CGM ---- Calcio Geneticamente Modificato (I puntata)

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Nemesis


Le righe del campo di calcio sono senza frontiere, e parlano l’unica lingua che sia comprensibile a tutti i popoli del mondo.
Sembrano il disegno di un geometra bizzarro, il geroglifico di un’antica civiltà, inquietanti e simmetriche come i misteriosi cerchi nel grano, ma il fascino che sanno emanare accomuna Wembley al campetto del più sperduto villaggio sulle Ande.

Quanti misfatti in quel recinto chiamato area di rigore, quante ansie consumate su quel dischetto, e che magico equilibrio nella riga del centrocampo che sembra un bilanciere in bolla con cui pesare la forza delle squadre.
Le righe bianche sul prato verde sono i margini di un foglio protocollo, in cui aitanti manovali e rarissimi poeti scrivono storie avvincenti e favole tormentate.

Un altro punto fermo del calcio è il palo anzi, è il più fermo, anche se qualche volta c’è il sospetto che si sposti per soccorrere l’incauto portiere.
Sì, prima aveva la faccia legnosa e quadrata, ora è tonda, ma è lì da sempre, immutabile nella sua funzione di sostenere la traversa e di separare quei 7,32 metri di bene dal male cosmico che gli sta intorno, perché è la sua indifferenza a decretare che un tiro sia dentro oppure fuori.
Eppure, per molti tifosi la sua neutralità è una truffa, perché se stai difendendo te la cavi con un brivido, ma se ti nega il goal non ci dormi la notte.
Se poi in 10 minuti lo colpisci 3 volte, allora sei il Genoa, ma a questo non c’è rimedio.
Tuttavia, se le righe e i pali ne garantiscono l’imprinting, il Calcio lentamente si evolve, mediando tra la difesa dell’identità e l’evoluzione della specie.
L’International Board concede qualche modifica genetica alle regole di base, ed è stato così per il passaggio al portiere, l’invenzione dei cartellini, il fallo da ultimo uomo, l’off-side attivo, passivo, transitivo e intransitivo che poi, nel caso di Milito, diventa riflessivo perché dipende dalla maglia che porta: se è a quarti gli annullano 6 goal, se è a righe prevale il dubbio e non fischiano.
Il Calcio sta resistendo agli attacchi della moviola, che pure incalza, e in questa difesa c’è la volontà di uniformare i 90 minuti al ritmo della vita di ogni giorno dove, appunto senza l’aiutino meccanico, affrontiamo i travagli e decidiamo all’istante il da farsi.
Diverse e più striscianti sono invece le silenti modifiche quotidiane perché i vezzi, le abitudini, gli usi e i costumi diventano piccoli spostamenti progressivi di cui, lì per lì non ci rendiamo conto, ma alla lunga ci coinvolgono.
E’ un po’ come per i figli, che ieri erano in culla e oggi ti mandano a stendere, ma non sai spiegare quando il loro volto sia cambiato, perché i tuoi occhi sono invecchiati di pari passo.
A volte, queste trasformazioni prendono a calci il calcio, perché diventano astuzie e furbate che ne sviliscono lo spirito ideale ma si sa, un vizio alla moda si trasforma in virtù e, se la diffusione mediatica trasmette il messaggio visivo, tutti si adeguano.
Proviamo allora a esplorare questi aspetti del calcio moderno, e per contrappasso utilizziamo le antiche e ironiche vignette che il mitico Carlin, direttore del Guerin Sportivo negli anni ruggenti, disegnò nel 1929 per spiegare ai suoi lettori le regole del Foot-ball: sono una splendida rarità d’autore, attualissime pur avendo 80 anni e, con la sorpresa di chi le apprezzerà, sembrano accorciare le distanze fra noi e il passato.

