E ORA...TUTTI PRONTI A (NON) DIMENTICARE

Oggi dimenticare è molto più di moda che inzuppare le meningi nel ricordo.
Altrimenti non si spiegherebbero l’utilizzo di massa di tablet e android, il calo di lettori di libri e l’aumento dei consumi di vino e superalcolici di bassa qualità.
La memoria si misura in Gigabyte e non nel numero di neuroni attivi nel cervello, è stimolata da aggiornamenti di stato e non da battiti del cuore.
Un presente noioso e un futuro con poche variabili fanno più miracoli di una canzone, di una vecchia fotografia, del Bruichladdich Fifteen o di un buon narratore.

Stando in linea con i tempi, cosa dimenticheremo quindi di quest’avventura brasileira?  
La splendida intesa difensiva tra Mister 60 milioni Enzo Avallone, l’Alighieri e Ficarra, la gran mossa di Parolo al posto di Balotelli contro l’Uruguay, per poi mettere Cassano centravanti, il volo d’angelo di Harlem di Van Persie, le cappelle di Casillas, le orecchie di Herrera, la sapienza calcistica dell’iraniano Andranik Temourian Timotian, la traversa di Pinilla, le miracolose parate di quella pippa di Tim Howard, il Costarica imbattuto e le africane sempre al palo?
Oppure il Pernambuco, la modella belga animala, Carlos Massetti Badalamenti e la mamma di Matuzalem?  
Sicuramente dimenticheremo che il cazzo di mercato globale, le grandi lobby sportive di magliette, scarpette e palloni una volta tanto se la sono presa nel Fuleco: doveva essere il mondiale dei loro assi pompati, di CR9, Neymar, Messi e perché no anche di Fanny Balotelli e Shakiro Piquet.
E delle loro wag fighette che portano a spasso tette di Calvin Klein, D&G e Guess e chiappe di Armani e Coquette.
Prego, scordarsi che ha trionfato il gioco di squadra della Merkel, di uomini tosti e ben organizzati che pensano a contrastare, pressare e passare il pallone, più che a modellare la tartaruga dell’addome e pettinarsi. Brutti e cacofonici come Shurrle, come Schweinsteiger, timburtoniani come Oezil, temperati come Howiedes.
Ma hanno vinto il loro mondiale anche altre cooperative no-global: Cile, Costarica, Algeria.
Il pallone d’oro non doveva andare a vomitino, ma al meno mediatico di tutti i campioni, Arjen Robben che ha una moglie normale e un bimbo che lo segue sugli spalti.
Insomma, qualche straccio da infilare nella centrifuga dell’oblio ci sarebbe.
Ma è fatica anche la lavatrice, in un mondo che non usa più neanche il programma di risciacquo.
Adesso siamo pronti a rituffarci nello schiumoso ed inquinato oceano informativo e informatico di cose da sovrapporre, da sottovalutare, da sorvolare e sottoporre all’attenzione degli amici di Facebook nel prossimo quarto d’ora.
C’è l’offensiva israeliana che (sembra una novità, per chi si è dimenticato le loro logiche) non risparmia bambini e mamme, studenti e disabili e sposta la Siria nel cestino.
C’è la silenziosa, lenta e sanguinosa ricomposizione dei cocci frammentati del blocco sovietico, che interessa a pochi e annoia anche i protagonisti, tanto che il neoleader ucraino era in tribuna al Maracanà.
C’è la CIA che torna a muoversi in diagonale in tutto il mondo, per arginare in qualche modo la piovra economica cinese (e sarà la guerra fredda che rimetterà nei guai l’Africa) e come l’Argentina si prende una bella strizzata di coglioni dalla Germania.
C’è infine la nostra stagna politica che ci consegnerà definitivamente la tristezza senza fondo di una miseria con carta di credito, fino a quando non ci ricorderemo più neanche il codice segreto.
E poi, molto più in alto di tutto questo, come la punta di un enorme iceberg imbrattato con vernice spray rossoblu, che si sbava ai primi segni dello scioglimento del ghiacciaio più antico d’Italia, che un tempo era uno Scoglio verde e fertile ed oggi solo un blocco fluttuante sempre più somigliante a certi continenti di immondizia, c’è la nostra isola del Grifone.
Quella che dovrebbe essere un’oasi della memoria, un paradiso di eterna adolescenza, un piccolo rifugio di ricordi, dispensatrice di unità, di condivisione, di valori.
Quel gigantesco ammasso dalla vaga forma di punto interrogativo da cui svetta una bandiera con scritta una sola parola: BROGEDDOOOOOOO!!!
E cari miei, se pensate che la società più antica e gloriosa d’Italia non sia al passo con i tempi, piuttosto che languire nel purgatorio della nostalgia, vi sbagliate di grosso.
Il Genoa sta lavorando alacremente da anni per diventare il più grande dimenticatoio del calcio europeo.
Ogni stagione ci sono così tante cose da scordare che si fa addirittura un po’ di fatica.
In una sola settimana possono sparire la faccia e i nei di Centurion, si dissolve il fiero cipiglio di Portanova, si cinesizza la sfuggente sagoma di Gilardino.
Il Grifone è talmente avanti che i suoi tifosi possono sottoscrivere l’abbonamento alla dimenticanza: si può cancellare tutto in tre anni, con un bello sconto finale, l’eliminazione dei file obsoleti dati dal virus Gasgasp, di tipo Lanzafame e Zetulayev.
Si possono anche eliminare a rate i dati più giovani: Sturaro si cripterà in un anno (con un po’ di fortuna in cinque mesi) si sta lavorando anche su Perin.
Sono giochi di prestigio molto efficaci, più o meno gli stessi che smaterializzano all’istante presunti acquirenti cinesi, che dissolvono decine di milioni di debiti, che fanno scomparire il marchio Genoa dentro matrioske sempre più piccole.
Fondamentale è archiviare all’istante ogni dichiarazione del Prezidente.
“Ripartiamo da Centurion e Fefta”, chi lo disse? Ottaviano Augusto o Enrico Infausto?
Alla fine verrà tutto spontaneo: con un colpo di spugna siamo tornati tre anni indietro e neanche ce ne siamo accorti: la triade con Gasp e Capozzucca è servita. Nei momenti più duri a bordo campo ci sarà Fabrizio e tenete presente che Ballardini è di nuovo libero.
Siamo pronti a dimenticarci un’altra stagione mediocre?
O sarà una di quelle in cui basterà occultare un gran bel girone d’andata?
Ci sarà dell’altro da scordare?
Un bel derby vinto con grinta e coraggio?
Il tuffo sotto la nord dopo un pareggio all’ultimo minuto contro la Roma?
La rabbia di un gol annullato per fuorigioco inesistente allo Juventus Stadium?
E’ ancora possibile stivare in qualche anfratto della memoria le tappe di un percorso che non sappiamo se ci porterà al fallimento o alla liberazione e che non ci rivela in anticipo quale sarà il prezzo da pagare?
No. Anzi, il rischio paradossale è quello di dimenticare anche il futuro.
Cerchiamo almeno di non seppellire mai le ragioni dell’essere genoano e nemmeno la passione per questo sport.
Siamo in pochi, siamo sempre meno.
Teniamoci dunque uniti in questo viaggio al termine della notte, in mezzo a un esercito di soldatini smemorati.
Perché per noi non sono mai stati fondamentali i trionfi, così come mai funeste le cadute.
Ci siamo sempre rialzati e abbiamo sempre ripreso il cammino.
Le intemperie ci hanno temprato, la fatica ci ha reso fieri e spesso abbiamo suturato le ferite con i fotogrammi della nostra leggenda.
Oggi non abbiamo cicatrici, ma tatuaggi indelebili.
Perché come dice Céline, “la grande sconfitta, in tutto, è dimenticare”. 

