La saga di Piazza Alimonda

Io sono nato in Piazza Alimonda.
Non che sia un merito, ma a dirlo provo sempre un certo orgoglio.
Da quelle parti, era più probabile inciampare in un sarchiapone che in un doriano, e lo spaccio di anticorpi a strisce immunizzava tutto, dai biberon fino ai gotti di vino.
Mia madre volle partorire in casa, come usava allora, e l’ostetrica corse di notte con la valigetta dei ferri, per fortuna senza cimici.
Il mio Battesimo e la Prima Comunione andarono in onda nella Chiesa del Rimedio, con la regia di Don Parodi, che molte generazioni ricordano per la sua grinta alla Don Camillo specie quando, nel cinema parrocchiale, condizionava l’inizio del film alla vendita di tutte le copie de “Il Vittorioso”.
Pensando a lui, quasi mi spiace essere diventato ateo, ma l’evoluzione della specie è inarrestabile, e va intesa come una crescita.
Volete un esempio? Nel giorno della mia nascita, il Genoa superò il Torino per 3-2, ma le reti dei Granata furono segnate da Frizzi e Santos, futuri beniamini (per Santos è la parola perfetta) della Nord. Strano vero? E poi c’è chi contesta Darwin!

Piazza Alimonda era tutta genoana, e i suoi confini erano tracciati da due bar che si fronteggiavano e si distinguevano per clientela e per cultura, ma in entrambi pulsavano le chiacchiere sul Grifo, visto che Internet e Tv non avevano ancora catturato milioni di prigionieri.
Il mercato era solo uno degli argomenti e, come oggi, c’era sempre chi ne sapeva più degli altri: lo si riconosceva dal codazzo di curiosi che sbavavano a ogni sua sillaba… ar-ri-va Ab-ba-die!
In quel Genoa, i campioni erano una rarità, ma almeno quei pochi restavano per più di 6 mesi, spremendoli fino a consumarli.
Noi bambini, nelle aiuole davanti alla chiesa, imparavamo i fondamentali del calcio, e lo spazio era così ristretto che brillavamo negli stop, anche perché chi lo ceffava doveva avventurarsi in Via Caffa alla ricerca del pallone.
Io ero soprannominato Magnini, e non per le doti da difensore, ma perché come lui avevo preso una pedata sul naso che mi provocò una gloriosa emorragia.
I ragazzi più grandi invece giocavano all’incrocio con Via Crimea, ma il loro incubo era il “baffo” (cioè il Vigile) che, annoiato dal traffico inesistente, si dedicava a sequestrare i palloni e a schivare i doverosi accidenti che gli piovevano addosso.
Al mattino, sempre alla stessa ora, i portoni sfornavano una miriade di scolari, guarniti con grembiulino e fiocco e farciti con focaccia in cartella; il tragitto verso la scuola di Piazza Palermo era un modo per svegliarsi, ma il viaggio di ritorno durava almeno il triplo… due calci a una pallina, scambio figurine, ricerca di “grette”, riciclo giornaletti… un Monello per un Intrepido, istruttivi dibattiti sul mistero di come nascono i bambini… e quindi pastasciutta regolarmente scotta.
Alla domenica si respirava l’aria elettrica dell’attesa, e non si vedeva l’ora di prendere la scossa nella solita partita da ultima spiaggia; se andava male era un cortocircuito.
A gruppi, tutti si davano appuntamento in piazza creando in miniatura, e in anticipo, l’atmosfera dello stadio.
Anche la mia famiglia partiva per il Ferraris in comitiva, e ogni tanto coinvolgevo un compagno di scuola, che però mio zio sospettava portasse sfiga: non c’era verso di smontargli la cabala, anche perché quando veniva lui non si vinceva mai.
I negozianti di Piazza Alimonda erano dei veri personaggi, e la loro affabulazione scandiva il via vai della gente, più interessata ai mugugni sui guai della galassia che alle compere.
La formazione era più o meno questa: Adriano il macellaio, Linda la lattaia, Candido ai casalinghi, Renato ai pesci freschi (quasi) e Zerega il salumiere; Nuccia era ai commestibili, ma non ho mai capito perché la chiamassero “farinotta” se poi la farinata la vendeva Tugnin a Tommaseo.
Poi c’era la merceria, il negozio preferito da mio padre, anche perché la prosperosa commessa dava via tutto ciò che aveva, in vetrina e non.
Da Piazza Alimonda uscirono anche personaggi noti, che oggi furoreggiano in tv, e in seguito vi s’insediò l’Ottavio Barbieri, vera fucina del tifo che ha sigillato per sempre la matrice rossoblu del quartiere.


