Naia in rossoblu
Ormai, gli sfigati che hanno dovuto sorbirsi la naia sembrano i reduci del Monte Grappa, e parlano fra loro di esperienze incomprensibili per chi è riuscito a scansarle.
Fra riformati, raccomandati e finti malati, fra primogeniti di madre vedova e imboscati, fra assegnati alla riserva e incredibili beneficiari di “esubero quadri”, oltre ovviamente a tutto l’universo femminile… chi ha vestito la divisa meriterebbe una medaglia al valore, a prescindere.
Fermare la propria vita per 12 o 15 o 18 mesi, allontanarsi dagli affetti e magari perdere il lavoro per essere catapultato in un frullatore senza diritti, era un sacrificio pesantissimo, anche se la retorica l’ha sempre considerato un modo per “desbelinarsi”.
Se poi uno era Genoano, doveva pure fare i conti con l’astinenza dal Ferraris, un po’ diversa da quella sessuale, ma quanto a “voglia” non era da meno.
Le domeniche passate in caserma, per punizione, per servizio o per depressione, erano scandite dalla voce di Ciotti e Ameri che s’infilava nei corridoi, nelle camerate, nelle garitte, e a seconda dei goal c’era sempre qualcuno che esultava perché nel battaglione erano rappresentate più o meno tutte le tifoserie d’Italia, e gli sfottò erano più frequenti dei quotidiani gavettoni.
Era l’aprile del 1972 e il Genoa, non ci si può credere, galleggiava in B… ma aveva iniziato una fantastica rimonta verso la A.
Dopo 9 risultati utili consecutivi, e dopo aver espugnato nientemeno che Sorrento, partita chiave a Novara.
Mobilitazione. Esodo. Invasione. Golletto di Jacomuzzi (proprio come all’andata) e tutti a casa.
Pur avendo già in tasca il biglietto del treno speciale, non avrei mai visto quella partita, perché tre giorni prima mi aveva convocato la Patria: te la do io Novara… destinazione Aosta, alla mitica Scuola Alpina!
E così, nel pomeriggio in cui il Genoa segnava il passo, ero lì a ingegnarmi nei mestieri più inattesi: ago filo e ditale per cucire le stellette sulla tuta mimetica, vernice nera per lucidare gli scarponi marrone, e lotta frenetica per apprendere i segreti del “cubo” (il modo per piegare il materasso sulla branda), la più perversa invenzione dell’ordine militare dopo la Corte Marziale.
Il corso era particolarmente severo, e in 6 mesi pretendevano di confezionare un ufficiale di complemento con l’unica arma a disposizione: la disciplina ferrea, un formato bonsai dell’Accademia.
La contropartita sarebbe stata un discreto stipendio, ma a partire dal settimo mese.
Se in cortile camminavi invece di correre, era matematico che si aprisse una finestra qualunque e che una voce sempre diversa ti appioppasse 3 giorni di consegna.
Per non parlare della fatica fisica, acuita da marce interminabili e ingentilite da zaini che sfidavano la forza di gravità, perdendo sistematicamente la tenzone.
Alla sera si doveva pure studiare per non svaccare all’esame di fine corso, e quando finalmente il trombettiere a 45 giri suonava il silenzio, tutti già ronfavano alla grande, esclusi gli sfigati dei turni di guardia che sorvegliavano il nulla, ma che diventavano i bersagli delle sadiche ispezioni notturne.
So bene che di tutti questi ricordi non frega nulla a nessuno, e infatti mi sento come Eduardo (non il nostro!) in “Napoli milionaria” quando tentava di raccontare alla famiglia le sue peripezie in grigioverde, ma con una pacca sulla spalla tutti lo zittivano… “non ci pensare… è acqua passata”.
Dei 180 allievi della compagnia eravamo in 5 genovesi: 3 Genoani, un doriano e un agnostico, ma la sera dell’esordio del Grifo nel campionato 1972/73 tutta la caserma parlava del goal di Bordon al Perugia, così spettacolare da essere mostrato in Tv per decine di volte, e a ogni replica le penne sui nostri 3 cappelli subivano una giustificata erezione.
Quella rete, segnata al volo dalla trequarti su uno spiovente quasi verticale, era più di un auspicio: era il segnale della riscossa, il marchio dell’anno “buono”, e il tacito consenso della cabala a non intralciare la promozione.
Ora però si poneva il problema: come avrei fatto a star vicino al Genoa con davanti 10 mesi di naia?
Per fortuna la mia destinazione non fu il Trentino o il Friuli ma, seguendo le orme di Totò, mi ritrovai a Cuneo, a due ore dal Ferraris.
