ALTRO CHE PAR D'ORO

Autore: 
edoardo

Ero molto curioso di vedere il Genoa all’opera nella Verona più dolce e più dolciaria.

La prima trasferta “diversa” dell’Era Ballardini.

Perché? Perché se non sei una presunta “grande”, col pubblico becero che ti sospinge, o se non hai un allenatore scemo, dopo aver visto le ultime trasferte del Genoa lo affronti provando a fargli fare la partita ed evitando di scoprirti.

Il Chievo non è una grande e non ha un allenatore scemo, anzi.

È il tipo di squadra che sa ragionare senza voli pindarici in funzione della salvezza, capace di rischiare quando serve, ma geneticamente prudente, disposta, all’occorrenza, a spartirsi i punti per tacito accordo. Quindi non c’era da sperare che ci aggredisse regalandoci praterie deserte e che si facesse infilare stupidamente, come i loro colleghi gialloblu della Verona Nera. E allora diventava interessante capire come Ballardini avesse preparato la partita e come la interpretassero i giocatori genoani, a cui l’impresa di Roma potrebbe aver dato alla testa.

Il rischio di una partita bloccata sullo 0-0 iniziale ed eventualmente decisa da un episodio casuale era grande.

 

Squalificato Rossettini, rientra Spolli. A centrocampo Ballardini opta per la riconferma dei giocatori inizialmente in campo contro la Lazio e in avanti pure.

Gli uomini sono questi, l’atteggiamento iniziale quello di sempre, anche se nel primo quarto d’ora il Genoa esercita una certa pressione chiudendo il Chievo ai limiti della propria area, ma senza esiti di una certa pericolosità. Poi i clivensi prendono in mano le chiavi della partita, senza tuttavia rendersi mai pericolosi. Spolli si becca un’ammonizione stupida e la partita scivola via senza emozioni, finché un bello scambio tra Galabinov e Pandev manda quest’ultimo in gol. La rete viene giustamente annullata per fuorigioco, ma la scintilla dell’azione rimane pregevole. A pochi secondi dalla fine del primo tempo Galabinov si fa male ed entra Lapadula.

Genoa ordinato in campo, ma non particolarmente determinato. La fascia sinistra funziona bene, soprattutto grazie alla dinamicità di Hiljemark e di Laxalt. Bertolacci sta trovando confidenza con il ruolo di regista, anche nelle coperture. Il più a disagio in questo schema sembra Rigoni e la catena di destra ne risente. Biraschi e Zukanovic hanno calzato due scarpe sinistre e due scarpe destre rispettivamente, con la conseguenza che nessun loro lancio e nessun appoggio finiscono dove dovrebbero finire, ma per fortuna in fase difensiva reggono bene.

Si aspetta di capire se nel finale di partita il Genoa tenterà di fare male, in linea con lo stile imposto da Ballardini. E la risposta arriva, puntuale.

Contenimento senza particolare affanno, nonostante Lapadula, del quale sono stufo di parlare. Nove palle consegnate agli avversari, tra fuorigioco e falli inutili. Evitiamo di farne una vittima di critiche feroci e diciamo che non è il tipo di centravanti adatto a questa squadra. Poi Ballardini, al posto di uno spento Pereira, inserisce Lazovic, che sembra rianimare anche un ectoplasmatico Rigoni. Poi Bessa per Hiljemark, a corto di fiato.

Negli ultimi minuti Pandev si infila stupendamente nella difesa gialloblu, potrebbe tirare di destro ma insiste nel virtuosismo, finché il suo tocco a colpo sicuro sbatte sulla faccia di Sorrentino.

Niente paura. Questo Genoa in trasferta non lo fermano né i portieri né la VAR. A pochi minuti dalla fine avviene ormai regolarmente una misteriosa metamorfosi: il ballerino Laxalt si trasforma in un cannoniere mannaro e a Verona come a Roma colpisce infallibilmente.

Vista la situazione generale, nella Verona dei dolciumi ci accontentavamo del punto del pareggio, di un Par d’Oro per dirla con Campedelli, e invece arrivano tre golosissimi punti, che prendiamo su e portiamo a casa.

Bene la difesa, benissimo Bertolacci, ottimi Laxalt e Pandev e anche Hiljemark finché ha avuto fiato.

Un’ultima nota sul Ballardini difensivista. Qualunque allenatore, visti i risultati che arrivavano dagli altri campi, nel finale avrebbe detto ai suoi di accontentarsi del pareggio. Anzi, lo avrebbe detto a voce alta, ammiccando all’allenatore avversario. Lui no. E ancora una volta ha avuto ragione.