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Il sogno nel cassetto
La sua tana è il cassetto di una vecchia scrivania, e da quasi 50 anni è lì a difendersi dalle ragnatele, dalla muffa e dall’oblio.
Gli fanno compagnia i tarli che, indisturbati, partecipano alla decadenza sgranocchiando legno di ciliegio… sgnuck… sgnuck…
Ogni tanto l’equilibrio è turbato da una mano nostalgica che, magari per caso, riavvia la vita di quell’Album Panini 1963/64, perennemente afflitto dalla noia e sempre in attesa che un fugace evento gli conceda i tempi supplementari della ribalta.
E infatti capitò così la notte in cui, preso da fertile insonnia, il sig. Onirico decise di dare una ripassatina ai suoi idoli di un tempo, un po’ come si fa con le foto di famiglia quando si vogliono innaffiare le care radici.
Bastò un po’ di luce e il fruscio delle pagine per creare un bel trambusto, perchè in tutte le figurine si risvegliò l’ardore sopito, come se la coccoina che le teneva imprigionate avesse concesso loro un permesso speciale per buona condotta.
Sembravano tutti eredi di Dorian Gray, perché il tempo non aveva intaccato i sorrisi, i ciuffi all’umberta senza gel e senza lacca, i volti acqua e sapone che straripavano di gioventù.
Il cicaleccio cresceva, e ciascuno usciva dal recinto della propria squadra per discutere con gli altri, fra inusuali accostamenti e semantici sfottò: insomma… si cazzeggiava.
Pin, Luison, Pontel, Anzolin e Zoff si domandavano come mai, a tanti portieri, mancasse la vocale finale, e invidiavano il laziale Idilio Cei che invece non sapeva più dove metterle.
Luigi Milan, con la maglia dell’Atalanta, era in crisi di identità.
Marmiroli e Dalla Pietra, fra le cave di Cosenza, si promettevano eterna simbiosi; non come Sani e Stenti che invece si sentivano agli antipodi, mentre Bassi e Corti provavano una solidale simpatia, aspettando di crescere.
Non mancavano i temi sociali: Negri e Schiavo, un po’ ingenui, erano convinti che il razzismo ci fosse solo in Alabama, mentre Maschio, Maschietto e Bergamaschi discutevano sui pericoli dell’incombente femminismo. Martiradonna andava oltre.
Campana sbraitava a martello per dare dignità alla categoria e anche… Capra, Renna, Occhetta, Colombo, Delfino, Gatti, Cicogna, Moschino e Leoncini sostenevano che la loro fosse una vita da bestie; per non dire di Galli che, eternamente minacciato da Pelagalli, urlava: “… mai quanto la mia”.
Nella Lazio, Governato metteva ordine e Garbuglia incasinava, mentre il viola Seminario invidiava Merighi perché era nato a Rosario.
Il barese Catalano continuava a ripetere quanto fosse meglio vincere piuttosto che perdere, ma Goldoni lo invitava a non recitare la solita commedia.
Dell’Angelo e Angelillo disquisivano di sesso… quello degli angeli naturalmente.
Wisnieski, l’unico francese dell’album, stava alla larga da Trapattoni temendo la sua ira “ante-litteram” (di stampo irlandese) verso i transalpini.
Il focoso Lojacono si dava un po’ di arie perché era fidanzato con una “velina”, una certa Claudia Mori, ma lei era esigente e di baci ne voleva 24.000.
A Tiberi, tutti chiedevano come mai il Lanerossi Vicenza avesse ingaggiato Nicola Arigliano (di cui era il sosia), mentre il modenese Ottani si aggirava dalle parti della Sampdoria per un’affinità elettiva… e petrolifera.
Nobili, Conti e Marchesi se la tiravano da aristocratici, ma a ridimensionarli ci pensavano Bulli e Peretta, con sonore e irriverenti pernacchie.
Peirò si stava preparando al suo trasferimento dal Torino al Genoa (per Meroni… sigh) che però sarebbe durato solo due ore e un quarto, giusto il tempo di onorare la solita cambiale detenuta dalla solita Inter.
