Anche le foto hanno un'anima

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Nemesis

Non c’è modo di interagire con il passato, e per un Genoano non è un limite da poco.
Sì, talvolta ci scambiamo i ricordi per evitare che l’indifferenza li sfumi, e abbiamo una leggenda che ci protegge le spalle mentre duelliamo con il futuro, ma forse esiste una fessura fra i bastioni del tempo da cui si può sbirciare qualcosa, e questo spiraglio si chiama “immaginazione”.
Cercando di schivare le insidie della retorica, sempre in agguato quando si commemora, vorrei che ci calassimo insieme dentro un’antica fotografia, straordinaria e commovente, e provassimo per un attimo a darle vita.

E’ stata pubblicata anni fa sul sito della Fondazione e rappresenta la Scuola Calcio del Genoa: la didascalia parla di “primi anni del XX secolo”, ma c’è un indizio che la sposta un po’ più avanti: i ragazzi hanno la maglietta con i lacci, quella che nel 1910 aveva sostituito la “camicia chiusa davanti a casacca con tre bottoni, quadripartita alternativamente di rosso e di blu”.
Il Genoa aveva praticamente inventato il settore giovanile, e già nel 1902 accettava quali soci… “i ragazzi che non abbiano oltrepassato i 16 anni, allo scopo di costituire una squadra ragazzi e indirizzare quindi i giovani al gioco del calcio”.
Un altro argomento da tener presente riguarda la xenofobia che, in quegli anni dominati dalla italianissima Pro Vercelli, rendeva sgraditi i giocatori stranieri e nel Genoa, per tradizione e cultura, ce n’erano molti e pure bravi.
Contro i rossoblu si gridava “W l’Italia”, e i Genoani rispondevano “W l’Europa”, e si arrivò al paradosso per cui l’arbitro Malvano, negando al Genoa un evidente rigore contro la Pro Vercelli, rispondesse così alle proteste: “bisogna essere Italiani per vincere qui”, come risulta dai verbali del 1912 (cit. A.Garibotti).
Anche Mister Garbutt, assunto proprio in quell’anno, era intenzionato a ingaggiare parecchi calciatori Inglesi ma, vista la brutta aria che tirava in Federazione… “si decise di ripiegare sul vivaio e su acquisti autarchici” (cit. A.Padovano).
Ecco allora che, per scelta o per necessità, comincia a delinearsi la datazione di quella Scuola Calcio e della sua foto.
E comunque, per superare i dubbi e le incertezze, decido io e invento senza ritegno: l’istantanea è del 16 maggio 1913!
Il momento è solenne e il fotografo, immerso nel suo telo nero, difende la lastra dalle impurità della luce, visto che dovrà giungere fino a noi.
Ha appena disposto i ragazzini come a scuola, i piccoli davanti e gli spilungoni dietro, o ai lati, tanto loro il modo di star dentro i margini lo trovano sempre.
Purtroppo manca la lavagnetta rivelatrice, ma oggi qui si va di fantasia e ce la mettiamo noi: “Scuola Calcio Genoa - 1913”.
Nonostante i soliti trucchi per strappare un sorriso, molti restano seri e fissano l’obiettivo inseguendo chissà quali pensieri… che con i potenti mezzi siamo in grado di intercettare: “lo sapesse mia mamma che sono qui, sai che botte”… “speriamo che mi tengano, sono il più piccolo”… “porc… proprio adesso doveva scapparmi la pipì”… “che maglia stupenda mi hanno dato, a scuola moriranno d’invidia”… “accidenti, come farò con queste scarpe così strette?”.
Nella foto si coglie benissimo il silenzio che la sovrasta, ma anche il fragore di un’impetuosa freschezza, e quell’attimo di sospensione sembra la pausa fra il lampo e il tuono, che poi si materializza nel flash al magnesio e nell’ooohhhh di stupore che segue.
Sono questi i nostri bisnonni, ancora ignari delle trappole della vita, ma già fieri di vestire una nobile divisa, anche se alcuni di loro ne avrebbero poi indossata un’altra, un po’ più grigia e un po’ più verde.
In quei volti c’è una semplice umanità, pulita e attraente, dove i tratti del viso lasciano intuire le diverse radici che però il Genoa è sempre riuscito a unire, senza mai acuirne le differenze.
I personaggi sembrano scelti e truccati da Fellini in persona, come i famosi scolari in Amarcord, ma qui è tutto al naturale e senza alterazioni di scena.
C’è chi è impeccabile e chi trasandato, e l’eleganza di alcuni (futuri dirigenti?) stride rispetto alla grinta ruspante dei più, ed è in questo contrasto sociale che prospera la forza dei Genoani, mugugnoni quanto si vuole ma svincolati dalle barriere di classe.
E poi i capelli, veri specchi del carattere, ordinati o eversivi, obbedienti o ribelli, per fortuna ancora liberi dalla schiavitù della brillantina che, di lì a poco, li avrebbe resi tutti simili a Rodolfo Valentino.
Nei loro sguardi si percepisce l’orgoglio di appartenere a una grande squadra, ma forse è il Genoa a essere orgoglioso di loro, perché in loro ha seminato il futuro.
Non è dato sapere se fra quei ragazzini ci fosse un fenomeno o un campione: quello smilzo, seduto al centro con la faccia isoscele, sembra addirittura un Garbutt anoressico, e il primo in alto a sinistra somiglia a Ottavio Barbieri, ma non lo è, anche se ci appaga il solo immaginarlo.
Però è il loro insieme che sprigiona forza, e mostra un senso organizzativo eccezionale per quei tempi; non a caso nel 1919 ci sarà un’altra accelerata.
Passata la tempesta bellica, e ottenuto dalla Federazione il sacrosanto titolo del 1915, il consigliere Ernesto Ghiorzi suggerisce di invitare i giovani calciatori “che abbiano un minimo di nozione di foot-ball a presentarsi a Mister Garbutt”.
Fra questi ne saranno scelti 50 ogni anno… “in modo da avere una buonissima riserva da dove poter attingere gli uomini che dovranno rappresentare in seguito i gloriosi colori”.
Difficile non cogliere il nesso fra questa idea e l’incredibile risultato che sarebbe arrivato: il Genoa vincerà il campionato 1922/23 senza sconfitte, giocando con ben 10 titolari nati a Genova (il solo De Vecchi era di Milano), roba da far impallidire i Baschi del Bilbao e i padani di Bossi.
Ma è giunto il momento di avvicinare i ragazzi che, ormai spazientiti, sono in posa per la foto: ne scegliamo alcuni, e gli altri non se ne abbiano a male, perchè anche la fantasia ha i suoi limiti e poi, in qualche modo, i pensieri dei giovani Genoani si assomigliano tutti.
 

