BALABIOTT E BALLABIOT

Autore: 
edoardo

 

 

 

Ancora adesso, ogni anno ad agosto, si rinnova la tradizione dei balabiott.
Strani tipi arrivano alla spicciolata da tutto il mondo e si concentrano ad Ascona, una località della Svizzera Italiana sul lago Maggiore.
Qui sorge il Monte Verità, che per quasi un secolo ha costituito il punto focale di una straordinaria utopia che ha attraversato la storia d’Europa, e soprattutto della mitteleuropa.

Gli ultimibalabiott non possono più accedere al Monte, dove sorgono un albergo e un museo. Si accampano nei dintorni, in un terreno privato ma non recintato e lì, con il consenso del proprietario, per due o tre giorni rivivono le esperienze dei precursori, nudi a contatto con la natura, amore libero, estasi e poesia. Danzano al chiaro di luna. Là dove, si disse, “con la fronte si arriva a toccare il cielo”.

Intorno a loro non ci sono più gli stupefatti rozzi contadini ticinesi del primo Novecento, ma pasciuti borghesi rozzi solo intellettualmente. Eppure i balabiott fanno sempre scandalo, forse più di allora, perché a certa gente risulta incomprensibile (e perfino offensivo) che si possa godere nella natura e della natura, ritagliarsi uno spicchio di felicità o di oblio, totalmente gratis.

Balabiottin dialetto lombardo significa letteralmente “danza nudo”. Il termine fu coniato dai villici locali, scandalizzati dalle performaces ardite e fiabesche di Rudolf von Laban e delle sue adepte, che si aggiravano senza vestiti tra i boschi ed esibivano una flessuosa e sacrale gestualità al sole o alla luna.

 

La straordinaria esperienza del Monte Verità è iniziata esattamente nel 1900 e può dirsi conclusa solo geograficamente, ma sopravvive ancora negli eredi delle idee dei precursori, dispersi ovunque, come gli innumerevoli rivoli in cui si è suddivisa la proposta culturale originaria, fatta di anarco-comunismo, ecologismo, teosofia, pacifismo, danza, pittura, femminismo, massoneria, internazionalismo, steinerismo e altro ancora.

Un’utopia venata di speranza ma dominata dal senso della morte, tipica della mitteleuropa,  prima della guerra e tra le due guerre. Una migrazione inesausta di pensatori e di artisti dal gelo nordico delle idee alla divinità solare della fisicità, con la prospettiva di un mondo nuovo e di un uomo nuovo annacquata dalla consapevolezza della fuga, ribellione che non possedeva la forza di diventare rivoluzione.

 

L’elenco degli uomini e delle donne, intellettuali e artisti, che hanno condiviso l’esperienza del Monte Verità è interminabile. Comincia con Michail Bakunin e Karl Kautsky (il rinnegato Kautsky, secondo Lenin) e comprende anche personaggi che, pur non vivendo stabilmente nella comunità, la elessero a punto di riferimento, come Isadora Duncan, Hermann Hesse, Carl Gustav Jung e Rudolf Steiner.

Ma non è questa la sede per dilungarsi. Consiglio a chi vuole saperne di più e capire le dimensioni del fenomeno di visitare questo sito e i suoi collegati: http://www.monteverita.org/it/82/cronistoria.aspx

 

A me piace ricordare la figura della scandalosa contessa “cosmica” Franziska zu Reventlow, che si ribellò alla rigida educazione della nobiltà prussiana da cui discendeva e mollò tutto, tranne la sua prorompente personalità, per vivere alla giornata. Passando per l’allora vivacissimo quartiere bohémien di Schwabing, a Monaco di Baviera, approdò infine al Monte Verità, dove si impose come una delle figure più controverse dell’epoca.

Sacerdotessa dell’eros e feroce tutrice della libertà personale, incarnò a suo modo il mito della “donna fatale”, che era il mito di quei tempi, elevato a dignità letteraria dal suo amico Heinrich Mann ne “L’angelo azzurro”.

 

Così come Lou Andreas Salomé, che si divise tra Paul Ree, Nietsche e Rilke, anche Franziska, detta Fanny, fu una habituée del trio piuttosto che della coppia. Ma se di Lou si disse che “ogni volta che giaceva con un uomo lo metteva incinto di un libro” (allusione a Nietsche che, mollato da lei, si consolò scrivendo “Così parlò Zaratustra”), di Franziska si affermò che “ogni volta che faceva felice un uomo lo condannava ad affacciarsi sul baratro dell’infelicità”.

