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Te la do io la Stella!!
Tutto nasce da quella succulenta esca con cui (esagerando nella sintesi) si volevano convincere i Genoani a sacrificare il Ferraris in cambio della Stella.
In sé, la contropartita è di gran pregio anzi, sarebbe come trovare il Santo Graal in Corso Perrone o la Pietra Filosofale a Trasta, ma ha il piccolo inconveniente di essere appesa a un amo.
E questo perché, al termine della grande manovra speculativa legata all’edificazione, rimarrebbero insoluti o aggravati i problemi della gestione, dei ricavi inferiori alle illusioni, e dei probabili debiti contratti per realizzare il progetto.
Altro che Stella… si dovrebbero auspicare tanti Motta e Milito rivenduti alla Fiera di S.Agata, e non a luglio o a gennaio, ma una volta al mese compresa la tredicesima.
Te la do io la Stella… se si pensa di materializzarla con gli introiti di 4 negozi, un Centro Commerciale e un distributore Erg… e con tutto il bottino diviso alla pari con l’altra squadra.
Nell’eventuale nuovo stadio, il Genoa vedrebbe dimezzarsi gli abbonamenti, dovendo poi aspettare il salto di una generazione per tornare agli attuali livelli.
Dovremmo anche cercarci un altro presidente, perché Preziosi diverrebbe il bersaglio di uno sfregio insanabile, e nessuna Coppa in bacheca lo assolverebbe.
La prossima trasferta di Cagliari ci dà l’occasione per un utile ripassino, perché la sua vicenda può essere istruttiva.
Infatti laggiù, pur in tempi ormai lontani, accadde esattamente il contrario: prima lo scudetto, e poi il nuovo stadio… “pagare moneta, vedere cammello”.
Cioè, il S.Elia fu la conseguenza dei successi e dell’entusiasmo che ne derivò, e non la causa, che comunque da noi non basterebbe a giustificare il trasloco.
C’è anche un altro elemento di diversità, che la vicenda Motta, Milito e Ferrari ci richiama: la stupefacente vittoria del 1970 fu costruita intorno a Gigi Riva, l’immenso campione che tutti volevano e che nessuno prese, e nonostante i miliardi di Moratti, Fraizzoli e Agnelli, scelse di rimanere l’idolo della Sardegna.
Con lui, a prezzo di indicibili sacrifici, la Società decise di trattenere i più forti, e in pochi anni spezzò l’egemonia Milano-Torino che solo il Bologna del 64 era riuscito a scalfire.
I pastori sardi giravano gli altopiani con il transistor nelle orecchie, il bandito Mesina rischiava l’arresto per una partita di cartello, e tutta l’isola emanava l’antico orgoglio di un popolo tenace.
Il nuovo stadio andava a sostituire il vecchio Amsicora, e aveva una capienza di 60.000 posti che, in certe occasioni, diventavano 70.000.
Nel 2002 la Lega gli negò l’agibilità per il pericolo di crolli e la società Cagliari, in accordo con il Comune, stanziò 3 milioni di euro per la ristrutturazione e le modifiche: alla fine però, la capienza risultava più che dimezzata.
In seguito, Cellino aderì alla nuova moda così in voga fra i presidenti di calcio: lo stadio di proprietà, con annessi negozi, bar, ristoranti, centro commerciale, museo della squadra, e impianti per il tennis, il pattinaggio e il beach volley.
Nel 2007 viene presentato il progetto dell’architetto Jaime Manca di Villahermosa (sembra il nome di un playboy internazionale), conterrà 25.000 spettatori e sarà chiamato Karalis-Arena (ma la Caralis non era una nave?)
Il Sindaco Floris non è d’accordo poiché preferirebbe ristrutturare il vecchio S.Elia, e allora Cellino annuncia stizzito che andrà a costruirselo in un comune limitrofo.
Doveva essere tutto fatto entro il 2010, ma il miraggio degli Europei 2016 scombussola i piani: la Figc vuole inserire Cagliari nel business, e oggi lo stallo sta per sbloccarsi grazie ai fondi con cui s’è convenuto di ristrutturare il vecchio e glorioso S.Elia.
Da noi invece, con l’esistenza di due squadre, le dinamiche sfuggono al controllo e ogni trattativa diventa una forzatura, un inghippo, o una misteriosa complicità: mentre i falchi volteggiano sul Polcevera, le colombe difendono il nido sul Bisagno, ma i cenni d’intesa fra Garrone e Vincenzi hanno la forma di un’ingiunzione di sfratto.
E’ a questo punto che avviene la sciagurata firma di Preziosi sulla lettera d’intenti, che diventerà l’alibi del Sindaco e la leva con cui sollevare il Ferraris dal suo utero di Marassi.
Per analizzare questo e altri eventi si possono scegliere tante visuali e diverse prospettive, ma la più curiosa è certamente quella fornita dal popolo di Internet, cioè noi stessi.
Noi, che ogni giorno scartabelliamo le pagine del Web in cerca della “verità”, rischiamo di confondere la realtà con gli effetti speciali, e le insidie del “virtuale” si proiettano sui nostri piccoli schermi deformati e perennemente accesi.