Anche nel Messina c’era fermento, e quasi una smobilitazione perché Derlin, Brambilla e Morelli si apprestavano a un trasloco in rossoblu, ma non erano gli unici.
Quell’album era pieno di futuri Genoani che, inconsapevoli, ancora ignoravano l’avventura che li attendeva di lì a poco. Proviamo a cercarli: Vanara, Koelbl, Gilardoni, Zaglio, Giacomini, Di Vincenzo, Canella, Panara, Lodi, Emoli, Traspedini, Negri, Osterman, Angelillo, Colausig, Veneranda, Lonardi, Simoni, Rosato, Corso, Rizzo… e poi ci lamentiamo perchè Preziosi fa girare troppi giocatori, ma anche gli anni 60 erano una bella giostra.
Un po’ in disparte c’era anche chi si teneva in esercizio facendo a pugni: se Ferrini prima e Pascutti poi si erano scazzottati con la maglia della Nazionale addosso, potevano ben farlo nell’Album Panini; con la scusa di dividerli si aggiunse alla rissa anche Dino Sani, benché non avesse più il gancio destro di un tempo, quello del k.o. a Bicicli nel derby con l’Inter.
Luis Del Sol era ben lontano dal tramonto e non si dava pace che Tuttosport, magari per due passaggini sbagliati, continuasse a titolargli “quando calienta Del Sol”, e così lui rispondeva canticchiando “andavo a cento all’ora”… che poi era anche vero.
Il romanista Manfredini, detto “piedone” per via del 47 di scarpe, faticava a rimanere nei confini della propria pagina e tampinava Calzolari affinchè gli desse un’accorciatina alle punte.
Bulgarelli passava le ore a curarsi la riga nei capelli, lunga come quella del fallo laterale, mentre Fogli si compiaceva del nuovo ruolo inventato apposta per lui: il “mediano d’attacco”.
Ma c’era anche chi si portava avanti e parlava solo di lavoro: Trapattoni, Marchesi, Bagnoli, Simoni e Fascetti si sentivano già allenatori, ma si esoneravano a vicenda ed era un po’ come sfidarsi in 5 al gioco dei 4 cantoni.
All’improvviso, i giocatori del Genoa ebbero un’idea: per celebrare l’imminente sfida, e anche per sgranchirsi le gambe dopo il lungo riposo coatto, proposero a quelli dell’Inter di ripetere la partita di Milano del 1964, e l’iniziativa fu subito accolta.
Bisognava far presto, prima che il sig. Onirico richiudesse il cassetto impedendo, chissà per quanto, l’accesso alla fantastica dimensione in cui si poteva giocare un calcio immaginato.
I campioni dell’Inter si organizzavano per esibirsi nell’unico modo che conoscevano: catenaccio e contropiede.
Quelli del Genoa rispondevano mobilitando il cuore, un’arma letale che può annientare chiunque non la possieda.
Da una parte la difesa più forte del mondo, dall’altra gli eroi di una storica imbattibilità che, a suon di 0-0, avevano trasformato la porta di Da Pozzo nelle Mura del Barbarossa.
Ovvio che, con tali presupposti, accadesse poco o nulla, ma nella logica del calcio l’iniziativa spettava all’Inter campione d’Europa, che infatti cominciò a spingere.
Provavano il solito giochetto: lancio di Suarez (un Milanetto a dieta) per la volata sulla fascia di Jair (che con Suazo sarebbe arrivato al fotofinish) che appoggiava al centro per l’accorrente Mazzola (un bel cocktail di scatto, dribbling, tiro e astuzia).
Il Genoa però non era nato ieri (eufemismo targato 1893) e rispondeva con un tris d’Assi… vabbè, diciamo di Jack: colombobassirivara erano una cosa sola, e le qualità dell’uno si compensavano con le magagne dell’altro.
Idem per gli eleganti Baveni e Locatelli, belli a vedersi ma che si guardavano bene dall’impedire che Pantaleoni corresse anche per loro, e per tutti.
