CANI, PADRONI DI CANI E SOLIDARIETA'

Autore: 
Freddie Beccioni

La beneficenza non è una moda, non si dovrebbe pubblicizzare né politicizzare, né chiamarla tale.
Certi istinti o sono nell'anima, nel cuore, oppure non ci si dovrebbe neppure vergognare di non possederli.
Così come non sono da biasimare altre sfaccettature umane, come il cinismo, lo snobismo e la supponenza.

L'importante è essere sé stessi, accettarsi e accettare gli altri per quello che sono, a patto che alla base ci sia la cosiddetta onestà intellettuale, una sincerità che ponga la propria coscienza davanti allo specchio della vita.
Sulla vetrina del gioco, dello sport, con serenità dobbiamo accettare un verdetto inappellabile: il Genoa è da sempre portato a far del bene agli altri.
Nel corso dei decenni il rossoblu ha portato la sua idea di solidarietà, di impegno sociale, nel mondo pallonaro, e non solo. Ci siamo trovati ad onorare realtà minori che grazie a noi hanno potuto assurgere a palcoscenici importanti, o semplicemente ritagliarsi un angolino nella lunga storia del calcio.
Montevarchi, Castel di Sangro, Lumezzane, Pizzighettone, Carpi.
Realtà antiche o recenti con cui ci siamo prestati a fare da benefattori.
Benevento rientra in questa categoria ed è l'ultima di queste, in ordine di tempo.
Ci ha pensato un piccolo rasta filiforme, ovviamente di origine africana (perché l'idea più pura, ma anche più iconografica e banale di solidarietà risiede lì) ad omaggiare chi forse non rivedrà più la Serie A (specie se si dovesse concretizzare l'assunzione di Juric...).
Prima, nello show dell'inutilità, Pepito Rossi aveva dimostrato che il calcio è divertimento, se praticato su campetti amatoriali brasiliani o nelle partitelle infrasettimanali, e che sono pochi i giocatori nel mondo a cui gli avversari per rispetto non porgono l'altra gamba.
Lapadula invece una volta di più, e speriamo per qualcuno definitivamente, ha confermato che fa parte di quella schiera di giocatori che non possono vestire il rossoblu, perché hanno nel sangue una composizione diversa da quella che accomunava esseri darwinianamente opposti, come Francioso e Milito, come Marulla e Aguilera, Carparelli e Palacio.
Razza canina, calcisticamente parlando, che altrove potrebbe anche rivelarsi di razza, ma da noi porta a quel cinismo, a quell'arroganza che non ci appartiene.
Non è colpa sua, ma noi non meritiamo di snaturarci per esseri come lui, così come non potevamo farlo per l'attuale capocannoniere del campionato, né per Matri o altri.
E' uno che anche davanti a una retrocessa che ha preso ottanta goal e dietro balla come la nonna di Roberto Bolle, riesce a incespicarsi, a regalare palloni a un becero doriano, a sbagliare i tocchi più semplici, a cadere da solo davanti alla porta simulando attacchi di colite, ad andare incontro alla palla quando viene lanciata nello spazio e allargarsi quando c'è da verticalizzare.
Dobbiamo solo sperare che la voce del Padrone una volta tanto faccia girare sul piatto un refrain a noi ultimamente poco noto, quello dell'accettazione di uno sbaglio e che si tramuti in un altro gesto di solidarietà: il prestito a una neopromossa, l'avventura in una landa iberica o sulla panchina di chi deve arricchire la rosa.
Il resto, parlando di una partita da saldi di fine stagione, è poca cosa: ci può confermare che né Biraschi né Izzo sono pezzi da Novanta, ma piccole plushvalenze, che forse potremo salutare Perin sabato prossimo, con mani sui coglioni della dirigenza per evitare l'ennesimo infortunio anti-cessione, che il marocchino non è Benatia ma nemmeno Gentiletti, che Ballardini chiederà 7 undicesimi nuovi nella speranza di riceverne almeno cinque buoni, che Eddie Salcedo fosse una marca di rum deve invecchiare almeno 18 anni, che Medeiros è già invecchiato abbastanza e dovrebbe uscire dal barrique, che Cofie è simpatico e Spolli è Nanni Moretti con qualche film in meno.
Sessanta minuti di noia, un quarto d'ora di squadre lunghe e calcio da balera, fino alla coglionata di Omeonghino a tre minuti dalla fine.
E' calcio, è vita, è un copione che si ripete pur variando.
E' il nostro vecchio Grifone, molto poco equo, ma molto, a volte troppo solidale.

 

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Aggiungo solo che Lapadula e'

Aggiungo solo che Lapadula e' di un'ignoranza calcistica impressionante, sbaglia l'80% dei movimenti e quando fa il movimento giusto ciabatta il tiro.  Una roba vergognosa, io un anticalcio cosi' a fare il centravanti del Genoa non l'ho mai visto.
Per il resto, appena Ballardini ha provato a rinunciare al fortino difensivo si sono rivisti gli stessi risultati di Juric, ma del resto l'abbiamo sempre sottolineato tutti che l'errore del Croato era principalmente di non aver capito che il gioco che voleva non era nelle corde dei calciatori a disposizione.

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