a studiare, deve far da mangiare a un plotone di bambini e lavare panni, in cambio dell’ospitalità che riceve ormai da anni, per questo a scuola è una frana). Quel che mi spiace immensamente è non poterli più vedere giocare assieme con la maglia rossoblu. Ma quando, ogni tanto, si riuniscono per qualche torneo, Maxwell, Gitau, Nyanabwe, Mystick, Bata, Janji,Ahmed,Swaleh…anche se indossano la divisa del Chievo, quella dell’Aston Villa donata da una coppia d’inglesi o semplici maglie bianche, loro si chiamano ancora e sempre Genòa. Io vado avanti, perché se passi gran parte dell’anno qui, qualcosa da fare per loro e quelli come loro c’è sempre.
Chiunque voglia contribuire sappia che con i soldi con cui vi fate una mangiata al ristorante, qui paghiamo un mese d’affitto per far studiare i ragazzi.