L’imbuto del Genoa era il centravanti Piaceri, uno che in gradinata suscitava i classici mormorii del tipo… “ma questo chi ce l’ha mandato”, anche se il suo goal vincente in un derby aveva un po’ addolcito le critiche; furbo e scaltro alla maniera di Acquafresca, aveva nei plantari una soletta di mediocrità che lo elevava rispetto ai “grammi”, ma comunque il doriano Morini dovette spaccargli una gamba per fermarlo.
Bicicli, che oggi sarebbe l’idolo indiscusso di Gasperini, se la tirava da ala tornante, e forse oggi riuscirebbe nell’impresa inverosimile di mandare Sculli in panchina.
A sinistra agiva il vecchio Bean, una specie di Palladino senza tutù e con più fiuto per il goal… ma solo nei giorni alterni, e decideva lui quali.
I 4 terzini si alternavano a coppie con il resto di due ma Bagnasco e Bruno, e poi Fossati e Calvani, garantivano un’onesta solidità.
Rimaneva Meroni che, dopo i due smeraldi esibiti contro la Fiorentina, si gingillava fra gli zirconi di un periodaccio, in attesa dei diamanti che avrebbe mostrato in seguito, fino ad acchiappare l’ottavo posto.
La partita cominciò ad animarsi e, nella foga, le figurine avevano ormai invaso il piano della scrivania per ricamare meglio le azioni, dribblando penne, matite, libri, fogli sparsi, e una bella lampada gialla con cui si poteva anche giocare in notturna.
Purtroppo, il sig. Onirico stava fumando il sigaro, e la visibilità ne risentiva un po’, ma il rinvio per nebbia era roba del passato, mica poteva ripetersi oggi.
A un tratto, come una folgore che sbuca dalle nubi, arrivò uno spiovente nell’affollata area interista, e Piaceri fece la cosa più incredibile della sua vita: goal!
Tutto l’Album ebbe un fremito, e nessuno voleva perdersi l’evento: perfino Buzzacchera, Rambaldelli e Dell’omodarme si coinvolsero, dimenticando per un attimo il fardello del cognome ingrato che si portavano dietro.
Anche i tarli esultavano, e dalle loro contorte gallerie si udivano cori di sostegno per il Genoa… sgnuck sgnuck… un po’ ripetitivi ma comunque graditi.
L’Inter non demordeva, ma ormai mancavano 20 minuti alla fine e il Grifone stava per ribaltare l’ordine naturale delle cose.
Se non che… il destino non si fa mai gli affari suoi, e spesso si occupa del Genoa.
Il sig. Onirico, nella cui mente si stava riavvolgendo il nastro dei ricordi, ripensò all’arbitro D’Agostini che il 5 gennaio 1964, circondato dagli interisti imbufaliti, si fece convincere a interrompere la partita per “scarsa visibilità” quando ormai era segnata… per loro.
Come allora ebbe un sussulto di rabbia, e la tazza di caffè che stava bevendo si rovesciò sulla scrivania, infradiciandola e rendendo impraticabile l’immaginaria partita che le figurine si stavano giocando.
E così, anche la rivincita di quella maledetta gara andò a pallino, e con lo stesso meccanismo perverso che consente ai potenti di cavarsela sempre.
Quelli del Genoa, dignitosamente, tornarono tra le pagine dell’Album senza battere ciglio; solo Bean, perplesso, imprecava contro il suo nome perché, di fronte alla replica di tanta sfortuna, gli sembrava ridicolo chiamarsi Gastone.
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Le partite con l’Inter sono quasi sempre una fregatura, perché la sproporzione è troppo forte, anche se le recenti vicende insegnano che si può dominare una partita e uscirne sconfitti.
Ma se è plausibile perdere quelle giocate in campo, sarebbe auspicabile vincere almeno le dispute di mercato, visto che Preziosi è furbo e Moratti non è considerato un genio.
Certo, uno tintinna gli spiccioli e l’altro sfoglia le banconote, ma che vogliamo farne di Ranocchia?
Ci fosse ancora il Catalano di prima risponderebbe così: meglio 15 milioni sonanti che 15 ragazzini della primavera da prestare al Bari o al Frosinone.
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