Cronaca immaginaria di una storia vera

Autore: 
Nemesis


Pontevedra – Hotel Avenida – ore 22,30 del 6 luglio 1964
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“Buonasera Mister Jo, c’è un telegramma per lei… arriva dall’Italia, da Genova”.
Due occhi stupiti inquadrarono con sospetto quel pezzo di carta, e il cuore preoccupato si dispose alla difensiva accelerando il ritmo perché si sa, un telegramma è come uno starnuto: ti coglie all’improvviso e in genere preannuncia un accidente.
Nel testo la conferma: “Causa inderogabili esigenze bilancio est imminente cessione Meroni stop cerchiamo valido rimpiazzo mercato Gallia stop spiacenti ma obbligati stop”.

Per discrezione, il portiere dell’Hotel si fingeva indaffarato, ma intanto sbirciava le reazioni di un uomo che era appena stato tradito dal suo Genoa, e che furiosamente appallottolava la notizia più tragica che potesse arrivargli, come se buttarla nel cestino fosse un modo per scacciarla.
Mister Jo era il modo in cui tutti chiamavano Beniamino Santos, l’uomo che aveva realizzato la metamorfosi del Genoa da crisalide a farfalla, ma a cui ora toglievano le ali per volare.
Era venuto in Galizia con la famiglia, incastonando la vacanza nel breve letargo che il calcio concedeva.
Il campionato era finito il 31 maggio con tre bei ceffoni alla Juve e un signor ottavo posto; poi di corsa a giocarsi la Coppa delle Alpi, un torneo a cui il Genoa teneva molto e che aveva già conquistato due anni prima.
Fu un grande successo: 3 vittorie su 3 gare,  e poi il trionfo nella finale di Berna contro il Catania.
Era già il 1° luglio, e bisognava far presto; Santos si precipitò a Genova per caricare i bagagli in macchina e riunirsi alla moglie e alle due figlie, che scalpitavano.
Per loro due settimane al sole della Spagna; per i Genoani che boccheggiavano in città invece, le solite “montagne russe” tra l’euforia per risultati inattesi e l’allarme per certe strane voci di mercato: quel repentino telegramma avrebbe risolto i loro dubbi.
La reazione di Santos fu immediata, abituato com’era alle tempestive mosse tattiche in campo, e stavolta scelse una strategia di attacco.
Sua moglie, comprensiva come tutte le mogli degli allenatori, aveva già capito che la vacanza stava per finire; glielo aveva letto negli occhi fiammeggianti, e bastarono poche parole per definire il piano: “mi spiace ma domani si torna a Genova, devo parlare con il Presidente Berrino, e gli dirò che… o resta Meroni o mi dimetto”.
Il motivo di tanta durezza non era solo tecnico, se pur gravissimo, ma umano: sarebbe stato come togliere a Gasperini la sapienza tattica di Juric, a Bagnoli le fulminee invenzioni di Aguilera, o a Preziosi le grasse plusvalenze di… chiunque.
Inoltre Santos era in simbiosi assoluta con Gigi, e se l’era cullato dalla bambagia fino alla recente ribalta, limitandogli inutili ghirigori e inserendo il suo estro al servizio della squadra; ed era stato ripagato con la moneta che un allenatore predilige: grande serietà e straordinarie prestazioni, di cui ancora si parla… e qualche volta si scrive.