Sì, perché Franziska-Fanny non aveva padroni, non cercava stabilità, consolazioni e nemmeno momentanee certezze. Al filosofo Ludwig Klages che, al culmine di un incontro amoroso, ansioso di essere rassicurato, le chiedeva se lo amasse, Fanny rispose sinceramente: “Certo che sì, come puoi dubitarne? Ma ciò non toglie che ora vorrei farmene altri sei, uno dopo l’altro”.

http://www.lastampa.it/2014/02/27/cultura/tuttolibri/la-ribelle-fanny-ne-amava-uno-e-ne-desiderava-sei-8UkUizaBk1avY833HDLlOK/pagina.html

 

Il filone culturale di stampo mitteleuropeo della prima metà del Novecento, con tutte le sue variabili e tutte le sue stranezze, rappresenta comunque, a mio modo di vedere, uno dei tre momenti capitali dell’era moderna a cui fare riferimento. Insieme con il portato culturale, razionalista e illuminato, della Rivoluzione Francese e il brodo millesapori della Cultura Mediterranea classicheggiante.

 

Per la mia sensibilità la cultura mediterranea è la chiave di volta per abbandonare le reminiscenze classiche, superare le Colonne d’Ercole e immergersi nella selvaggia immensità dell’Oceano. È una cultura fatta di mare, che predispone al viaggio e all’avventura. Se ti ci immergi, alla fine approdi in Africa e abbracci il primordiale.

La Francia illuminista rappresenta invece l’abito, o la pelle, con cui sono rivestite, esteriormente, le sfide dell’estetica. Si incarna perfettamente nell’immagine sofisticata della donna parigina, capelli neri corti, tailleur, un erotismo sottile mascherato dall’ironia e tanto snobismo. Una strada che conduce dritto dritto allo scetticismo e perfino al cinismo, ma con lo stupendo conforto dello sfrigolio delle bollicine di champagne.

La congerie intellettuale, venata di sconfitta, dell’espressionismo mitteleuropeo, è un’immersione in apnea negli abissi della sensualità. Non esiste il mare e non si avverte il vento gelido della ragione. Tutto si svolge in un interno, che è quello dei palazzi kafkiani ma anche quello della coscienza e della psiche, e poi, più giù, del sangue e della carne. Mica per caso Freud è nato in quella che ora è la Repubblica Ceka.

 

Non so se il Monte Verità c’entri qualcosa, ma, col passare del tempo, nelle regioni lombarde subalpine, il termine balabiott assunse anche il significato dispregiativo di “tonto”, “ingenuo”, “boccalone”.

È vero che i contadini ticinesi del primo 900, confrontati con una realtà totalmente inspiegabile, uomini colti e nobildonne che danzavano nudi al chiar di luna, se la cavarono, con l’aiuto dei parroci, confortandosi con l’idea che si trattava di pazzi, ma tra pazzi e boccaloni il passo non è breve.

Potrebbero contare qualcosa gli esperimenti di agricoltura biologica portati avanti da una frangia degli ospiti del Monte Verità per una trentina di anni. Esperimenti non sempre coronati da grande successo, bersaglio di ironici commenti da parte dei contadini locali, entusiasti fruitori delle futuristiche macchine agricole e dei primi additivi chimici. A loro, quei tipi barbuti dal pisello ciondolante, che affidavano le sorti dei raccolti alla clemenza delle fasi lunari o del dio sole, dovevano apparire piuttosto creduloni, con venature di coglioni.

Fatto sta che anche la mia nonna, per battezzare la stupidità di un parente gabbato e spennato da un baro da fiera campestre, ricordo che usò l’espressione: “Al gh’è bourlà denter comm un balabiott” (ci è cascato come un balabiott). E mia nonna, buonanima, manco sapeva che esistesse un Monte Verità.

 

Lunga premessa per arrivare al Genoa e chiedersi se si tratta (squadra e società) di una congrega di balabiott, o se invece i boccaloni siamo noi.

Propendo per credere che Preziolanda sia una macchina truccata, una sorta di trespolo da luna park adibito al gioco delle tre tavolette, ma un po’ più sofisticato. Insomma, una congrega di furbastri che, alla fin fine, non brillano neppure come fulgidi esempi di affarismo vincente. Anzi.

 

Ma se gli vogliamo affibbiare il titolo dispregiativo di “balabiott”, ecco il colpo di scena. Cacciano Juric e arriva lo zio Balla.

E nell’immaginario collettivo, con la semplice aggiunta di una “elle”, diventa lui il Ballabiott. Il povero cristo obbligato a fare le nozze coi fichi secchi e a scalare la classifica trasformando i ciuchi in purosangue.

Nudo (e solo) alla meta.

Auguri.

Commenti

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una grande commemorazione

una grande commemorazione bravo Edoardo, in effetti la cultura mitteleuropea è tutto ciò da cui discendiamo anche se il tedesco ci è incomprensibile. Ma i filosofi  italiani sono tutti filoteutonici o asburgici, una volta venivano chiamati "begriffi" da begriff (concetto) e la nostra letteratura modernista sebbene provinciale ricalca i modelli di goethe di musil o di kafka.. E l'idea di una rivoluzione che comprendesse oltre alle leggi come nel modello francese anche le coscienze nasce li, ci sta quindi l'esperimento pre-hippy del monte verità.
il Genoa nato nel 1893  è appena successivo ai peregrinaggi di nietzsche in liguria, appena dopo che a furia di peregrinare il suo genio si oscurasse
E preziosi in tutta questa fioritura liberty propriio non ci sta

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