MANITA E MANICHINI A MILANO

Autore: 
Freddie Beccioni

Il sabato pomeriggio, da sempre, a Milano si va “in vetrina”.
Passeggiare in lungo e in largo per Corso Vittorio Emanuele è più di un esercizio di stile, quasi un dovere, emblema dell’ex metropoli da bere e dell’eterna rivale della Parigi del pret-à-porter.
Non è ancora tempo dei mercatini di Natale, ma qualche annuncio di regalia ci può sempre stare: la sorpresa ad una fidanzata incontrata da poco, la borsetta o lo sbrilluccico di bigiotteria che tintinna sul refrain dell’evergreen “Innamorati a Milano” di Memo Remigi.

“Sapessi com’è strano, darsi appuntamento a Milano”.
La follia si può manifestare in tanti modi, e lo sa bene la pazza Inter che ogni dieci anni recupera da qualche bottega d’antiquario di Via della S(f)piga l’antica saggezza snob dell’Ambrosiana e sfila per altri obbiettivi che non siano solamente aspirare nebbia come fosse una Muratti Ambassador.
Ne dovrebbe essere conscio anche chi con la pazzia convive serenamente sulla piazza genovese da più di un decennio e prosegue imperterrito a preparare splendidi manichini per le sfavillanti showroom delle grandi città italiane.
Che altro si potrebbe fare il sabato pomeriggio nella Capitale della moda?
Per sfilare ci vuole grazia, leggiadria, charme.
E un coach da passerella senza palle, un po' checca possibilmente.
C’è da mostrare un campionario, d’altronde, mica da raccogliere monetine di passaggio come quel clochard con i rayban che faceva così blasé.
E poi il campionario di quest’anno non è peggio del solito: anzi, offrirebbe una firma polacca emergente, se solo non fosse già stata proposta qualche giorno fa e non la si sapesse esaltare.
Meglio nasconderla in questo sabato milanese; sai com’è, a volte il “vedo non vedo” è più arrapante di un nudo.
Se poi magari l'hai già venduta, si sa mai che le paillettes non si stacchino.
Inoltre c’è da mettere in mostra freschissimi capi argentini, rumeni ed ivoriani.
Per sfilare nel Corso, però, l'abbigliamento non è tutto.
Ci vuole il tocco di classe di un animale da passeggio.
Basta trasformare in cani delle oneste comparse che abbisognavano solamente di un buon regista, e non mi richiamate in causa il vetusto romagnolo, fuori moda e molto meno onirico perfino di Federico Fellini.
Passeggiare per Milano, specie se al lasco guinzaglio d’un creativo balcanico, per tali ritrovati esemplari, è proprio una bellezza.  
Si può far annusare loro certi terrier e barboncini che al confronto oggi sembrano pitbull, tronfietti e gagliardini. Puoi vedere in vetrina un tarchiato dogo argentino dalle fattezze di un toro de Sora, lottare con turchi bendati e segugi in odor di nazionale, puoi far giostrare anche lontano da via Melchiorre Gioia una cagnetta trans portoghese che sembrava perduta per sempre, ed infine regalare una doppietta ad uno dei più sopravvalutati cani da caccia della bergamasca.
Poco più di dieci minuti e il calcio propositivo diventa già un morso ai coglioni.
Saltano le tattiche, i guinzagli, le fantasie.
E vai col liscio, senza selz e nemmeno un Biancosarti.
Che l’unica azione degna di nota rossoblu è il doppio dribbling del giovane pugnace di Bucarest.
Ma lasciamo perdere, parlare di pallone, riferire di un match sarebbe come bere uno spritz con aperol , pinot grigio e levissima in Corso di Porta Ticinese.
Nel freddo bicchiere d’orzata in cui galleggia Milano riemergiamo con la certezza che, come dicono da queste parti, “dura minga”.
Collezione Manita.
Tutto questo ci ha regalato un pomeriggio milanese di novembre, nel fine settimana dei morti, quelli che difficilmente risorgeranno, se continueranno ad esibire come manichini i più promettenti e a far deambulare come zombi tutti gli altri.  
 

Commenti

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Che piacere leggerti ...

... quasi quasi coi tuoi post riesci a farmi dimenticare (per qualche secondo) la nostra triste situazione ...
Grazie e spero di rivederti prima o poi (ci eravamo conosciuti di persona in Kenya un paio di anni fa nell agriturismo di Alessandro Chelo. Io ero quello che aveva distribuito magliette del Genoa in quantità a tutti i bambini dei villaggi limitrofi alla Tishi Farm)

Eh già...

 
Eh sì, mi ricordo quella giornata...parlare del muretto GIR in un villaggio giriama...che bello!
Un saluto e...forse in Africa è più sopportabile la tragedia sportiva del nostro Genoa, ma faccio tanta fatica anch'io.
 

Freddie

L'unica cosa da applausi,da cornice sei te e il tuo post .
Ianna

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