Beniamino Santos, per gli amici “Jo”, era arrivato in Italia nel 1949, ingaggiato dal Torino che annaspava nel dopo-Superga.
Non era facile vestire la maglia dei fulgidi campioni scomparsi, e a lui toccò quella pesante di Valentino Mazzola, ma aveva buona classe e un gran tiro che, nel primo anno, gli fruttò ben 27 centri.
Era Argentino, di Cafferata, ma sarebbe riduttivo affibbiargli la solita metafora del tango, dell’asado e di Gardel, un po’ come parlare di pizza e mandolino per un Italiano ma poi scoprire che un Genovese è molto più simile al signor Mc Callaghan di Glasgow.
Comunque giocava mezzala nel Rosario Central, con eleganza e generosità, e il suo talento gli consentiva anche di costruire gioco.
I  più anziani lo ricordano al Ferraris, nel 1950, segnare un gran goal con la maglia granata, e probabilmente prendersi la sua bella razione di insulti.
Poi passò alla Pro Patria, prima come giocatore e poi da allenatore, finchè di nuovo il Torino gli offrì la guida della squadra.
Nel 1963 il Genoa, che si era salvato all’ultima giornata con una drammatica vittoria sul Bologna, pensò di voltar pagina e di inaugurare un nuovo ciclo, possibilmente tranquillo, e il Presidente Berrino volle affidare la panchina a Mister Jo, uno che puntava alla concretezza e all’organizzazione… di cui c’era un gran bisogno.
Quell’uomo non fu soltanto l’allenatore del Genoa, ma era percepito come un ingegnere capace di progettare un ponte da qui all’infinito, assegnando a ciascun operaio il compito adeguato, e non missioni impossibili.
Accadde così che i Genoani, dopo tanto tempo, provassero una sensazione nuova e affascinante: nelle trasferte, non si era mai battuti in partenza.
E la solidità della squadra si proiettava nella passione dei tifosi che, cominciando a organizzarsi in club, erano presenti ovunque e sempre più numerosi.
D’altra parte, anche nel 1964 sentirsi “Genoano” non era solo una parola, ma una categoria dello spirito, ed era come avere sulle spalle un vecchio zaino con l’occorrente per fronteggiare ogni evenienza: la gavetta per i rari pasti caldi, la borraccia per brindare alla salvezza, una mantella per sottrarsi ai temporali del mercato, la bussola per orientarsi nell’ipocrisia del calcio, una mappa per non cadere nelle trappole, e un sacco a pelo per scaldarsi nelle fredde notti della decadenza.
Santos portò da Torino un certo Locatelli, anche lui Argentino, fece acquistare Piaceri, Fossati, Calvani, il vecchio Bicicli e il fuoriclasse Amalgama, per completare l’organico.
Costruì il bunker della mitica Da Pozzo – Bagnasco – Colombo – Bassi – Rivara, la centrale operativa con Baveni – Bicicli – Pantaleoni – Locatelli, e il poligono di tiro con Piaceri e Bean.
A parte, nel suo mondo incantato tra fate e folletti, c’era Meroni, a cui Santos dava un ordine specialissimo: “vai in campo e fai quello che ti pare, saranno gli altri a preoccuparsi di te”.
I Genoani invece, gli chiedevano qualcosa di più preciso, una cosa da nulla: dribblare tutti, entrare in porta con la palla, e far vincere ogni partita.

Nella camera d’albergo, la famiglia Santos ricomponeva i bagagli, ma il finto arcigno dal nome gentile era teso come alla vigilia di una finale, e un fosco presagio si stava insinuando: “sarà un lungo viaggio, speriamo non ci siano intoppi”.
Certo, avrebbe potuto chiamare subito Berrino e dirgliene quattro, ma la sua schiettezza gli faceva preferire il faccia a faccia, e un simile affronto voleva sentirlo in diretta.
Regolò la sveglia sulle 5, ma l’angoscia non ha orari e in quella breve notte non gli avrebbe consentito neppure di appisolarsi.
Poi chiuse l’ultima valigia, ed era come se tra le camicie e le magliette avesse riposto le illusioni; la speranza invece, quella di bloccare la fatale cessione, la tenne per sé, direttamente nel cuore.
Oggi noi, abituati ai disinvolti baratti di Motta – Milito – Ranocchia - ecc, stentiamo a credere che un Allenatore potesse ribellarsi con tanta veemenza, ma ogni persona ha il suo peso specifico, e poi nel 1964  il commercio dei giocatori non era così frenetico e ineluttabile, e c’era un margine per l’affetto innocente della gente verso i propri idoli.
E comunque il Genoa non aveva grandi campioni da difendere: Meroni fu il capostipite delle plusvalenze cercate e ottenute… il primo di una lunga serie che ancora imperversa.

