Come in un sogno... ma vissuto davvero!
Hai 116 anni. Sei vecchio. Esponi cicatrici e medaglie valorose. Potresti adagiarti appagato nella tua nicchia di gloria, ma i segnali che emani reclamano nuove avventure.
Il certificato di nascita è un vecchio libro mastro, dove un pennino impaziente ha sancito la genesi anzi, the beginning, of course.
Oggi verrò a trovarti, per avere le prove che non mi abbiano raccontato balle, e per verificare che la leggenda coincida con la storia.
Porterò con me il bambino che ero e il vecchio che sarò, cercando una mediazione tra i frammenti del passato e le istanze del futuro.
Quando si entra in un Museo bisognerebbe spogliarsi. Non degli abiti, naturalmente, ma di ogni affanno, angoscia o dispiacere che possa inquinare la mente.
Se poi il Museo è quello del Genoa, allora conviene disporsi all’ascolto di favole antiche, quelle che i nonni ci raccontavano nelle notti stellate dell’infanzia, perché un quadro di Van Dick appaga gli occhi con il fascino dell’arte, ma il pallone del primo scudetto riattiva i circuiti delle emozioni ossidati dalla noia.
Già all’ingresso mi accoglie la mostra temporanea che “Blugenoa” propone a chi ne accetta il presupposto onirico: il Genoa prima del Genoa, quando il Grifone, S.Giorgio, il rosso e il blu erano simboli di altre entità, ma che la fantasia può tradurre nei segni premonitori di un Genoa che non c’era, come se gli eventi avessero sanato quell’esigenza latente.
Sostiene Josè Saramago che la vita è breve, ma in essa entra più di quel che siamo in grado di vivere; ed è proprio così nelle 13 sale del Museo, da cui si accede a una dimensione imprendibile, perché ogni cimelio rinvia ad un altro e, in fondo alla fila di tutti questi “ieri”, ci si ritrova con la voglia del “domani”.
L’impatto cronologico è obbligato, e le ultime pagine dell’800 scorrono quasi inconsapevoli della loro responsabilità: il fenomeno calcio è agli albori, e piccoli trafiletti nei giornali ne annunciano l’aurora. In Via Palestro è successo qualcosa, ma quando arriverà Spensley?
Fra documenti e verbali struggenti, il Genoa prende forma e comincia a vincere: non ditelo a Gasperini, ma quel 2-3-5 era insuperabile, anche se il “mego” in porta non usciva mai.
Non mancano chicche inaspettate, come l’esotica bicicletta del Presidente Geo Davidson, che a Sampierdarena ci invidieranno per i noti motivi ciclistici.
La vetrina dei trofei luccicanti mi abbaglia, e accetto il pedaggio del rimpianto per quello che manca: il decimo a forma di stella.
Ma non è l’unico; il Viareggio del 2005 meriterebbe una “colonna infame” perché, quando la frode s’insinua nei tornei dei ragazzi, non c’è più ritorno.
Il percorso è punteggiato da infiniti gagliardetti esposti, ciascuno dei quali è una stretta di mano in qualche campo del mondo, e nobili riviste sportive si denudano mostrando l’essenziale, quando Sky era una fotografia in bianco e nero e la moviola niente più che una serie di disegni, con le frecce a indicare i movimenti: forse è per questo che si litigava meno.
Intorno, ovunque, come una filigrana che ne certifica l’autenticità, affiora il fascino di una Genova ancora superba, che i filmati dell’Ansaldo e i dagherrotipi dell’epoca mostrano intenta a crescere e ad abbellirsi e, quando il Genoa le cade addosso come una folgore, trasforma il suo grigio in un nuovo colore: il rossoblu.
Con sorpresa m’imbatto nell’albero genealogico dei Campi del Genoa, la cui evoluzione è rappresentata da plastici che farebbero schiattare Bruno Vespa, e scopro che la Cajenna in cui giocava l’Andrea Doria era più corta e più stretta dell’attiguo prato su cui trionfava il Genoa: “noblesse oblige”.
Prima di recidere il cordone ombelicale fra il calcio e il “Gregotti”, come qualcuno ha osato definirlo negandogli il suo vero nome, sarebbe utile e decisiva una visita guidata a questo Museo, perché il Ferraris è l’utero della storia e deve continuare a partorire generazioni di Genoani.
Osservo le scarpe da football di Levratto, e vedo in loro il corpo del reato: con una violentissima bordata al volto, il centravanti spezzò la lingua al portiere del Lussemburgo Bausch (oriundo milanese?) e, nell’azione successiva, lo vide coprirsi il viso per evitare altri guai; ormai sul 2-0, pare che abbia rinunciato al tiro.
Mi sento un ibrido fra lo speleologo e l’archeologo, e imboccando una promettente scala mi addentro nelle viscere di questo Genoa che finalmente si autocelebra.
La Sala Blu si annuncia con l’allegria di un juke-box e con l’ottimismo del progetto più ambito: la zona di Marassi senza le carceri, ed è gradevole questo messaggio che quadrerebbe il cerchio e placherebbe le tensioni.
Accanto al futuribile, c’è il radioso passato di Burlando e De Prà, figli prediletti di una città che nel 1924 aveva 10 genovesi nell’11 titolare, e forse in campo potevano permettersi il dialetto come lingua ufficiale: con un allenatore inglese non era il massimo, ed era un po’ il contrario di quel che accade con il Mister di oggi.
