ULTIME DALL'IMPAGABILE CUORE AFRICANO ROSSOBLU

Autore: 
delcu

C'è qualcosa di rossoblu che non è in vendita e non lo sarà mai.
Qualcosa che da sempre resiste ai tentativi di logorare una fede che ci ha insegnato la bellezza del gioco, la crudeltà delle sconfitte ingiuste e l'utilità di quelle sacrosante, ma anche l'accettazione che c'è sempre qualcuno che sta più in alto, fino a quando non arriva a stuprare la nostra dignità.
Il nostro cuore non si vende e figuriamoci se mai si svenderà!

Il cuore, inteso nelle sue tante sfaccettature metaforiche ma più reali di una VAR e più credibili di una semifinale di Champions League.
Quello che ti fa fare ancora le cose per passione e non per avere chissà quale tipo di coccarda da appuntarti sul deretano, diventato nel frattempo simile alla tua faccia come certi cani con i loro padroni dopo tanti anni di silente e bestiale sudditanza.
Com'è sempre stato nei momenti tristi e dolorosi, quando un amico o un parente ha bisogno di cure, nelle numerose intemperie che la vita piazza qua e là con un meccanismo random che nemmeno la più stronza app del pianeta saprebbe impostare, così è per la generosità di una buona parte dei tifosi genoani, l'amore per la maglia che sublima nella tenerezza, nel piacere, nella gioia condivisa di vedere i due colori che abbiamo nel sangue, addosso a ragazzi che hanno visto Genova solo su un libro e in qualche immagine di youtube.
No, la storia dei ragazzi dello slum di Malindi che si sono affezionati al Genoa perché fin da quando avevano 9 anni hanno indossato quella maglia e qualcuno gli ha spiegato che non è necessario vincere, ma fondamentale dare l'anima, essere uniti, nel campo come nella vita, aiutare il prossimo, benedire la fortuna che ci si è guadagnata anche se è stata una fatica guadagnarsela, perché comunque rispetto a tanti altri è davvero una fortuna.
Intanto il Genoa andava dove andava, ma i bambini rossoblu d'Africa sono diventati ragazzi e tra poco saranno adulti.
Maxwell, il portiere, dopo essersi diplomato, lavora in un minimarket da ormai quattro mesi e porta a casa uno stipendio che gli permette di aiutare la zia a pagare l'affitto di una casa, finalmente di cemento e col tetto di ondulina che almeno non ci piove dentro.
C'è il fratellino da continuare a mandare a scuola e grazie al Volley VGP Genova ce la faremo.
Nyababwe e Gitau sono all'ultimo anno di superiori e ce la stanno mettendo tutta.
La pagella del secondo trimestre non è stata delle migliori, ma ora sanno che è arrivato il rush finale (le scuole qui finiscono a fine novembre). A loro pensano i GIR e altri genoani a titolo personale.
Mystick, che ha abbandonato la scuola all'ultimo anno dopo la bocciatura, sta frequentando un corso di computer. Ha passato il primo livello e ora lo iscriveremo al secondo, nella speranza che possa più facilmente trovare un impiego.
Simon "Bata" di studiare non ne aveva proprio voglia, ma se un giorno volesse riprendere dovrebbe rifare anche lui solo l'ultimo anno di superiori. Per adesso fa il mototaxi driver, ma sogna di avere i soldi per fare la patente.
E poi c'è Eugene, che ci manda foto dei suoi assist decisivi nella serie A keniota dalla lontana Thika, dove a luglio fa freddo come a Masone ad ottobre, e Rocky che ora è titolare in seconda serie a Nairobi.
La vita di chi resta a Malindi non è facile, ma basta poco per andare avanti e sognare di essere un po' meno poveri di così, perché loro sanno di avere la fortuna di non essere plusvalenze o capestri di nessun sistema, di non dover scappare di notte da casa, superare montagne e deserti, e sperare di potersi imbarcare su un colabrodo del cazzo.
Sono solo ragazzi d'Africa, i ragazzi del Genoa Malindi.
I nostri ragazzi, il cui sorriso di felicità nel vedere una bicicletta nuova, un paio di scarpe, una camicia o (sic!) un telefonino, ha un valore inestimabile.

Altro che simeoni e lapaduli!