Poi, in un giorno maledetto del nuovo secolo, il vortice del tempo mi afferra e mi scaraventa oltre le sue barriere, trasformando i ricordi in cartoline mai imbucate, e l’attualità in un dispaccio Ansa freddo come un necrologio: “a Genova è morto un ragazzo”.
Era il 20 luglio 2001.
Risalendo Via T.Invrea, calpestavo un tappeto soffice di cocci e detriti, come se uno tsunami avesse esagerato portando il mare in quei luoghi inaspettati, sconvolgendoli, e la risacca avesse poi riordinato quel che restava, a modo suo, spianandolo.
Vidi un ragazzo rincorso da due agenti, messo al muro e pestato a sangue e, mentre tutti urlavamo di smetterla, una coppia di cronisti filmava la scena avvertendo il malcapitato che avrebbero diffuso il filmato su non so quale Tv: purtroppo per lui, i manganelli erano in diretta e la denuncia in differita.
Entrando in Piazza Alimonda, mi colpì il brusio uniforme che ovattava la tensione, interrotto ogni tanto dagli slogan e dagli sbotti di rabbia che non era possibile trattenere.
A terra, la vita spenta di un giovane, che a me parve gracile ed emaciato più di quanto in realtà fosse.
“Avrà l’età di mio figlio” – pensai – e il vederlo così, solo, circondato da un cordone di polizia come se ancora potesse nuocere, mi fece immaginare che forse i suoi genitori erano ignari, e chissà in che modo bastardo li avrebbero avvertiti.
Non mi resi subito conto delle circostanze, di cui ero all’oscuro, e chiamai casa raccontando di un ragazzo morto massacrato di botte.
Un tizio accanto a me si voltò e mi trafisse: “ma che cazzo dici… gli hanno sparato”.
Dagli affluenti della piazza arrivavano le truppe cammellate del giornalismo, volti noti e trafelati, orde di microfoni e telecamere, articoli dettati in diretta al telefono: che succederà adesso?
Silenziosa e austera, anche la Chiesa del Rimedio assisteva a quell’evento che però era irrimediabile, troppo grande per far parte di quella piccola piazza abituata alla pigra routine dell’ovvio.
Il contrasto con la dolcezza di ricordi impalpabili si fece devastante perchè proprio davanti al bar degli aperitivi, crogiuolo storico delle ciarle genoane, il destino infame mostrò il peggio di sé, lasciando sul selciato la traccia indelebile del suo cinismo.
Ma non solo; c’è un grido e una voce che non potranno mai più uscire da quella piazza, condannata a riviverli nelle notti silenti dell’oblio: “nooo… oddio nooooo…” – urlava un anonimo ragazzo dai gradini della chiesa - ma il braccio armato del potere era già pronto a barare… “sei stato tu col tuo sasso, tu l’hai ammazzato”.
La folla è sbigottita, disperata, incredula di aver partecipato a una tragedia in mondovisione, in cui però il finale aveva sfregiato le regole di un duello che non prevedeva l’uso del revolver.
E’ una mia opinione personale, ma in quei giorni avevo la sensazione che al “morto”, in qualche modo, si dovesse arrivare, e che fosse previsto, come risulta dalle bare commissionate per precauzione.
Io lavoravo in zona rossa, con un permesso speciale che mi permetteva di circolare nella desolazione del centro; per strada, nei bar, negli occasionali contatti con i poliziotti che formicolavano ovunque, si coglieva una determinazione e una grinta sopra le righe, come se la soglia di tolleranza ordinata dall’alto incitasse a “dare una lezione”, e la linea strategica si proponesse di “aiutare” l’evento a sporcarsi con la violenza.
Analizzando oggi la scatola nera (molto nera) del G8, dopo tutto lo sterco che è affiorato, si colgono le atmosfere argentine di “Garage Olimpo” e gli intrighi greci di “Zeta l’orgia del potere”.
Perché è stata evidente la perfida spirale che, a ogni passaggio, moltiplicava la brutalità, la ferocia e l’inciviltà, com’è dimostrato dalla cronologia dei fatti.
L’aggressione al corteo pacifico in Corso Italia, bastonando a sangue gli anziani e le famiglie, è la versione moderna delle cannonate di Bava Beccaris ai Milanesi: altri tempi, altre conseguenze, e infatti l’anarchico Bresci vendicò la strage assassinando il re Umberto I, che aveva decorato il generale per quell’impresa criminale.
Questa volta, con più discrezione, alcuni responsabili dei fattacci del G8 sono stati promossi, per meriti sul campo.
La mattanza della Diaz, anticipata dalla scena finale di “Fragole e Sangue”, non è solo una vergognosa violenza sui ragazzi inermi, ma ha dietro sé la costruzione dell’inganno, la creazione di prove false e di alibi finti che, per questo, si sono evoluti in ulteriori reati.
Le torture nella caserma di Bolzaneto, indegne di uno stato civile, ma anche sintomi della perversione di singoli individui, che magari al mattino escono di casa baciando i figli e poi si rimboccano le maniche per menare meglio.
Com’è potuto accadere tutto questo?
In un certo senso è sempre accaduto; per limitarsi al dopoguerra c’è Portello delle Ginestre e ci sono le stragi di stato, ma accadrà ancora, perché il potere adora le vie spicce quando le cose gli si mettono male.