Stefano ha 12 anni.
Abita in Via Madre di Dio, e l’ultima volta che è andato dal parrucchiere ne aveva 9.
Se fosse a Napoli sarebbe uno scugnizzo: a Genova è un monello dei caruggi.
“Come sei arrivato al Genoa?”
“Non lo so neanch’io; giocavamo tra noi ragazzini nello spiazzo della Marina, e la gente si fermava a guardarci.
Poi un signore mi ha chiesto se volevo entrare in una grande squadra, e mi ha accompagnato in Via del Piano.
Mi hanno dato la maglietta… e non credevo ai miei occhi per quanto era bella”
“In che ruolo giochi?”
“Ala destra, ma ci do coi due piedi”
“Quanti palleggi riesci a fare?”
“Sono arrivato a 24, ma ogni settimana li aumento”
 
   

  

Federico è delicato, come i lineamenti del suo viso.
Timido, taciturno, gracile, educato, avrà vita dura nelle battaglie in campo.
La sua famiglia è borghese, e nella Genova operosa di quegli anni ha un nome che conta.
Il medico gli ha consigliato di fare sport, per rinforzare il torace, e suo padre insisteva per la ginnastica o la scherma, ma Federico ha avuto la forza di impuntarsi: o calcio o niente, o il Genoa o il nulla.
Si può notare il tocco della madre: capelli ordinati, basette perfette, la riga è precisa… come il suo futuro professionale, che sembra già delineato.
La maglietta è allacciata, probabilmente anche stirata e, a cercar bene, si annusa perfino un soffice odore di lavanda.
“Federico, è vero che sei mancino?”
“Sì, e per questo il signor Garbutt mi fa giocare con il piede sinistro scalzo, anche se ora è pieno di vesciche”
“Auguri!”

 

 

Arturo è bello, e sa di esserlo.
Le ragazzine di Via della Maddalena se lo mangiano con gli occhi quando passa per strada, ma in giro lo si vede sempre meno: non ha più tempo per le quisquilie.
Da quando è entrato nel Genoa è rimasto folgorato, e ogni giorno si avvia verso Marassi come attratto da una calamita: meno male che adesso c’è il tram diretto da De Ferrari a Via del Piano.
Anche quando non deve allenarsi, Arturo ha trovato il modo di sbirciare i “grandi”, e memorizza le loro giocate come fossero le note di una canzone, che poi ripeterà a modo suo, cercando di non stonare.
Nella sua classe sono tutti Genoani, e Arturo è diventato un idolo, anche perché gli piace vantarsi del privilegio: a chi gli chiede cosa farà da grande, risponde candidamente… “quello che sto facendo da piccolo… il giocatore del Genoa”.

