Sussurri e grida dalla trincea

Cara mamma, torno a scriverti dopo un anno perché sto vivendo giorni inquieti.
Il fronte è bloccato, e l’entusiasmo che ci sosteneva è diventato un’abitudine di sopravvivenza.
Il nostro comandante, il Generale Preziosi, non crede più nella vittoria, e la sua nuova strategia è la guerra di posizione.
Dopo la drammatica tragedia di Caporetto abbiamo temuto il peggio, ma poi è venuto il Monte Grappa e, sarà stato per il nome allettante, qualcuno s’è ubriacato di ottimismo immaginando avanzate stellari.
E invece ora siamo qui, rattrappiti in questa buca, come soldatini di piombo con cui i grandi strateghi giocano alla guerra, ma non andiamo né avanti né indietro, e secondo lo Stato Maggiore è già un trionfo aver evitato una nuova ritirata.
Purtroppo, il torpore della trincea ci consuma, e la tromba non squilla più per incitare all’assalto ma, al massimo, per intonare il silenzio quand’è sera.

Ogni giorno si fa l’appello, perché la diserzione è diventata un problema e dobbiamo controllare chi c’è e chi manca, come con le figurine.
Anche i soldati migliori sono stati tutti trasferiti altrove, e in altri campi di battaglia mostreranno l’eroismo e il valore che qui abbiamo potuto solo intuire, a causa del precoce commiato.
Sì, ne arriveranno altri, ma non faremo in tempo a impararne i nomi, perché la guerra è una giostra frenetica in cui si sale euforici ma si scende muti, e affezionarsi non è previsto dal regolamento.
E’ partita anche la nostra mascotte, un ragazzino del 92 che in un attimo è passato dai cavalli a dondolo ai cavalli di frisia, e che sgattaiolava invulnerabile fra i cecchini sfiduciati: ci mancherà la sua freschezza, che per noi era un’opzione sul futuro.
Stiamo cercando di dare un senso alla divisa che pure indossiamo con orgoglio, ma non è facile perché, mentre fuori tuona il cannone, noi ci spidocchiamo l’un l’altro e per ingannare il tempo (e non solo il tempo), scriviamo lunghe e inutili lettere a casa, sfidando la censura militare che teme il disfattismo e non tollera critiche.
Potrà sembrarti strano, ma vogliamo liberarci dalle catene dell’impotenza coatta, perché dopo anni passati nelle profonde doline del Carso, oggi avremmo le armi adatte per tentare una riscossa, ma si rinuncia.
Tu, come madre, sarai felice di questo stallo che ci protegge dal rischio di morire, ma sappi che il tuo figliolo si era arruolato per un ideale, e il riscatto non si ottiene annodando il proprio filo spinato, ma andando a recidere quello del nemico.
Il Colonnello Ballardini è andato via, non sappiamo il motivo preciso, ma per ricordo ci ha lasciato la sua umanità, le poche parole essenziali, i propositi semplici ma risoluti, e un paio di occhiali da sole per le incursioni notturne.
Ora abbiamo il Colonnello Malesani, un estroso veneto tutto fuoco che proprio sul Grappa ha dato il meglio di sè, e siamo curiosi di scoprire come riuscirà ad applicare la sua energia a questa guerra ferma, sperando che non ecceda con i signorsì.
Si è presentato con un bel discorso fremente, cadenzato da un intercalare usato mo’ di virgola, anche perché in trincea è l’unico utilizzo che si può fare di quella parola.
Sai, al Generale Preziosi piace tanto mescolare le carte, e in questi giorni c’è un tourbillon che nemmeno all’ufficio di leva, ma qui siamo al fronte, e lui fa orecchio da mercante.
E così, in attesa degli eventi, fra una guardia e una corvè, passiamo il tempo a inventarci il futuro, se pur arginati dalla saggezza dei veterani che ci richiamano alla cautela.
Il Sergente Milanetto è il responsabile della cucina. Il rancio che prepara è tutto sommato accettabile, ma ci propina sempre la stessa zuppa, e se qualcuno storce la bocca lo zittisce subito con raffiche di insulti: sai, lui viene da lontano, ha fatto le guerre d’indipendenza.
Il Capitano Rossi è sfinito, va su e giù per le trincee a controllare tutto, e non so quanto potrà durare ancora; sul petto ha già due medaglie o tre ma, se è vero che l’anzianità fa grado, lui dovrebbe essere promosso ancora… magari nella riserva.