L’avvento di Santos fu come uno spartiacque, e da quel momento gli avvenimenti cominciarono a carambolare sbattendo l’uno contro l’altro, fino a comporre la sequenza di un indimenticabile dòmino, e ogni episodio era così intenso che da solo avrebbe meritato la sua nicchia nella storia…
la surreale invasione di campo con il Catania…
il travolgente 3-0 in notturna con la Roma…
la doppietta ubriacante di Meroni alla Fiorentina…
la vittoria nel derby di andata…
i cinque 0-0 consecutivi…
il pareggio in casa della Juve…
la sospensione per nebbia al 70° mentre si vinceva a S.Siro con l’Inter…
il record d’imbattibilità di Da Pozzo…
il bel pareggio col Milan e la vittoria a Bergamo…
la danza e il goal di Meroni allo sconcertato Zoff…
i goal di Meroni alla Lazio, alla Spal, al Bari…
della tripletta alla Juve e della Coppa delle Alpi s’è già detto…
insomma, la fabbrica delle emozioni lavorava a oltranza, e i Genoani erano consumatori sempre più assidui e soddisfatti.
Mister Jo sapeva trattare i giocatori e, pur con la maschera da uomo burbero, era riuscito a creare un notevole feeling con i suoi ragazzi.
Magari litigava con Da Pozzo per gli allenamenti un po’ svogliati, o con Baveni per un eccesso di apatia, ma il dialogo era franco e tutto finiva in un sorriso.
Con Meroni poi rasentava la complicità, tanto che Gigi era arrivato a chiedergli la finta ingessatura di una gamba per evitare il ritiro della Nazionale, e starsene in pace con la fidanzata.

L’ultimo viaggio di Santos cominciò all’alba e, come nei film, un acquazzone estivo aveva reso ancor più malinconico il set.
Erano gli anni de “Il sorpasso”, ma la velocità con cui si inseguiva il successo non era solo una metafora, e il calcio offriva ampie scorciatoie… oggi addirittura autostrade.
Santos invece era più attratto dai valori umani, e chissà se avrebbe retto questo calcio moderno che tritura i sentimenti.
Traversando la Galizia scelse la via panoramica di La Coruña, più lunga ma più gradevole, anche perché in quella città aveva giocato per un anno.
Era teso e concentrato, ma su che cosa si può soltanto immaginare.
La moglie e le figlie sonnecchiavano, dondolate dalle curve come in un gioco.
L’autoradio borbottava qualcosa riguardo ai Beatles… “ieri a Londra la prima del film A hard day’s night”.
Il contachilometri sembrava finto, con la lancetta inchiodata oltre i limiti della prudenza.
Finalmente un rettilineo e, il piede che infinite volte aveva accarezzato il pallone, schiacciò più a fondo il pedale, forse troppo.

Un filare di alberi, di quelli con la riga bianca alla base come usava una volta, tracciava il percorso che, visto in prospettiva, sembrava un imbuto… e lo fu per davvero.
Un sorpasso, poi un altro, una curva vigliacca, l’asfalto lucido che molla la presa, e il destino che sceglie un platano per fermare il viaggio terreno di Beniamino Santos.
L’impatto tremendo non gli lasciò scampo, però ebbe pietà dei suoi familiari, feriti ma salvi.
Nella lontana Genova, il Grifone ignaro si preparava a una giornata tragica.
Nel pomeriggio, gli strilloni del Mercantile avrebbero invaso una Rametta prima incredula, e poi atterrita.
Alla bella favola di Santos mancò il lieto fine.
Quella di Meroni in rossoblu era ormai conclusa.
Pochi giorni dopo, dalla Sede del Genoa partiva una telefonata: “Pronto, casa Amaral? Vorremmo proporle di diventare Allenatore del Genoa”.
Fu subito 4-2-4 e gioco a zona, ma per poco, perché i giocatori erano impreparati a quegli schemi, e il magnete senza scrupoli della serie B volle il Grifo con sé.
Al terzo piano della Nord, Mister Jo scuoteva la testa, e l’unica consolazione era l’affetto dei Genoani che, nei modi conosciuti solo a loro, riusciva a raggiungerlo anche lì.

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alzarsi la domenica mattina

alzarsi la domenica mattina di "buonora" e poter godere di questi racconti di genoanità è sempre piacevole.......GRAZIE ANCORA!!! al prossimo.............

Berrino, Meroni, Peirò....

Buon giorno Massimo,

hai scritto un bellissimo racconto, capace di farmi tornare indietro nel tempo, vivendo non solo i momenti descritti.

Assaporando una Genova diversa, probabilmente per tanti aspetti migliore della attuale, una Genova che avrei iniziato ad assaporare due anni dopo quelle vicende e che mi avrebbe accompagnato dall'infanzia all'adolescenza.