 

 

 
Questo è Enrico, e si chiama così per una coincidenza.
E’ nato il 22 aprile 1900, e proprio in quel giorno il Genoa vinceva il suo terzo titolo italiano.
Suo padre, un Genoano della prima ora, pensò bene di celebrare l’evento battezzandolo con il nome del suo idolo, il grande centravanti Henry Dapples.
Si può immaginare in che ambiente sia vissuto, e a quale passione sia stato indirizzato.
Quando si sparse la voce che il Genoa cercava giovani per una Scuola Calcio, Enrico fu tra i primi a presentarsi, doverosamente accompagnato da papà e mamma, ma anche dagli zii, dai fratelli e da un cugino; purtroppo la nonna era influenzata.
Forse non ha un fisico adeguato ma pare che, quanto a furbizia, non abbia rivali, e trovi sempre il modo di sfuggire ai lungagnoni che lo marcano stretto.

 

 

Rodolfo ha lo sguardo profondo di chi coltiva i pensieri.
E infatti, nel suo piccolo, scrive poesie che però affondano radici nella malinconia.
E’ nato in Via Palestro, ma è probabile che non sappia ciò che accadde al numero 10, perché nessuno glielo ha mai detto.
Il padre infatti è un supporter dell’Andrea Doria, e forse si spiega così la sua infanzia malinconica.
Per fortuna a scuola tutti gli parlavano del Genoa e Rodolfo, giocando al foot-ball nei giardini dell’Acquasola… un giorno voleva essere Ferraris, l’altro Mariani, una volta perfino Crocco I e Crocco II contemporaneamente… per non sbagliare.
Comunque è un bel Centre Back, roccioso ma sempre corretto, e per questo è molto considerato.
Il Genoa veglierà sulla sua crescita: tecnica naturalmente… ma anche in quella dei centimetri.
 

 

 

Gaetano ha la grinta del ribelle, e gli piace sfuggire alle regole imposte: non poteva che essere così.
La sua è una famiglia di anarchici, e quando il Generale Bava-Beccaris sparò le cannonate sui poveri milanesi affamati, uccidendone un centinaio, in casa rimasero tutti sconvolti.
La responsabilità del crimine era del Re Umberto I, e per questo l’anarchico Gaetano Bresci l’uccise a revolverate: fu naturale dedicare al proprio figlio, che stava per nascere, il nome di quel vendicatore.
Ma che c’entra tutto questo con il calcio?
C’entra eccome perché, al cospetto del Genoa, l’insofferenza di Gaetano si è placata e dovreste vederlo come esegue gli ordini e come accetta la disciplina.
Anzi, è accaduto di più: nelle partite di allenamento ha avuto il ruolo di capitano, che svolge con grande rigore.

 

 

Nicola è sempre accigliato, ma non sa il perché.
E’ piccolino ma è un duro, e sa farsi rispettare: anzi, nella “scuola di strada” è il primo della classe.
In quella vera invece stenta un po’, perché il Genoa gli ha confiscato i pensieri e la volontà.
Per lui, ortografia e aritmetica sono i terzini da evitare, e la geografia gli serve solo per scoprire dove sia Vercelli, Milano, Casale, Bologna… e i luoghi di ogni trasferta.
E’ tutto casa e calcio, e infatti anche in casa tira la palla contro il muro una volta di destro e l’altra di sinistro… finchè i vicini non gli tirano quattro urli per mettere fine alla tortura.
Alla fine, la scuola che preferisce è quella del Genoa, dove è arrivato per ultimo, e non è stato facile trovargli una maglia abbastanza piccola che non lo facesse inciampare nei lembi.
E comunque, se anche fosse accaduto, nessuno si sarebbe azzardato a sfotterlo.
 

 

Bartolomeo è irrequieto, vivace, estroverso, specialista nei colpi di testa, e non solo in quelli con il pallone.
D’altra parte vive in Piazza Alimonda, e lì le passioni si alimentano come vulcani… come la storia dimostrerà.
E’ già scappato di casa due volte, una di queste per andare a Torino a tifare Genoa, ma a Principe le guardie l’hanno notato e rispedito indietro.
Lo farà ancora anche se la madre, rimasta vedova, gli concede una libertà rara per la sua età, perché si fida.
Ha cominciato come portiere ma, essendo figlio di portinai e quindi nato in una portineria, tutti lo prendevano in giro con battute ovvie.
E allora è diventato un’ala sinistra, dribblando così il contrappasso della vita e bersagliando senza pietà chi il portiere lo fa per vocazione, e non per tradizione di famiglia.

 

Commenti

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Sono

sinceramente ammirato. Grazie . D'altra parte , ormai apro il sito solo per vedere se ci hai regalato qualche altra gemma...

Magnifico

A fare 'ste cose siamo capaci solo noi.
Ci vuole un'anima fatta su misura, non quella pret a porter che ci vogliono far indossare a forza.
Magnifico, fantasia che sfiora la realtà, e diventa storia

Veramente bello

Da lucciconi agli occhi.. complimenti!
 
Paolo

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