In memoria di Ottavio Barbieri

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Nemesis

E’ sera.
Il 28 dicembre sta finendo, e anche il 1949 ha ormai le ore contate.
In una corsia del S.Martino, quel tramonto si porta via l’animo nobile e il corpo ancora vigoroso di un simbolo genoano.
A soli 50 anni Ottavio Barbieri chiude l’ultima partita, e lui sa bene che quando il destino fischia tre volte non serve più protestare, perchè l'arbitro non cambia il verdetto.

Se il male gli ha negato una serena vecchiaia grondante di ricordi, il bene gli ha concesso una gioventù straripante e un ruolo da protagonista nella favola rossoblu.
Schivo e taciturno nei modi, tenace nel carattere e onesto fino allo scrupolo, con quegli occhi fiammeggianti incastonati nell’intensità del volto ha accompagnato il Genoa per 13 stagioni, divenendo un tutt’uno con l’unica maglia della sua vita.
Si dice, ma nessuno è mai tornato indietro a confermarlo, che negli attimi fatali scorrano le vicende di tutta la vita, come in un film, ma di certo quella sera non fu facile sintetizzare le 268 partite in rossoblu, le 21 con la Nazionale, i 13 goal, e le infinite emozioni consegnate alla leggenda.
La morte, mostrandosi comprensiva, concesse i supplementari e lasciò che il nastro si riavvolgesse dall’inizio per ripercorrere il vissuto.
Ottavio era un buon podista di mezzofondo, ma in città non ci si poteva sottrarre al fascino del Genoa, la squadra dei 7 scudetti che in Italia non aveva pari, e in breve il football prese il sopravvento.
Nel 1919, a soli 20 anni, giocava già tra le riserve e la Pasqua di quell’anno gli porterà la più incredibile fra le sorprese.
Aveva appena concluso un’amichevole contro il 1° Artiglieria da Fortezza, ed era risultato il migliore in campo.
Con l’occhio del talent-scout e l’acume del tecnico, nulla era sfuggito a Mister Garbutt, uno che non aveva remore a stimolare i giovani talenti.
Doveva ancora giocarsi l’incontro fra il Genoa e una formazione di militari Inglesi, ma all’improvviso mancò il mediano sinistro.
“Se la sente di giocare di nuovo, in prima squadra?”
“Sì Mister, un tempo lo faccio volentieri”.
Invece giocò per altri 90 minuti, e fu ancora il migliore.
Certo, cose d’altri tempi, oggi basta una partita al giovedì per incrinare quella della domenica, ma quanta energia doveva esserci in quel ragazzo dai capelli impertinenti.
Era Aprile, e a Ottobre nella terza di campionato giocava già titolare: il suo moto perpetuo, l’animo umile del mediano e la generosità senza calcoli astrusi, erano il risvolto tangibile del suo modo di giocare, ma lui ci metteva ben altro: il senso di appartenenza e la consapevolezza del privilegio che gli era toccato.
In breve divenne inamovibile e, se c’era Barbieri, tutti si sentivano più forti, i compagni e anche i supporter, ultimi testimoni oculari delle nostre fantasie mitologiche.
Arrivarono due scudetti consecutivi con 33 partite senza sconfitte, e gli “invincibili” persero il terzo, e la stella, solo a causa delle note e infami vicende con il Bologna.
La fama di Barbieri era ormai decollata e già il 5 maggio 1921, come se anche lui partisse da un immaginario scoglio di Quarto, fu chiamato in Nazionale per la spedizione in Belgio.
Emotivo, coinvolto, stimolato da un agonismo che lo tormentava nelle notti di vigilia, inseguiva il sonno disegnando con la mente i contrasti e le azioni di gioco più ardite.
Ad Anversa fu schierato mediano sinistro e, benché fuori ruolo, giocò una gara eccellente.
L’Italia era sotto di 2 a 0 ma, quando il pubblico prese a sbeffeggiarla al grido di “macaroni”, ci fu la reazione di tutti e la riscossa portò i 3 goal della vittoria.
Barbieri fu confermato tre giorni dopo ad Amsterdam (2-2 con l’Olanda) e, a Gennaio del 1922, tornò a giocare sulla destra nel match di Milano contro l’Austria 3-3.
L’anno dopo, ancora in campo contro il Belgio, assisterà esterrefatto al goal del suo amico Burlando, segnato di testa da 40 metri, un’impresa che fece il giro del mondo.