Di Meroni e di Santos, di quel Genoa sereno, mi racconta più volte Papà, senza quell'incidente non solo il destino terreno di Mister Jo sarebbe stato diverso, forse quello del Grifone avrebbe preso una altra piega; sarebbe curioso e divertente cimentarsi in una ucronia calcistica del genere...

Amaral non credo fosse uno sprovveduto alla Maifredi, di lui si racconta che fosse un eccellente preparatore atletico e mi sembra di aver letto di una sua ripetuta partecipazione alle vicende, in quella veste, della nazionale brasiliana.

Forse era fuori da quel tempo italico, calcisticamente parlando; un 4 2 4 praticato con certi giocatori è brillante, spettacolare e redditizio, praticato con altri semplicemente suicida.

Solo per mi curiosità come si mossero innanzi a quelle vicende i tifosi rossoblu?

Se non sbaglio era l'anno degli abbonamenti poliennali ed a dire di alcuni quello del saldo del debito contratto con l'Inter qualche anno prima che aveva portato Eddie Firmani detto "tacchino freddo" ed altri in rossoblu...

In sostituzione di Meroni arrivò da Torino Peirò, un fior di giocatore, il quale non venne tesserato e passo direttamente ai nerazzurri...

Si parla dell'altro ieri, ma sono presenti molte analogie con i tempi correnti. 

A presto, Pierangelo.

Analogie & confronti

Buongiorno Pier.
Molto stimolanti le tue osservazioni e, anche se non si possono confrontare periodi così diversi, provo a dirti la mia.
L’elemento certo di continuità, dagli anni 60 a oggi, è sicuramente uno: il Genoa ha sempre venduto i “buoni” e le plusvalenze ci son sempre state, certo non ossessive e cadenzate come oggi, ma Fossati e Spinelli hanno fatto scuola.
Bean e Meroni per Koelbl e Cappellini somiglia molto a Pruzzo per Musiello e a Milito per… un po’ di dobloni più 4 giovanotti.
Una differenza è che la sera del tradimento (cessione di Gigi) i Genoani s’imbestialirono davvero, assediando a De Ferrari la sede della Società, e comunque il 100% dei tifosi era furente con Berrino.
Oggi invece tutti tifano per il bilancio, e a suon di ragion di stato applaudono gli affari del presidente: sì, un po’ dispiaciuti per “es mi casa”… “ma non si poteva tenere!”.
Altra analogia: totale subalternità con le grandi ed esecuzione dei loro ordini, solo che una volta si ammetteva candidamente, ora invece si vuol far credere il contrario, spacciando Moratti e Galliani per dei pari grado; o peggio ci si convince di tenere il Milan per le palle grazie a Boateng.
Anche le cose losche ci son sempre state, basti pensare alle squalifiche per doping del 63 o alla combine telefonica con l’Atalanta del ‘60, raro caso di partita comprata e persa.
Il nostro presidente non ha inventato nulla, e al limite passerà alla storia più per la dabbenaggine che per l’illecito in sé.
Per confrontare i Genoani invece bisogna considerare un fatto essenziale: non erano organizzati come oggi e non avevano internet.
Per cui le uniche fonti erano i giornali, le discussioni erano a livello bar, ufficio, amici, famiglia, e le verifiche si facevano al Ferraris con zero calcio in Tv.
Però erano più ruspanti e istintivi (vedi l’invasione di campo per un arbitro orbo), avevano la forza dell’unità (che oggi manca), e non mediavano su ogni cosa (Eduardo sarebbe stato grammo e basta).
Riguardo all’attualità, mi sono chiesto come i Genoani del 1964 avrebbero preso il recente derby “non giocato”: sarebbe venuto giù lo stadio, ma molto più probabilmente quei giocatori non si sarebbero mai azzardati a dar adito a certe voci e certi sospetti.
Se gli arbitri infami rimanevano barricati per ore negli spogliatoi, si può immaginare che la squadra accusata di “regalare un derby” ci sarebbe rimasta almeno una settimana. Smile
E un qualunque Milanetto non avrebbe spaccato la tifoseria, ma anzi l’avrebbe unita ancora di più, nella protesta.

p.s. Peirò non l'abbiamo mai visto, ma in quel momento il suo nome serviva per attutire la contestazione.
Poi, siccome le cose si mettevano male, in corso d'opera arrivò il funambolico Zigoni... ma era troppo tardi.
Tutto sommato quest'anno, tappando il buco con Floro Flores, c'è andata meglio.

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