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Continua il dibattito sul fair-play e, mentre si discute, il furbastro si rotola a terra per fermare il contropiede altrui, commettendo due scorrettezze: una è la simulazione e l’altra è l’invocazione alla sportività a fronte di un gesto antisportivo.
Tutto ciò è vergognoso. E’ una controversa solidarietà fra calciatori, che con rabbia mettono la palla in out pur non credendo alla farsa, ma intanto lo fanno.
Anche il pubblico non gradisce e impreca al disonesto, che nel frattempo si rialza con il volto sofferente ma il cuore che ride.
Basterebbe una regoletta morale condivisa, come si fa nel poker dove chi vince non dovrebbe mai andar via: “il fair-play può essere applicato dalla squadra che è in vantaggio, ma chi sta perdendo ne è esentato e ha il diritto di proseguire”.
Inoltre, sarebbe bene che chi restituisce la palla non la ciabattasse agli antipodi, ma ne consentisse l’utilizzo nei paraggi dell’incidente. Qualcuno lo fa ma passa per un pirla, perché una tale cultura sportiva è ancora patrimonio di pochi.

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Il “vaffa” all’arbitro è sempre più frequente ma la sanzione, in perfetto stile italiano… è cangiante.
Se il colpevole è Criscito, il radar di Tagliavento lo capta a 5 metri e gli affibbia il rosso. Se si tratta di Totti o qualcuno del suo rango, subentra il buonsenso e Rizzoli lo
ignora anche se la distanza è di 50 cm.
Ma più in generale è scandalosa la marcatura che certi specialisti infliggono all’arbitro, protestando ininterrottamente dal primo all’ultimo minuto.

Ogni squadra ha il suo esperto, da Ambrosini a Perrotta, da Cambiasso a De Rossi, e nel Genoa ci prova il povero Milanetto con il suo gesto caratteristico: congiunge i 10 polpastrelli, ruota le mani in avanti di 90° e le dondola dall’alto in basso come a dire… “ma come si fa a fischiare una roba così?”; di solito la risposta è un cartellino giallo.
L’arbitro Farina arrivò a prendersi un pestone volontario da Nedved, e Sneijder nel derby applaudì in faccia a Rocchi per quasi un minuto, neanche fosse alla prima della Scala; ormai gli sberleffi all’arbitro sono diventati una sfida, per provocarlo e confonderlo, per intimorirlo e sottometterlo, o indurlo a un trattamento di favore.

Ho un lontano ricordo di un evento irripetibile.
Era il 1958 e, allo stadio del Vomero, il Napoli aveva battuto la Juventus 4-3 in un’epica partita. Nella sintesi della Domenica Sportiva passarono le immagini della folla in campo che festeggiava, e che nell’euforia si prese sulle spalle l’arbitro Concetto Lobello portandolo in trionfo insieme a Bugatti, Vinicio e Pesaola.
Se avvenisse oggi ti darebbero partita persa a tavolino, ma il problema più serio sarebbe trovare un arbitro che meritasse tanto.
La novità degli ultimi anni è la stretta di mano che il giocatore sostituito rivolge all’arbitro (ma solo se la sua squadra sta vincendo) il quale, per innata diffidenza, non riesce a capire quanto sia sincera o invece vagamente ironica.

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Il portiere non esce più, ha fifa di sbagliare e, a fronte di un errore che sarebbe soltanto suo, preferisce condividere l’eventuale colpa con gli altri, e rimane sulla rassicurante riga.
Abbiamo massacrato Gazzoli per quella catena che l’inchiodava fra i pali, ma la pandemia ha contagiato tutti e, mentre in area c’è il duello fra gli Orazi e i Curiazi, il portiere rinuncia all’avventura come l’aviatore che non decolla per un cupo presagio.
Niente a che vedere con quello che combinò Spalazzi, in piena lotta per la promozione in A del 1973.
A Marassi la giornata era tiepida, il Brindisi era poca cosa e certo non invogliava a impegnarsi troppo.
Papadopulo da una parte e Garbarini dall’altra spazzavano tutto quello che assomigliava a un pallone, ma Spalazzi pensò bene di interessarsi a “Tutto il calcio minuto per minuto” e, inoperoso, ascoltava le partite da una furtiva radiolina a transistors.
Su un casuale spiovente evitò di uscire, e forse ascoltò in diretta Ezio Luzi mentre raccontava il goal che lui stesso stava subendo, e che costò la sconfitta per 0-1, per fortuna ininfluente.