Era la settima stagione in B (oltre alla tragica escursione in C) ma, nonostante la consueta cessione del “più buono” (Turone) al Milan (ogni era ha il suo Galliani!), il duo Berrino-Fossati consegnò a Sandokan una rosa conforme al suo progetto triennale denominato “dalla C alla A”.
Non è che all’epoca mancassero i mugugni, tutt’altro, ma nessuno si sarebbe mai sognato di zittire i perplessi con lo slogan degli idioti… “vi meritereste il Montevarchi”.
E comunque ci pensò il campo a riunire i tifosi in un raro momento di ottimismo collettivo: 16 punti sui 18 disponibili nelle prime 9 partite.
Intanto ero diventato sottotenente e, incastonando i turni di “picchetto” nel calendario del Grifo, mi precipitavo giù dalla Savona-Ceva per respirare l’esclusiva aria della Nord.
Ricordo i 6 goal all’Ascoli di Mazzone, le tre pere al Brescia con il bacio al pallone immortalato in una famosa foto, la folgorante rimonta sul Varese che era passato in vantaggio con un certo Gentile, un’altra tripletta al Mantova (in porta aveva l’ex Da Pozzo) con l’ennesima prodezza di Bordon che fece urlare alla gradinata… “in Nazionaleeeee” (ma il ragazzo farà poi fiasco in serie A e dopo 6 partite il giovane Pruzzo era già titolare).
Riuscii perfino a saldare il conto con la nemesi andando in trasferta a Novara, che da “fatale” si trasformò in “trionfale”, nonostante la verve del giovane Zaccarelli e il carisma dell’ottuagenario Udovicich: 2-1 e altra doppietta di Bordon.
Quel giorno fu molto particolare, non solo per la vittoria vendicatrice, ma per il subbuglio di emozioni interiori che stentavo a dipanare.
Qualcuno potrà confermare che, per un militare in trasferta, l’incontro con i compagni di fede acuisce la nostalgia.
Era come se quei Genoani mi avessero portato un pezzo di Genova, e il soldato si era trasformato nell’emigrante che incontra i compaesani o nel patriota in esilio che finalmente riascolta la ben nota cadenza.
Lo so che Novara è dietro l’angolo, ma il meccanismo della commozione va per conto suo e non distingue i chilometri.
E alla fine, nel momento dei saluti, quando li vidi ripiegare gli stendardi e avviarsi verso casa cantando, avevo il magone sapendo di non essere libero come loro, e che la ricreazione stava finendo.
Mi torna sempre in mente un episodio della nostra storia, quando nel 1923 l’imbattibile Genoa andò a Padova a giocarsi la partita decisiva per accedere alla finale con la Lazio.
Ma lasciamolo raccontare al grande Edilio Pesce:
“… a Padova avvenne un prodigio… quel giorno all’Appiani, oltre ai numerosi genovesi giunti con il treno speciale, convennero da Venezia e da ogni parte dei presidi costieri dell’alta Italia centinaia di marinai genovesi nelle loro bianche divise. Orbene, quando i rossoblu sbucarono sul terreno di gioco, con sincronismo e grande regia, tutti i marinai gettarono in alto il loro berretto in segno di saluto, incitamento, giubilo, infiammando l’entusiasmo di tutti i genovesi presenti e soprattutto i giocatori fatti segno di tale improvviso, affettuoso, eccezionale omaggio; tutto il campo fu un solo grido… Genoa, Genoa!”
Il mio congedo e la promozione del Genoa ormai si avvicinavano, e in un’atmosfera festaiola mi ritrovai a Genoa-Brindisi, la quintultima piccola formalità prima del trionfo.
Il nostro portiere Spalazzi era tanto annoiato che si portò la radiolina in campo, e così distratto ascoltò dalla voce di Bortoluzzi che il Brindisi gli aveva appena fatto goal, a sua insaputa.
Sconfitta paradossale e qualche avvisaglia di panico, ma Corradi, Simoni, Maselli, Perotti, Bordon, erano più forti dei fantasmi e finalmente arrivò l’ultimo miglio.
Quel giorno a Cuneo c’era il giuramento delle reclute, ma con qualche complicità potei andare in fuga: mentre là si celebrava la fedeltà alla patria, 55.000 testimoni rossoblu volevano accertarsi in diretta che fosse tutto vero, perché troppe volte i miraggi erano spariti sul più bello.
In divisa da alpino, così da poter ripartire al volo al 90°, arrivai a Genova e mio padre agitatissimo mi caricò in macchina: puntando il Ferraris farneticava e mi descriveva il Lecco come una specie di Real Madrid.
A un semaforo di Corso Europa… bummmm… un’auto imbandierata di rossoblu ci aveva tamponati, ma lì avvenne un fatto straordinario che neppure Piero Angela saprebbe spiegare in 1000 puntate di Quark.