Piazza Alimonda respira ancora, magari con più fatica, ma si sa che gli affronti della vita colpiscono tutti, le persone e anche le piazze.
Passandovi oggi, guardo le finestre della mia vecchia casa, senza fiori ai davanzali e probabilmente disabitata: meglio vuota che con un straccio a strisce sul balcone, come s’era ridotta negli ultimi anni.
Lì, all’incrocio, una coda perpetua di auto invade ciò che era il nostro “campo di calcio”; il vespasiano di una volta non c’è più, ma forse le vesciche di oggi hanno maggiore autonomia.
Naturalmente è sparito il negozio degli strani accostamenti, quello che vendeva carbone e ghiaccio, ma una nemesi spiritosa vi ha  insediato un concessionario di aria condizionata e pompe di calore… siamo daccapo.
Resistono le panchine in ferro e le aiuole che ci accoglievano quando uscivamo dalla “dottrina”, ansiosi di impararne un’altra, quella dei dribbling e dei tiri a giro.
L’orologio della piazza è sempre al suo posto, ma non se lo fila nessuno, forse perché le lancette hanno perso la cognizione del tempo.
Perfino la fontanella è ancora la stessa però mancano gli assetati visto che, le partite all’americana della “cantera” di allora, si sono evolute in duelli alla playstation.
Il bar degli aperitivi genoani continua ad aggregare gente anche se, con questa ossessione per le plusvalenze, dovrà presto specializzarsi in amari digestivi.
La chiesa, finalmente tranquilla dopo il trasloco che a fine ottocento la deportò da Via XX Settembre, assiste impassibile alle ricorrenze del G8, che tra pochi giorni onoreranno il decennale.
Di tanto in tanto, per non disperdere la tradizione, i Genoani in corteo si radunano lì, come ai bei tempi.
In caso di “Stella”, non mi tufferò nella fontana di De Ferrari, troppo frequentata.
Invece, con il permesso del geriatra, mi arrampicherò sulla palma di Piazza Alimonda, per rispettare un fioretto di 50 anni fa.
Sempre che sia ancora viva… la palma… e anch’io… ma sarà dura.

Commenti

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Grande Massimo !!!  Quanti

Grande Massimo !!! 
Quanti ricordi anche per me che in Piazza Alimonda sono cresciuto !! Le partite a pallone usando le panchine come porta e l'immancabile vetro rotto della parrucchiera che aveva la sfortuna di essere proprio dietro una porta!! I trofei Las Palmas proprio in onore della mitica Palma che ancora adesso campeggia in mezzo alla chiesa!! Eppoi.. Don Parodi, come l'hai descritto Tu, molto simile a Don Camillo che tifafa per il Fanfulla.. Il carbunin sull'angolo di via caffa.. il panificio Bocci.. il besagnino che Roby faceva impazzire con le sue discolate Smile .. la lattaia adiacente al club che quando eravamo senza soldi ci regalava il gelato.. eppoi IL CLUB !!! fondato nel 1970 dai cosidetti "vecchi" di allora !!! e noi pivelli soci dal primo anno.. Una Piazza tutta rossoblù.. dove ci si radunava per partire tutti insieme verso lo stadio in corteo nelle domeniche dell'austerity.. Hai scritto cose bellissime con una dote innata..  far rivivere a tutti le emozioni che noi Alimondini abbiamo avuto la fortuna avere in diretta .. Grazieee!!!

Complimenti

Due anni fà ho mi sono iscritto al sito per comunicare con Fratelli e Sorelle vicini e lontani del nostro amato Grifone, ma sfortunatamente ho potuto solo curiosare e leggere i vostri pensieri e racconti, il tuo è unico complimenti.

RIVIVERE

Grandissimo Massimo. Come sempre e più di sempre. Mi hai fatto rivivere anche ciò che non ho direttamente vissuto lì.

Complimenti

Ormai farti i complimenti è diventato monotono....  Smile

Un bacio e grazie!

Grazie

Bellissimo e commovente, grazie davvero Smile

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