Sfide in rossoblu

Sfogliando la storia ufficiale del Bologna F.C. 1909, scritta da sé medesimo, si può leggere a pagina 25 (sarà un caso?) la versione sterilizzata del furto della stella:
 “… dopo una finale scudetto persa nel 1924 con il Genoa, nel 1924-25 arrivò il primo scudetto della storia rossoblu: l’avversario è sempre il Genoa che capitola solo al quinto incontro (2-0) disputato a Milano a porte chiuse per evitare il ripetersi di incidenti tra le tifoserie, piuttosto focose nelle partite precedenti”.
Alla faccia della sintesi, ma anche dell’obiettività: avrebbe potuto scriverlo Emilio Fede, se solo Berlusconi avesse tifato Bologna.

“Piuttosto focose?” Sì, ma nel senso che hanno fatto fuoco! Mancano le revolverate bolognesi alla stazione, il metaforico olio di ricino di Arpinati, l’arbitro Mauro (sarà un altro caso?) di origini moggiane, e i poveri giocatori del Genoa in vacanza richiamati da un giorno all’altro per l’ultimo fatale spareggio.
E’ una vecchia storia ma, in fondo, quella stella mancante è diventata una cometa per generazioni di Grifoni, ed è il totem che infonde coraggio quando tutto sembra perduto.
Nonostante questo spiacevole precedente, mi è capitato per tre volte di sostenere il Bologna: due per amor di giustizia e una per conflitto di interessi.
La prima fu nel 1964, quando l’Inter del Trio Lescano (Herrera/Allodi/Moratti-senior) tentò di sfruttare il sabotaggio delle provette di urine, ma i rossoblu (fa sempre effetto definire così qualcun altro) vinsero lo spareggio per lo scudetto.
Eppure quel Bologna, con un rigorino di Haller, aveva spezzato l’imbattibilità di 791 minuti del nostro caro Da Pozzo, ma di fronte a Gomorra si sta sempre dall’altra parte, sperando di non capitare fra le grinfie di Sodoma.
La seconda accadde nel 2005, ancora per solidarietà antimafia: per salvare la Fiorentina, grazie all’intercessione di Moggi, fu necessario trovare una vittima sacrificale, e il Parma e il Bologna furono costretti a giocarsi lo spareggio per la A.
Della Valle in ginocchio a elemosinare favori arbitrali, e Gazzoni in B a reclamare una giustizia che mai lo ripagherà, e che gli negò anche il diritto al ripescaggio, doveroso visti i trucchi contabili di altre squadre mai inquisite.
E’ incredibile che un torneo sportivo, amato e condiviso da milioni di persone, abbia regole interne e spartizioni del potere per cui vinci se te lo concedono e perdi se lo decretano, però è successo.
E’ inammissibile che, per arrivare più in alto dei papaveri, non basti giocare meglio ma occorrano anche i timbri e i nullaosta di tutte le componenti regnanti.
La terza situazione avvenne nel 1999, tempo in cui la forza del gufaggio genoano era ancora devastante, e non come oggi che invece si ritorce contro chi lo pratica.
Quel giorno la Samp vinceva 2-1 a Bologna, ed era salva, ma la coppia Trentalange & Ingesson subì un’offensiva telepatica dalla Nord, e al 94° confezionò un pacco con due fiocchi rossoblu, splendidi colori di doppia valenza.
Tra l’altro, fu rispettato in anticipo il noto pistolotto di Franchini, quello delle partite giocate sempre per vincere, quello con la morale a intermittenza, che a volte si distrae e si fodera gli occhi nel prosciutto “gran biscotto”.
Il Bologna viene fondato nel 1909 presso la Birreria Ronzani, in via Spaderie, ma si può anche immaginare che dal retrobottega filtrasse il solito profumo di tagliatelle al ragù.
E’ curioso scoprire i luoghi in cui sono nate le squadre di calcio: può essere un Consolato (Genoa), un Ristorante (Inter), una Fiaschetteria (Milan), la panchina di un viale (Juventus), una Palestra (Udinese), un Ufficio pubblico (Reggina), a volte un repessino di periferia (Samp), ma la godereccia Bologna scelse una Birreria… forse approfittando dell’assenza del rigoroso sindaco Cofferati.
I personaggi chiave del periodo d’oro furono due: in campo Schiavio, 18 anni di militanza e 242 reti segnate, e dietro le quinte Arpinati, il gerarca tifoso di cui s’è già detto, e che comunque aveva un senso del limite ben diverso da quello di Carraro.
