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Roba di questi tempi
Partite d’altri tempi. Quando l’inverno era rigido come il colletto delle camicie e dove non tirava la tramontana, era bora. Sfide d’antan sotto torrenziali rovesci che rendevano i campi simili a cortili per maiali, in cui la palla schizzava veloce sull’erba, dove c’era l’erba, o s’impantanava specie sulle fasce, salvo regalare qua e là rimbalzi imprevedibili. Solitamente a quei tempi le squadre combattevano con ardore speciale ma anche con palese attendismo e grinta figlia d’attenzione e rispetto. Era l’era dei due punti a vittoria e del pareggio che ne regalava uno a testa. Quando il futuro era roseo e il presente era Nereo.
Il calcio raramente era spettacolo, ma gli scontri, le fughe, i rimpalli, i lanci e le mischie lo rendevano uno sport completo, che conteneva in sé il senso del rugby, del cricket, di pallamano, pallanuoto e palla prigioniera, ma anche dei fiorentini in costume e delle corpulente ex-pin-up in tanga. La squadra di casa cercava di far sua la posta in palio, e quella ospite (se non si chiamava Milan, Inter o Juventus) si riparava dalla grandinata di azioni sotto i portoni della difesa, serrandoli con lunghi catenacci, a cinque o più maglie, a volte addirittura nove.
Ah, il catenaccio…lontano ricordo in bianco e nero, spazzato via dal calcio prosecco delle nuove generazioni, dalla spettacolarità di un giuoco che deve essere televisivo e da attaccanti o presunti tali che sono in realtà terzini rubati alla loro metacampo o medianacci privati del metacarpo.
Roba d’altri tempi.
Più o meno di questo epico programma d’essai ci hanno partecipato Napoli e Genoa, due squadre dagli obbiettivi opposti (a un De Laurentiis che esclama “alla champions ci ho sempre pensato” si contappone un socio gormita che conferma “parte sinistra della classifica”), dagli investimenti dissimili e dall’andamento diseguale. Ora il Napoli è terzo e il Genoa fluttua tra l’ottavo e il dodicesimo, Mazzarri ha dato nerbo alla sua squadra in casa e fuori (forse più fuori), Gasperini si è tenuto quello che già aveva sotto la Nord e non ha ancora trovato gioco e risultati in trasferta.
Ieri ci hanno aiutato il campo, il clima, l’imprecisione dei centrocampisti napoletani, la scelta iniziale del livornese di schierare Maggio e Aronica sulle fasce, l’arbitro Morganti per cui la mano può essere quella di vernice o di poker, ma difficilmente è quella del fallo, la traversa che non ha voluto far segnare un giocatore azzurro e scarso nemmeno quando ha fatto il fenomeno, il palo che non ha voluto far giocare un giocatore viola e scarso nemmeno quando ha fatto l’imitazione di Casaciof.
Per il resto è il solito Grifone formato trasferta, con in più un giocatore alieno a qualsivoglia schema che non sia “butta la palla di là che la rincorro”. Non ci resta che sperare in Acquafresca. L’hondureno non ha difeso una volta il pallone, fa salire più il colesterolo cattivo della squadra, non la becca mai di testa e ha fatto una sola volta sponda in un’ora.
Poteva essere l’uomo ideale per il 4-5-1 del Giovane Sonetti di Grugliasco, imbottigliato nella propria tre-quarti: lancio all’altezza del cerchio di centrocampo e poi via, nelle praterie verdi correndo i 50 metri in cinque secondi e mezzo e offrendo il pallone come dono votivo alle divinità del non gioco. Ma per pungere, non solo contro un Napoli sottotono, ma ovunque, ci vuole qualcosa di più, quella manovra corale che in casa appare inevitabile, quell’avanzare palla a terra e andare decisi su ogni pallone, anche estemporaneamente in tre sul portatore, se è necessario.
Comunque il Genoa porta a casa un punticino importante (ne mancano solo 8 alla salvezza) e torna a far risultato lontano dal Ferraris. Lo fa schierando la difesa a cinque e mettendo Rossi a spolverare la propria mediana, lasciando Milanetto libero di verticalizzare e piazzandogli basse le “ali” Palacio e Mesto, con l’inguardabile centroamericano davanti. Forse l’arguto mister ha pensato che con un campo del genere non si poteva giocare palla a terra, e ha optato per le “palle a terra” di chi ha visto la partita. Sempre più matura l’idea che Dainelli, rispetto a Esposito, abbia soltanto un gran senso della posizione e che nella difesa a 5 si senta a suo agio, perché può comandare il battaglion. I piedi sono quelli di Nazzareno Canuti a fine carriera (quando si permetteva di toccare la palla) e la tempestività quella del pronto soccorso di Gela. Una nota per l’involuzione di Moretti, colpito anch’egli dalla sindrome di Sasà, e per la scomparsa di Juric, dopo tanti anni di onorata carriera in catene di montaggio e smontaggio di tutta l’area mediterranea.
Come sempre stoici, gloriosi e unici i tifosi che si sono sobbarcati la trasferta, beccati l’epico acquazzone e hanno fatto festa in uno stadio che ai fumi preferisce purtoppo i raggi laser.
Roba di questi tempi.
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