Ottavio Barbieri è stato capitano del Genoa ma non solo per la fascia al braccio: per lui quel ruolo aveva un senso più profondo, perché sapeva dare l’esempio e riusciva a trascinare gli altri nei momenti duri, senza mai venir meno alla lealtà di giocatore e di uomo.
Per lui, il tabellino delle presenze è sempre stato fitto e, quando non scendeva in campo, l’assenza diventava una notizia suscitando stupore e forse anche allarme.
Ed è ciò che accade nel 1932, quando i primi fastidi fanno diradare le sue apparizioni, e il puledro che prima sconfinava nella prateria, diventa un umano con i suoi acciacchi, poi un infortunio un po’ più grave, la sosta, e infine il ritiro.
E’ ancora giovane, e sente di amare il calcio al punto di non accettarne il distacco, ed è allora che avviene una metamorfosi al contrario che la natura stenterebbe a riconoscere: da farfalla si trasforma in crisalide, e invece di volare leggero sull’erba, si assesta nel bozzolo a insegnare calcio.
Presa la patente di allenatore, porta L’Aquila alla promozione in B, e nel 37 guida l’Atalanta verso la serie A, ma la forza di gravità del Genoa è sempre forte, e l’attrae.
Nel 39 è allenatore in seconda e, quando Garbutt fiutando l’aria insana del regime sceglie di tornare in Inghilterra, Barbieri diviene il responsabile della prima squadra e la dispone secondo le idee innovative del Sistema: ottiene un ottimo 5° posto, e dopo aver lottato al vertice sino all’infortunio del cardine Battistoni.
Ma un’avventura particolare doveva ancora accadere perché nel 1944, nel pieno caos della guerra, gli capitò di allenare la squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia, che poi era lo stesso Spezia prestato ai Pompieri per evitare loro la chiamata alle armi.
Il campionato era amputato per motivi logistici, con le squadre del Nord che non potevano incontrare quelle al di sotto della Linea Gotica, e Barbieri organizza una squadra fortissima.
Sorprende tutti e arriva in semifinale, incontra il Bologna (eh sì Ottavio… come non ricordare il 1925?) e lo batte, per poi giocarsi il titolo con il Venezia e il Grande Torino.
E’ qui che Barbieri compie il capolavoro.
Conia il “mezzo sistema”: affranca un difensore dalla marcatura e inventa il “libero”; impone all’ala destra di rientrare a centrocampo, e crea “l’ala tornante”; poi assegna un marcatore fisso e spietato all’uomo migliore degli avversari, limitandone i movimenti.
E così i Vigili del Fuoco di La Spezia diventano campioni d’Italia ma, a bocce ferme, la Federazione non omologherà il titolo “per le particolari circostanze in cui era stato giocato”.
Per la seconda volta in 20 anni, Barbieri è stato privato del trionfo che avrebbe meritato, e questo piccolo sgradevole record sarà per lui un cruccio perpetuo.
Nel dopoguerra gli tocca il Fanfulla, poi il Seregno, finché accetta la proposta della Lucchese e allestisce una squadra giovane che segna valanghe di goal.
Il 18 dicembre 1949 incontra la Sampdoria e la batte 3-0 ma poi… inesorabili, i primi malori e il precipitoso ricovero a Genova.
Ecco, la storia si conclude qui.
Nella sala d’aspetto del S.Martino, la morte ascoltava incuriosita le vicende di quella rivisitazione e, con rispetto, attese il suo turno.
Non è un mestiere facile quello di por fine a una vita, e talvolta pare ingiusto perfino a chi lo esegue, ma lei si considerava un notaio e non un giudice.
Ora può procedere, e lo fa con tutta la dolcezza che le è consentita.
Il grande cuore di Ottavio Barbieri si ferma per sempre: il cuore dell’atleta, esuberante e vincente, e quello dell’allenatore, venato da un filo di amarezza per la distrazione con cui i grandi club lo avevano ignorato, nonostante le riconosciute capacità tecniche e umane.
Al funerale vollero esserci tutti gli antichi compagni d’avventura; De Prà curò i particolari della cerimonia, e Leale pronunciò il commiato.
Anche la Federazione inviò un rappresentante, e la bara attraversò la città avvolta dall’affetto di una marea di Genoani la cui memoria, in questi casi, è sempre attenta.
Dalla Sede della Sampdoria, in Via XX Settembre, furono lanciati fiori al passaggio, e un commovente articolo di Renzo De Vecchi, sullo Sport Illustrato, annunciava all’Italia la perdita di un fulgido campione… e del suo amico più caro.
Il primo Gennaio 1950 la Lucchese va a Torino per affrontare la Juve, con il lutto al braccio e l’angoscia nel cuore.
E’ sotto di una rete, ma la reazione dei ragazzi è travolgente, e dopo il pareggio arriva all’89° il goal della vittoria: troppo facile immaginare chi avesse dato loro il coraggio per osare una simile impresa.
Il nome di Ottavio Barbieri è poi diventato familiare anche alle nuove generazioni, perchè un Club a lui intitolato è divenuto il punto di riferimento della tifoseria genoana.
Ottavio è stato un uomo, un calciatore e un Genoano, tre affluenti l’uno dell’altro, mischiati in un unico fiume che scorrerà per sempre, perché la sua fonte sono i ricordi, e la sua acqua è il nostro impegno a tramandarli.
 

Commenti

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Grazie Massimo

 
Sono sempre più convinto che ci vorrebbe qualcuno che raccontasse ai nostri figli la storia come tu racconti a noi quella del Grifone.
Grazie Massimo,
 
Freddie
 

SPLENDIDO ARTICOLO

Bravo Massimo. Uno splendido articolo, come sempre. Che bello rituffarsi in queste pagine invece di ascoltare gli strascichi degli odierni litigi da osteria...

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