Senza nemmeno scendere, e senza trascendere come avrebbe fatto
normalmente, mio padre si sporse dal finestrino urlando… “non è niente, nessun problema, alè Genoa”: aveva paura di far tardi… ma era mezzogiorno!
Poi, nemmeno il tempo di vestire gli abiti borghesi, e all’improvviso ecco S.Siro.
Alla prima con l’Inter di Herrera ci presentammo in 20.000, e perfino Alberto Pigna alla DS fu costretto a celebrare l’evento.
E dopo quel pareggio strappato con i denti, con Rosato e Corso a lustrarci il blasone, e con Mazzola che imprecava alla sfortuna disegnandoci un culo con le mani, rimasi esausto nello stadio immenso e semivuoto a contemplare l’infinito, che però finì quasi subito.
Niente di che, solo una nuova retrocessione, una delle tante, il solito “mandàla” genoano che si fa e si disfa, ma che i Buddisti ci garantiscono rappresenti la caducità delle cose e la loro naturale rinascita.
Ed è per questo che oggi, anche se per prudenza mi sto preparando al peggio, resto convinto che gli dei del calcio un po’ di bene ce lo vogliano, e che proteggeranno la nostra cara maglia a quarti dalle frenesie del business e dalle insidie dell’oblio.
- Accedi o registrati per aggiungere un commento





Commenti
ANcge io ero in zona 85-86
Anche io ero in zona 85-86 Borgo San Dalmazzo, ricordo le volte che riuscivo a seguire il Genoa comprando al botteghino il biglietto ridotto militari
Stupendo quando lasciai a mio figlio (per chi non ha fatto la naja il più giovane della caserma), di stecca, il mio armadietto decorato all'interno stile "Fossa dei Grifoni".
Uomini di mondo.
Ciao Massimo,circa 20 anni dopo mi ritrovai anche io a Cuneo,o meglio San Rocco di Castagnaretta.Ebbene si l'anno e' proprio quello della Coppa Uefa,forse la giusta punizione per aver buttato via del tempo all'universita' senza studiare,quindi mentre i genoani invadevano Oviedo io partecipavo ad una simulazione di attacco notturno sopra Boves,il gol di Tomas con l'Oviedo lo vidi ubriaco nello spaccio della caserma e quando avevo il mano il modulo per poter espatriare durante l'anno di militare e raggiungere Liverpool quel gigantesco figlio di troia di un tenente mi disse che non poteva lasciarmi andare,con quello che gli dissi rischiai il carcere militare poi me la cavai col mancato passaggio a caporal maggiore.Ebbene si ho visto il Genoa perdere ad Andria e non l'ho visto vincere all' Anfield Road quindi qualche altro giro in Europa penso di meritarmelo alla faccia di Preziosi e Mister No
Coincidenze
Anch'io ho fatto il militare nel periodo di una gloriosa cavalcata verso la A
'88/'89 e il grande Prof in panca!!!
Quell'anno potei vedere solo Genoa Empoli 2 - 2 doppietta du Quaggiotto.
I complimenti al tuo pezzo sono inutili
Grandissimo Nemesis! I
Grandissimo Nemesis!
I ricordi di naia non sono necessariamente gli stessi, io venni assegnato ad un battaglione CAR di fanteria relativamente vicino a casa, ma le marce, i poligoni di tiro, gli urli, i PAO, le guardie, le “delizie” della mensa e le polveriere sono state esperienze tutto sommato positive.
I treni presi di corsa li ricordo anche io.
Il Genoa del 72/73 è stato il primo che seguii con una certa assiduità, Turone era un idolo e per abituarmi il generoso Renzo lo cedette al primo vero tintinnio di moneta.
Ero in prima elementare, ricordo ancora il grembiule nero, il fiocco blu, la stilografica e la carta assorbente.
Riguardo della “plusvalenza”
Renzo era Milano nella sede del Milan, unitamente all’avvocato Sordillo e al presidente dei rossoneri Buticchi, per formalizzare il contratto.
La segreteria del Milan aveva redatto le cambiali che il Genoa, meglio il Generoso Renzo ed il signor Berrino, avrebbero “scontato”; l’occhio acuto del generoso Renzo si accorse che le cambiali erano state emesse con un errore: avevano la stessa data e non a trenta, sessanta, novanta... tutto contento, ma senza dare nell’occhio se le mise in tasca, quando i milanesi si accorsero dell’errore era tardi.
In realtà avevano confidato nel tratto signorile del generoso Renzo, poveri ingenui.
Grazie per il bel racconto, Pierangelo.