Commenti

Noi rispondiamo " presenti "

Noi rispondiamo " presenti " , Freddie , pronti a salpare col battello ebbro carico di ricordi e destinato alla deriva su un isola deserta.
Meno male che non hai fatto come Rimbaud che una volta salpato per l'africa ha smesso di scrivere
Tutti noi scrittori genoani Smile dovremmo sciacquare i panni nell'oceano indiano , non più nell'arno
Anzi nell'arno preziosi probabilmente ci sciacquerà qualche plusvalenza con della valle Smile

Enrico e Arthur

...eppure Harar ha qualcosa in comune con il Genoa, se è vero che viene chiamata la "città delle iene".
Le iene sono arrivate pure qua in Africa e se la stanno dilaniando. E sono iene cinesi che non chiedono il 30% e non si spaventano per i conti in rosso.
Alla fine è sempre meglio sciacquare i panni nel morellino di Scansano. 
Smile
 

risveglio

Grazie grandissimo fratellone africano. Mi sono risvegliato dal coma (ho riavuto internet) solo il giorno della finale e ho potuto leggere, nottetempo, a ritroso, tutte le cronache di Beccioni. Un meraviglioso viaggio, frammentato e frammentario, che bisognava raccogliere le scheggie luccicanti e ricomporle, e d'improvviso ti ritrovavi a contemplare lo specchio di umanità che siamo o che siamo diventati. Perfino la storia, tra illusioni e allusioni, assomigliava a una leggenda sgangherata. Grazie davvero.
Per quel che riguarda il Genoa, c'è forse qualcosa di peggio della dimenticanza. Il ricordare con vergogna. Un'esperienza nuova per noi vecchi balordi, per cui non finiremo mai di ringraziare l'infame.

Karibu Tena!

Ben tornato Edoardo o, come si dice dalle nostre parti o dalle parti della tua amica cameriera, "karibu tena!"
La vergogna appartiene ad altri, anche se ci hanno imbrattato a merda gli ultimi ricordi.
La nostra memoria è un viaggio collettivo e nessuno potrà mai sporcarlo.
Torna a scriverci, ora che sei di nuovo "social"!