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Secondo me il fallo di mano volontario, specie se in area, è rarissimo ma ormai fa fede la distanza dal corpo e non c’è verso di spiegare alla gente, e all’arbitro, che un proiettile a 120 all’ora ti può colpire il braccio anche se stavi salutando la mamma in tribuna.
Dove sono finiti quei bei rigori causati dal terzino che si fa portiere e para sulla riga?
O il centrale che, vistosi superato nel salto, smanaccia la palla come uno schiacciatore del Volley?

Ormai le moviole discutono per giorni sull’incerto confine tra il petto e il braccio che, per le liti che genera, è diventato vasto quanto la striscia di Gaza.
E tutti dimenticano che la volontarietà dev’essere evidente e conclamata, come le quattro righe di addio che il suicida lascia dietro sé.

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C’è una novità recente e imbarazzante, copiata dal libro Cuore, dove il buon Garrone (per carità, non quello di Trasta) esclamava “sono stato io”.
“Dillo, diglielo che l’hai toccata tu”… e gli arbitri sembrano gradire, Rosetti stringe la mano all’onesto reo-confesso, i telecronisti si commuovono e gli avversari ringraziano, ma il calcio non è così.
Se questa prassi prendesse piede, allora dovrebbe valere anche nel suo contrario: il terzino che dice “non l’ho sgambettato” potrebbe evitarsi davvero il rigore, e se invece l’ammettesse chi lo salverà dall’ira dei propri tifosi?
Nel bene e nel male è l’arbitro (possibilmente onesto) che deve decidere, e i giocatori dovrebbero smetterla di sollecitare una confessione che poi magari, a ruoli invertiti, loro non farebbero.

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Inutile girarci intorno: benché proibita, c’è aria di moviola in campo, che viaggia tra gli auricolari della quaterna, fra i telefonini accesi nell’intervallo, tra i monitor sbirciati da qualche addetto comandato a riferire.
Tutto ciò è discriminante per chi non ce l’ha e per chi la subisce, perché l’uso discrezionale della moviola è un probabile asso in più nella manica dei potenti.
Io non ce lo vedo un quarto-uomo (escluso Tagliavento) che in Milan-Siena comunichi all’arbitro… “guarda che Nesta ha fatto rigore, l’ho appena visto su Mediaset Premium… la Tv di Berlusconi”.
Nel frattempo la moviola viene usata per scopi educativi: colpisce i gesti violenti, le simulazioni gravi e i bestemmiatori. Per carità, tutto giusto, ma è incredibile che la Lega Calcio abbia dovuto ingaggiare un sordomuto per le traduzioni dal blasfemo all’italiano.
E poi accade un fatto stranissimo: un sacco di giocatori ce l’hanno con il proprio zio, e uno di origini austroungariche se l’è presa perfino con Diaz, il Generale della vittoria nel 1918.
Santi numi che ingratitudine!

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Per le gare di Uefa si sono inventati il quinto e il sesto uomo: poveracci, una pena vederli così annoiati, fermi e tramortiti dal freddo, senza stimoli o attività da espletare.
Nemmeno i tacchetti da controllare, neppure un tabellone da alzare, nemmeno la verifica che il pallone rimbalzi o quattro berci con cui zittire il trainer esagitato; solo la vana attesa che una palla contestata ballonzoli sulla riga di porta, per illuminarsi in quell’attimo di gloria che poi, probabilmente, una scortese moviola provvederà a sbugiardare.
Forse 6 addetti per una partita di calcio sono un po’ troppi, anche perché c’è la crisi delle vocazioni, tanto che la gloriosa sezione di Nichelino ha dovuto sfornare il figlio di Pairetto il quale, impegnatissimo, continua a insegnare etica sportiva ai ragazzini delle scuole. Si teme che Bergamo diventi Giudice di Pace.
Nel frattempo, la sudditanza psicologica è stata codificata “male incurabile” e, come per il diabete, i pazienti dovranno rassegnarsi e accettarne la convivenza.

(continua... martedì prossimo)