BALLARDINI PROVA LA RIVOLUZIONE

Autore: 
edoardo

Anche al netto delle storture dell’inciviltà moderna, Genoa-Toro rimane un appuntamento tra i più nobili che il calcio italiano possa esprimere.

Una partita dove non scendono in campo le top model della pedata, ma le donne vere, che hanno saputo soffrire, vincere, perdere e combattere, senza cedimenti alle mode e conservando un fondo di aristocrazia dell’anima che non viene sminuita dai calli sulle mani e dalle maglie sudate.

 

Il Toro si è presentato a questo campionato con un’ossatura ambiziosa, supportata da molti giocatori che hanno militato nel Genoa e che in qualche caso alimentano le nostre nostalgie. In particolare la coppia Rincon-Jago. Sulla carta, una rosa di livello europeo. Dopo un inizio in cui Mihajlovic ha yurjceggiato non poco, il Toro ultimamente ha ritrovato un equilibrio, come a tutti succede quando stanno per incontrare il Genoa. Sinisa si è tolto Ljajc dai coglioni e le cose hanno cominciato a funzionare. Se lo ha preso a cazzotti, lo ha fatto furbescamente a luci spente, così non ha rischiato di concludere anzi tempo la carriera come invece è successo a Delio Rossi, che gliele ha date sacrosante ma purtroppo sotto i riflettori.

 

C’è da dire che Cairo non dev’essere stupido quanto sembra. La sua politica dei piccoli passi, dopo essere riemerso dalla B, gli ha consentito di cedere il giusto per rafforzarsi gradualmente. E se gli fosse riuscito il colpo Belotti da 100 milioni, avrebbe una rosa ancora più forte. Ma già così il mix tra esperienza, grinta e classe non è affatto da buttare.

Lo chiamavano “Il piccolo Berlusca”. Con l’aiuto di un toupet alle sopracciglia mi sembrerebbe più appropriato il nomignolo di “Urbano e le storie tese”, ma in ogni caso mi sembra giusto concludere che abbia fatto e stia facendo bene per il Toro. Cacchio, ha anche la licenza UEFA…

 

Noi ci presentiamo con le sole credenziali di un insperato risveglio dovuto alle alchimie di Ballardini, allenatore condannato al precariato, ma allenatore vero.

Stessa formazione della settimana scorsa e della settimana precedente (a parte un Rigoni o un Laxalt dentro e fuori). Un po’ perché “squadra che funziona non si tocca” e un po’ per dimostrare che quel che conta è lo spirito di squadra e la capacità di stare in campo, a prescindere dalla scelta tra ciuchi e somari.

Salvare il Genoa senza salvare Preziosi (cioè senza i colpi di mercato di gennaio che fecero le fortune di Gasperini) era la sua missione. In parte già compiuta, perché se non avesse fatto punti nelle partite prenatalizie, delle due l’una: o la discesa in B, o l’esaltazione del mercato di riparazione del Miglioredeldopoguerra.

 

Il Genoa occupa bene gli spazi e mantiene gli equilibri, ma nel primo tempo subisce troppo e si salva solo per un intervento memorabile di Perin e per l’imprecisione sotto porta degli attaccanti del Toro.

Per nostra sfiga Belotti è infortunato e lì in mezzo gioca Niang. Come sanno bene in Svezia, tra i due non c’è confronto e, da avversario, vorrei Belotti contro tutta la vita. Niang con la sua mobilità e la sua classe fa perdere la bussola al pur bravo Spolli e scardina la nostra difesa, con l’aiuto di altri due dai piedi buoni: Jago Falque e Berenguer.

Ma come? Jago e Niang non giocavano bene solo grazie a Gasperini?

 

Ma il nostro problema più grave è l’incapacità del centrocampo di tener palla e fare ripartire la squadra. Quando entriamo in possesso si evidenzia la mancanza di qualità ed è lì che si deve intervenire sul mercato e forse anche nello spogliatoio. Bisogna aggiungere che ogni volta che Izzo ha la palla tra i piedi c’è da tremare. Sembra che non sappia mai cosa fare, poi la calcia a casaccio. Non so che cosa gli succeda, ma sembra improvvisamente imbrocchito. Per puro masochismo, gli fanno pure battere le punizioni nella nostra metà campo difensiva.

Però salva un gol sicuro sulla linea e fa baluardo coi compagni di reparto, quindi il problema di come fare ripartire l’azione ci riporta alla pochezza del centrocampo.

 

Se Veloso gioca così quando si trova di fronte Valdifiori, cioè uno che è meno mobile di lui, non c’è speranza. E Rigoni è impalpabile.

Ballardini prova a mischiare le carte dopo un quarto d’ora del secondo tempo e non è un cambiamento da poco. È quasi una rivoluzione.

Fuori Veloso, finalmente. Dentro Biraschi per Rosi, Lapadula e infine Giuseppe Rossi per Taarabt.

L’idea dello Zio è chiara. Provare a vincerla approfittando del calo generale del Toro, ma la squadra non lo segue e non alza il baricentro. Anzi, rischia di prendere gol e ci vogliono un altro miracolo di Perin e il già citato salvataggio sulla linea di Izzo.

 

In compenso Rossi fa vedere la sua classe servendo Pandev in profondità e solo una grande copertura di De Silvestri salva il Toro. Al 43° Lapadula manca il controllo che lo avrebbe messo davanti a Sirigu su assist geniale di Pandev.

Obbiettivamente non avremmo meritato di vincere, ma di nuovo non abbiamo preso gol e questa solidità difensiva è la base su costruire il futuro.

Mostruoso Perin, ottimi Spolli e Zukanovic, bene anche Pandev, come sempre quando non gli capitano occasioni gol da sprecare.