Il Sergente Dainelli è un toscanaccio a cui piace far la sentinella, e la sua esperienza ci tranquillizza, ma a volte s’imbambola, forse s’addormenta, e così siamo noi ad avvertire lui se il nemico ci aggredisce.
Il Tenente Veloso invece non si è integrato nel reggimento, e vive la guerra sospeso nel suo mondo di prima, astratto, soffice ed elegante.
Peccato però che qui arrivino shrapnel e granate incandescenti, di giorno e di notte, e la sua astrazione non aiuta: quando serve lui non c’è mai.
Speriamo che il nuovo Colonnello gli ridia lo smalto del passato, che dal suo stato di servizio risulta essere eccellente, anche se Radio Fante l’ha visto nelle retrovie con lo zaino in spalla.
Il temerario Caporale Eduardo invece è un simpaticone che sta agli scherzi, ma a volte con lui esageriamo un po’: ieri all’improvviso gli abbiamo tirato addosso una sfilza di bombe a mano (ovviamente disinnescate, ma a sua insaputa) e terrorizzato non ne ha presa una; meno male che non fa il portiere di una squadra di calcio.
C’è poi il Tenente Palacio, che è il nostro incursore, e con coraggio sguscia nei campi minati zigzagando fra le trappole: il suo compito è vitale, e speriamo che resti anche se pare l’abbiano richiesto da una Brigata Internazionale che raggruppa il meglio del fronte alleato.
Lì potrebbe ritrovare il nostro ex comandante, quello duttile e cortese, prima rimosso e poi promosso, umile e gran conoscitore di tattica… una sola… la sua.
Da un po’ di tempo c’è un’altra sventura che ci minaccia: i gas anestetizzanti.
Sono micidiali, e senza farsi accorgere s’incuneano tra le nostre fila riducendo all’impotenza anche i fanti più vigorosi, che con lo sguardo inebetito si afflosciano senza forze e senza volontà.
Sì, abbiamo le maschere antigas, ma a volte non si fa in tempo a indossarle e la nube ci avvolge, facendo strage di innocenti… e di ingenui.
In questo mesto teatrino, il Generale Preziosi sta facendo una guerra tutta sua, gestita con criteri contorti e strategie esplosive.
A volte prende il megafono e lancia ultimatum ai nemici ma questi, conoscendolo, lo fanno tacere con qualche cannonata di sbarramento.
Oppure si rivolge a noi, spronandoci con gloriosi progetti che scombussolano gli organici, ma anche noi lo conosciamo, e per questo l’abbiamo soprannominato “Generale Gattopardo”: ci rovescia la trincea come un calzino, ma poi la nostra vita non cambia, non migliora, non accelera, e in più ad ogni alzabandiera ci rinfaccia il fatto di essere ancora vivi per merito suo, come se fossimo automi in divisa.
Ora ti voglio parlare della Terra di Nessuno, che in un certo senso è anche di tutti.
E’ là, verso sinistra, inesplorata, imprendibile, è “più oltre”; è un lembo di terra che non stimola azzardi ma che può dare gloria, e che noi vediamo solo con il binocolo.
Però ci deprime il sospetto che mai la calpesteremo, almeno finchè ci guideranno questi comandanti troppo inclini alla prudenza.
Di notte, nel bagliore dei bengala con cui il nemico ci consente di guardarci in faccia, e lo ringraziamo per questo, dialoghiamo fra noi sussurrando presagi, sensazioni e timori, scoprendo poi con meraviglia che le fantasie immaginate d’acchito pian piano si concretizzano, perché in questa piccola grande guerra non c’è un confine tra fantasia e realtà, fra inverosimile e plausibile, fra torbido e trasparente.
Forse, in questo spicchio d’inferno anche i nemici hanno gli stessi problemi nostri, ed io non sono più certo di odiarli, nonostante ci si bombardi a vicenda, ma si fa per assuefazione.
Siamo tutti vittime di un meccanismo perverso che ci seleziona, ci controlla, ci avvinghia e ci prosciuga, e ci trattano come se non fossimo persone, ma semplici piastrine di riconoscimento.
Cara mamma, potrei scriverti altre 10 pagine, ma ti lascio con una sintesi fantastica che ti spiegherà tutto in poche parole, e per le quali ho anche pianto.
Me le ha confidate il Soldato Ungaretti, che è qui con noi ed è uno di noi: “Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie”.
Ma non temere: anche stavolta, in qualche modo, riuscirò a salvarmi.
Un bacio dal tuo figliolo.

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Geniale come sempre.

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