Per “il bene del Genoa”, sedicenti maggioranze smontano ogni critica, purificano l’etere, influenzano gli ignari e rassicurano i dubbiosi.
In questo mondo inquinato è già passato il Decreto Legge per cui questo Genoa è più forte del precedente, ma la Corte Costituzionale del “responso sul campo” sta mostrando il contrario.
Mi sembra di tornar bambino, quando dovevo subire un’iniezione e quella furbastra di mia madre s’inventava la “siringa senza ago”, e alla fine ero pure soddisfatto di aver sentito poco o nulla.
C’è il timore spaventoso di ammettere l’evidenza, che magari sarebbe anche accettabile, ma è la sua distorsione a renderla insopportabile.
In nome dei risultati, per altro indiscutibili, si è deciso che Gasperini, e non Fleming, abbia scoperto la penicillina con cui distruggere i batteri maligni degli avversari ma, come tutti sanno, insistendo troppo i germi si immunizzano e occorre squinternare la loro memoria con nuove alchimie.
Presentarsi con lo stesso vestito in ogni evento, alla lunga si nota, e oltre a non essere elegante sembra un po’ limitativo.
E così capita che i giocatori, invece degli schemi, vengano mutati geneticamente pur di incastonarli nella casella vacante della solita tattica, trasformando quella forzatura in genialità.
Quando Galileo Galilei inventò il cannocchiale per mostrare al mondo una diversa meccanica del cosmo, invitò i colleghi aristotelici a posare l’occhio sulla lente, ma quelli rifiutarono perché un’altra realtà era inammissibile; poi, ci pensarono i Pompieri dell’Inquisizione a stabilire che tutto ruotava intorno alla terra in un perfetto 3-4-3 e, non per minacciare, ma ai dissidenti sarebbe convenuto tacere.
Assistiamo un giorno sì e l’altro anche a puncicature alternate fra il Mister e il Presidente, con reciproche ironie sulle opposte vedute.
E’ un dato di fatto che avvenga ciò, e i motivi sono chiari, ma il popolo del Web che fa?
Ignora, svicola, tergiversa, nega, scompone le frasi, e non si pone (pubblicamente) le domande più ovvie: che ne vogliamo fare di Palacio? Esposito non è all’altezza? Chi li ha voluti? Perché Menegazzo è diventato buono soltanto nell’ultimo mese? E per i 12 milioni di Floccari, chi ha deciso? Insomma, chi comanda?
Chi prova a sollevare il caso, dando ragione all’uno o all’altro, diventa un terrorista o un sabotatore, con probabili ascendenze doriane.
Simbolico un piccolo episodio recente: il giornalista che aveva anticipato il grave danno al ginocchio di Kahrjà è stato accusato di mestare nel torbido, come se la sgradevole verità si potesse occultare sotto il tappeto; e invece sono le bugie che, inesorabilmente, implodono, a volte perfino per 5 a 0.
Ma torniamo alla scena madre, quella che imperversa su tutti i monitor rossoblù, e che avevamo lasciato a una certa firma su una certa lettera: … “io non l’ho vista”… “è un’invenzione del Secolo”… “nessuno l’ha confermata”… “non esiste, e se c’è bisogna vedere cosa dice”… e quando poi se n’è avuta certezza… “ehm ehm… è stato costretto… vabbè, tanto il Genoa non è nato al Ferraris… così potremo raggiungere la Stella”.
Era tutto evidente, anche perché Preziosi l’aveva detto chiaro in Tv ma, essendo un fatto molesto, non poteva e non doveva essere vero.
Poi per fortuna, 3 eventi hanno sparigliato il mazzo: il No dell’Enac, l’insurrezione (anche in questo caso mediatica) di molti Genoani, e il progetto demenziale di Campi disegnato in una notte buia e tempestosa.
Il cielo si è capovolto e Preziosi ha potuto aggiustare la rotta scorretta che una bussola avventata gli aveva indicato, ma intanto i potenti filtri di Internet avevano rimosso il precedente intento, ed è come se non fosse mai avvenuto.
“Terrò conto della volontà della tifoseria” – ha detto il Presidente – e il tamtam s’è incanalato nel solito intreccio dei fili che ci lega alle tastiere, producendo l’ennesimo abbaglio: con un atto di presunzione abbiamo tutti ritenuto di rappresentare le migliaia di Genoani muti e non computerizzati.
Morale… in piazza ci siamo ritrovati in 1000 particelle di sodio anziché 10.000, e quello “zero” mancante corrisponde alla vanità autoreferente del Grande Fratello de noantri.
Chi c’era, si è sentito come George quando parte con il sidecar, e lascia Mildred nel garage.
E come direbbe Brancaleone rivolto ai Genoani… “Oh! Miei pugnaci… quando dico seguitatemi et pugnate, voi dovete seguire et pugnare… sinnò che se stamo a pija pe le natiche?”
Naturalmente, sperando che lo cavalcone regga.
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