Infatti, divenuto Presidente Federale e temendo accuse di partigianeria (per un fascista questa è grossa!!), non volle assegnare il titolo al suo Bologna secondo classificato quando, nel 1927, fu revocato al Torino per illecito.
Dopo i 7 scudetti gaudiosi, di cui uno doloroso, comincia una lenta decadenza: varie cadute in B, nonostante il Prof. Scoglio, e anche per due volte in C, finché nel 1993 arrivano i becchini ed è fallimento.
Oggi, dopo una faticosa risalita, è di nuovo sull’orlo del precipizio, pur mostrando le insegne inaspettate e paradossali del cannoniere del campionato.
Ma il calcio adora queste contraddizioni, basti pensare al Genoa che andò in B con Damiani e Pruzzo, o al Verona che retrocesse avendo in squadra Camoranesi, Mutu, Gilardino e Oddo.
Certo, l’ultima nostra trasferta al Dall’Ara non è stata edificante, e quel 3-1 sarà ricordato per la grottesca iniziativa di Barasso.
Mai visto un portiere che, per disporre la barriera, lascia i pali e va a discuterne con i compagni, dando loro istruzioni a domicilio: tiro di Torrisi a porta vuota, goal.
Fu quella la quart’ultima partita di Barasso titolare, e chissà che il Bologna non abbia contribuito con il suo 25% a sbloccare l’inspiegabile cecità dello staff tecnico.
Se poi si entra nel frullatore delle statistiche c’è da sentirsi male; dal dopoguerra, a Bologna, 14 sconfitte, 12 pareggi e solo 2 vittorie: una nel 1991 con tripletta del Pato, e l’altra in B nel 1985 con reti di Chiappino e… dell’immenso, incontenibile, favoloso… però incompreso… Tano Auteri!
E allora sarà meglio utilizzare la centrifuga dei ricordi, che poi è un altro modo per concedersi qualche coccola.
Quanta gioia in quel giorno del 1963, con il Bologna che concludeva il campionato al Ferraris, e il Genoa obbligato a vincere (ma va?). Segnò Galli, salvando una baracca che faceva doping da tutte le parti.
Tra l’altro, in campo sembrava di essere nella vecchia fattoria: Occhetta, Colombo, Galli, Pantaleoni… da una parte, Capra e Renna dall’altra.
Erano gli anni in cui, nei quartieri, poteva capitare una giardinetta con l’altoparlante sul tetto… “donne… è arrivato l’arrotino… l’ombrellaio e l’arrotino… donneeee… c’è il materassaio qui per voi”.
Ebbene, è dal 1959 che mi porto dietro un’immagine onirica, probabilmente mai avvenuta, ma precisa come un dagherrotipo Alinari.
E’ il racconto di un mio parente che, tornato da Bologna, descrisse una prodigiosa parata del nostro Ghezzi: in volo sulla destra, a causa di un rimpallo cambiò direzione in aria e parò sulla sinistra, ridicolizzando l’inerzia, la gravità e la sfiga.
Nei miei occhi di bambino rimase impressa quell’impresa non vista ma elaborata dalla fantasia e, ancora oggi, quell’uomo fluttuante nella luce della porta diventa un aquilone, che mi sorride, e mi sussurra… “ascolta, si fa sera”.
Ci siamo: il Grifone sbarca nell’ennesima ultima spiaggia, dove troverà il nuovo bagnino Papadopulo, ma circola il sospetto che queste situazioni disperate non siano poi così sgradite perché, invece delle barricate, si possono scoprire autostrade con il telepass sulla riga di porta.
Ma c’è dell’altro: anche le tradizioni sfavorevoli non reggono più e vengono sfatate una ad una, ed è tempo che nel pagliaio di Bologna si ritrovi quell’ago smarrito da Aguilera nel 91.
Da ogni anfratto della penisola pallonara giungono elogi al Genoa di Gasperini, e in giro si respira un’aria di consenso che quasi intimorisce, appena attenuata dalla botta di Zarate.
Ho come l’impressione che tocchi a noi rappresentare la rottura del dominio oligarchico, sì insomma… la banda dei 4, e che ci mandino avanti perché agli altri vien da ridere.
Ma va bene così, nessuno più del Genoa lo merita.
In questa apoteosi di incertezza planetaria, mentre la Fiat va a salvare la Chrysler e i Pooh, meglio tardi che mai, si disfano… ecco che il Genoa diventa la fiammella di speranza per i diseredati, un esempio per tutti gli ultimi che un giorno saranno… quarti!!
Forse.