La strana giornata di Juan Carlos Verdeal

Via del Piano… S.Gottardo… Ponte Carrega… non è un “Triangolo delle Bermuda”, ma è il perimetro che contiene infinite storie rossoblu.
Se ci cadi dentro qualcosa trovi sempre, come se il tempo fosse uno speciale Genoa-Store che non espone sciarpe o felpe, ma le cellule staminali della memoria.
L’altro giorno, portando a spasso la mia malinconia, ho frugato in quella cambusa self-service e nello “scaffale 1946” ho ritrovato una favola vera,
forse abbellita da qualche ricamo, ma che val la pena di raccontare perché è a lieto fine… un optional di cui oggi c’è molto bisogno.
Juan Carlos Verdeal, la cui mamma italiana si chiamava Carmen Rosso (con la “o”, mi raccomando), tirava calci in Patagonia ma, un po’ per il vento impetuoso e un po’ per la dinamite nei piedi, il pallone gli finiva sempre in Brasile, e allora pensò che valesse la pena trasferirsi là.
Giocò nel Fluminense, nella Juventude S.Paolo, poi si trasferì a Caracas, dove raccontano ci siano i “peggiori bar”, ma solo perché non hanno visto quelli sotto casa mia.
Faceva mirabilie nel Dos Caminos e fu notato da un amico del Genoa, che non a caso si chiamava Magnifico, anche se il nome era Ugo e non Lorenzo.
Se Stabile era sbarcato dal Conte Rosso tra la folla in delirio, Verdeal viaggiò sul più modesto Vulcania e ad accoglierlo, invece dei Grifoni, trovò solo uno stormo di gabbiani distratti.
Pagato 600 mila lire arrivò a Genova ma, prima della firma sul contratto, c’era una piccola formalità da verificare: era davvero un campione o uno dei soliti pacchi che, a parte “el filtrador”, il Sudamerica ci rifilava?
Con Youtube “momentaneamente” fuori uso, e usando il noto antivirus locale chiamato “diffidenza”, c’era un solo modo per scoprirlo: vederlo all’opera.
Per quello strano esame di maturità fu allestita una commissione straordinaria, e mentre Garbutt e De Prà lo interrogavano sul campo, Tosi e Ghiorzi preparavano in Sede la pergamena del diploma.
Sì, proprio lui, Mister Garbutt per la quarta volta sulla panchina rossoblu, appena richiamato e già scalpitante come lo era nel 1912, quando si trapiantò un Grifo nel cuore e non bastarono due guerre a scucirglielo.
Era agosto, un caldo bestiale che tramortiva i ritmi della vita, e il custode del Ferraris cercava refrigerio innaffiando l’ombra della tribuna sul prato, quando un’improvvisa telefonata proveniente da Marte gli scombussolò la pigra routine.
“Traccia le righe sotto la Nord, arriviamo tra poco”.
Provò a chiedere spiegazioni, e la risposta fu chiarissima: “click”.
Alle 11 il taxi partì da De Ferrari e Verdeal, , dal finestrino, ammirava i sontuosi palazzi di Via XX Settembre feriti dalle bombe, ma non riuscì a scorgere il mare, che da qualche parte doveva pur esserci; tuttavia, svoltando a Brignole verso Marassi, riuscì a percepirne il profumo, così simile a quello di Puerto Madryn, la sua bella città fondata dagli immigrati Gallesi.
I tre personaggi in cerca di autore entrarono nello stadio deserto, ma un autore con i fiocchi lo trovarono per davvero: avvertito da chissà chi, il sublime aedo Edilio Pesce era lì ad aspettarli con il suo blocco notes, e proprio grazie a quegli appunti è possibile raccontare questa favola.
Verdeal aveva con sé l’inseparabile “borsa dei ferri”, e chissà quali carabattole si era portato dietro dall’altro emisfero; ma quando tirò fuori un vecchio paio di scarpe scalcinate, e pretese di usare quelle, Garbutt e De Prà si scambiarono un cenno d’intesa, perché nel codice dei calciatori
era un segno di “classe”.
Garbutt in maniche di camicia, ignorando i suoi 63 anni, crossava come se ancora vestisse la casacca dell’Arsenal; sembrava un ragazzino, e perfino la griglia di rughe che gli incideva il volto si allentò in un sorriso.
De Prà in pantaloncini nella sua vecchia porta, che lui sentiva un po’ come l’uscio di casa, studiava le sapienti traiettorie che bussavano per entrare, ma soprattutto scrutava il modo in cui quel diavolo colpiva la palla.
Verdeal, appostato ai limiti dell’area, sembrava un ambulante che espone la sua merce, con eleganza e sobrietà e senza gli inutili svolazzi per le allodole di turno.
La Gradinata deserta assisteva muta all’evento ma, per una misteriosa alchimia telepatica, sussultava a ogni bordata.
Ci fu una serie di tiri al volo, di destro e di sinistro, e le movenze armoniose trasformavano ogni gesto in un progetto, che di lì a poco si realizzava.