Da lì inizia la galleria completa dei Presidenti che gestirono un secolo di trionfi e delusioni, e anche l’iconografia degli Allenatori che, anch’essi nel bene o nel male, hanno lasciato le orme del loro passaggio.
Per alcuni fu un attimo fuggente segnato dalla firma su un contratto, per altri la condivisione di un nobile ideale che li avrebbe contagiati per sempre.
Su tutti Mister Garbutt: una vita complicata, una carriera vincente, un addio imposto, un gradito ritorno.
Oltre ai ricordi ci resta una reliquia, e a quell’orologio che gli fu donato dai soci del Genoa non chiediamo di scandire il tempo, ma di fermarlo.
L’evoluzione delle maglie rossoblu mi appare come una piccola metafora del degrado che fagocita lo sport: da simboli di squadra a veicoli pubblicitari e il vederle così, abbracciate una all’altra in vetrina, sembrano i fotogrammi di un film che racconta una vita intera.
Ho davanti le casacche di Santamaria, De Vecchi, Verdeal, e vien voglia di tastarle, di toccare il mito che si fa materia, anche se sdrucite, tarlate, sbrindellate, corrose da mille battaglie e da anni di onesto sudore.
Grazie a una cuffia si possono anche rivivere i tempi della radio quando Enrico Ameri, Genoano pure lui, raccontava le imprese di altri palpitando silente per il Grifo: i suoi battibecchi con Ciotti sono la colonna sonora di una generazione che le partite poteva solo immaginarle, e tra le sfumature delle parole vedeva azioni di rara bellezza.
Per avere diritto a un Museo bisogna aver combinato qualcosa nella vita, se non altro per poter riempire le sale, e l’aspetto naif di questo del Genoa è proprio il suo rapporto con i Genoani, che hanno travasato qui i loro preziosi reperti, come un gigantesco puzzle da completare in famiglia nella notte di Natale.
E proprio ai Genoani è dedicata la Sala Rossa, colma di sciarpe, adesivi dei Club, foto di balconi imbandierati, un affresco con migliaia di volti diversi e tutti uguali, appesi alle reti, pigiati in gradinata fra stendardi e striscioni, in uno dei quali si legge un misterioso avvertimento: “a dispetto dei maligni”.
Si possono riascoltare i cori da stadio, ed è commovente rivivere le vecchie e artistiche coreografie, intense, effimere, che come falene vivono un minuto dell’infinito dopo una gestazione eterna.
Ma il vero caleidoscopio delle meraviglie è uno schermo che obbedisce ai comandi della mano, e neppure nei sogni si poteva azzardare tanto: un tocco del dito e ricomincia la partita giocata 50 anni prima.
Istituto Luce, Incom e Teche Rai non hanno più memoria di noi, ma hanno le immagini.
Ed è struggente guardare gli occhi di chi le guarda, di chi rivede ciò che aveva visto dal vivo, o di chi scopre oggi le inedite movenze di nomi soltanto percepiti.
Ci sono svariati incontri, vinti o persi, famosi o insulsi… ma quando mai il Genoa ha giocato un match insignificante?
La curiosità morbosa mi spinge a cercare l’autocorner con cui Castellini propiziò Faccenda, ma quella Lampada di Aladino è in grado di esaudire anche richieste raffinate: la partita in cui Meroni sbancò S.Siro e mostrò ai distratti il suo talento.
Trovata! E’ la Coppa Amicizia Italo-Francese, del 1963, contro un Milan fresco campione d’Europa, battuto per 2-1: Gigi ha il numero 9 addosso, magrissimo, esile, quasi fragile… imprendibile.
L’apnea sta per finire e, mentre esco a riveder le stelle, mi coglie un pensiero che ha il valore di un auspicio: vorrei che la Fondazione dovesse, tra breve, rivoluzionare la sala dei trofei e dedicare un congruo spazio alle nuove e imminenti vittorie del Genoa.
E presto dovrà cercare altri locali perché, dopo aver verificato la solennità di questo Museo, il flusso di materiale si eleverà a potenza.
Azzardo una proposta: cercare ogni via diplomatica per riportare J.R.Spensley a casa, nella sua Genova. Ne ha diritto lui, e anche noi.
Infine mi permetto di segnalare alcune carenze riscontrate.
Che fine hanno fatto le sedie degli spettatori di Ponte Carrega? (nomen omen)
E il fischietto dell’arbitro D’Agostino che a S.Siro ci sospese per nebbia la partita che stavamo vincendo?
La moneta che Meroni s’infilava nel taschino palleggiando?
E la scarpa del siluro di Branco nel derby?
I cuscini di carta da tirare in campo?
Le mignon dell’Amaro 18 Isolabella?
I “ciungai” spiaccicati sui gradoni?
I pacchi di sale contro la sfiga tirati in campo dai tifosi?
E l’ora Bulova sempre sbagliata? (con relativo brusio della folla)
E poi… che ne è di… “dalla pioggia e dall’ombrello chi ti salva? Vittadello!!”
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Commenti
Riley
Nella pagina della fondazione compare il mio nick! Mr Riley