Garbutt passò poi ai lanci rasoterra, e la grazia di Verdeal rispose accarezzando il pallone, che obbedendo alle coccole si torceva negli effetti più inattesi.
Dopo la fiera di tutti gli stop possibili e immaginabili... di piede, di petto, di coscia, a seguire e a rientrare, Garbutt ebbe un’idea maliziosa: calciò un campanile esagerato e il pallone, in viaggio verso il cielo, provocò un' eclissi breve quanto un battito di ciglia; poi ricadde dritto sul giocatore che l’aspettava, per azzerargli la gravità.
Fu questione di un momento: Verdeal se lo incollò al piede e lo posò sull'erba con una semplicità disarmante, così diversa dal male incurabile degli attuali “stop a inseguire”.
Il caldo infieriva ma il programma si avviava ormai all’epilogo, mancava solo la raffica dei rigori per fortuna senza i supplementari: gli esami erano finiti e i tre si sentivano sfiniti.
Perfino il pallone sembrava esausto, ma le cuciture del cuoio avevano disegnato una faccina che ride, rivelando così ai presenti quanto avesse gradito quei calci così garbati.
Non servivano molte parole per ratificare il test, bastavano gli sguardi, e fu così che cominciò il film di una carriera da Oscar: “ciak, buona la prima”.
E mentre Verdeal allentava i lacci dei suoi stanchi attrezzi, De Prà corse nello spogliatoio per telefonare in Sede a Ghiorzi e Tosi, pronti con il colpo in canna: "tutto bene, preparate il contratto, abbiamo il fuoriclasse".
Anche il custode del Ferraris, che pure ne aveva visti passare tanti, sentiva in cuor suo che questo era diverso, e si sbilanciò in un promettente “arrivederci”.
Verdeal fu un campione vero, forse il più grande della storia rossoblu, e dove non arrivarono le sue prodezze ci pensò la fantasia dei tifosi ad alimentare la leggenda.
Ancora oggi c’è chi racconta che, dopo un suo lancio di 60 metri, sia giunto lui stesso a ricevere la palla e a metterla in goal: le solite esagerazioni… forse i metri erano solo 50.
Gambe lunghissime, esaltate dai pantaloncini che la moda voleva attillati; fisico asciutto ma armonioso, longilineo ma agile, fuggiva palla al piede e le sue movenze abbattevano i birilli sconcertati.
Claudio G.Fava lo descrive con un tocco di poesia: “una maglia rossoblu che ondeggiava al Ferraris come una spiga di grano”.
Serio, riservato, lettore accanito, parlava quattro lingue; divenne allenatore ma a soli 50 anni chiuse con il calcio, e quando guardava una partita in Tv azzerava l’audio per non farsi influenzare dal cronista.
Nel 1976 i suoi tifosi, che oggi chiameremmo “vedove”, lo invitarono a Genova e rimase stupito di quanto il suo ricordo avesse resistito al tempo; commosso ed emozionato, sventolando la sciarpa rossoblu, corse verso la Nord con il cuore in tumulto.
Ancora per molti anni lo speaker, fra un “orario Bulova” e un “mio nonno vestiva da Mauri”, avrebbe continuato a leggere il telegramma di auguri che Verdeal inviava da Rio prima di una partita importante.
Quando poi nel 1999 arrivò lassù al terzo piano, stupì tutti per la sfolgorante cravatta rossoblu che portava, e che aveva preteso per l’ultimo viaggio.
Garbutt e De Prà lo riconobbero subito per l’eleganza del portamento, e lo vollero con loro tra i grandi.
Ma c’è di più. Gira voce che ogni tanto si facciano una partitella all’americana, con De Prà in porta, Garbutt a dettare i tempi e Verdeal a calciare un rigore ogni tre corner.
E allora perfino l’arbitro, notoriamente severo ma imparziale, si ferma compiaciuto a guardarli e chissà che un giorno, da Signore qual è, in qualche modo e con altre sembianze non ce li restituisca.
Al limite, anche in prestito con diritto di riscatto per la metà.
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Commenti
Lacrime agli occhi
Massimo.....è inutile,sei tù l'Osvaldo Soriano rossoblù!!!
Grazie !!!
Durante la lettura della storia mi sono ritrovato in gradinata ad esultare per ogni tiro, per ogni stop, per ogni sua prodezza.. Verdeal mi è sempre stato raccontato da mio padre, che allora giovincello poteva ammirarne le gesta dal vivo, ma ad ogni suo racconto leggevo nei suoi occhi l'emozione di chi ha visto un grande campione. Ho avuto poi modo di incontrarlo alla Polveriera al Righi e anche se il campione ormai aveva smesso da parecchio averlo visto ed avergli detto che era come se l'avessi sempre conosciuto grazie ai racconti di mio padre, suscitò in lui una reazione emotiva e un sorriso che ho ben impresso nella memoria.. Grazie ancora Massimo