Portieri: i guardiani del vuoto

Autore: 
Nemesis

Il destino ha sempre avuto una passione per i travestimenti.
Gli piace introdursi nelle vicende, assumere insospettabili sembianze, e poi agire, nel bene o nel male, fino a dileguarsi tra gli sguardi esterrefatti dei protagonisti.
Quella volta lo scenario prescelto fu un campo di calcio, durante l’allenamento, nello scarno dialogo fra un dirigente e il portiere di riserva.
“Senti Renato, mi spiace ma dobbiamo lasciarti a casa: Aldo ci ha chiesto di convocare suo fratello Dino, e non possiamo negarglielo; non ti arrabbiare, è solo per questa volta, e ti daremo lo stesso il premio partita”.
In quel preciso istante, l’inconsapevole Renato Gandolfi imboccava la rotatoria della vita per il verso giusto e, schivata la prima uscita verso Superga, si trovò a mediare il dolore per i compagni perduti con i presagi del suo futuro genoano.
Aldo era il terzino granata Ballarin, e suo fratello Dino il terzo portiere, ma il titolare Bacigalupo era così integro da lasciare rare apparizioni alle riserve, e questo spiega la richiesta del dirigente Anisetta che, ignaro, forzò la sorte.

Non si può dire che Gandolfi fosse uno straordinario fenomeno, però era un ottimo portiere, e soprattutto nel mio imprinting con il calcio è stato “il portiere”.
Nel 56, gli occhi di un bambino confondevano tra loro le 10 maglie rossoblu, e l’unica che sapevo distinguere era quella del portiere, così scura, così fiera del suo numero uno sulla schiena, e così esclusiva da concedere a chi la indossa il privilegio dell’uso delle mani.
Ricordo con nostalgia il suo saluto sotto la Nord, con il braccio alzato, un mezzo sorriso e i capelli a spazzola per dargli quell’aria da eterno ragazzo.
Agile come un gatto su un tappeto elastico, elegante nel gareggiare con la forza di gravità, e specialista nello sventare i rigori: non c’era stagione senza che ne domasse 4 o 5.
Ma la dote che più lo distingueva era l’affidabilità e la costanza di rendimento, caratteristiche assai rare nei portieri, da sempre capaci di fenomenali acrobazie e di terrificanti leggerezze.
Nel mio immaginario Gandolfi è una solida quercia, che infatti ha messo le radici a Nervi e ancora oggi, nonostante l’inesorabile giro della vita, se ne può cogliere la presenza per il ricordo che ha lasciato.

Qualcuno sa dirmi se in porta ci si finisce per scelta o per casualità?
Da bambini, nelle partitelle all’americana giocate tra le aiuole di piazza Alimonda, tutti volevamo essere Abbadie, ma a turno ci toccava il ruolo di Gandolfi, e se i platani potessero parlare racconterebbero il mistero della traversa invisibile, l’ambiguità dei pali improvvisati fra una panchina e una fontanella, e l’enigma della contabilità dei 3 corner/1 rigore.
Si parla tanto della solitudine del portiere, ma anch’io che giocavo ala destra mi sentivo abbandonato nel mio eremo sulla fascia, per la carestia dei palloni disponibili ormai razionati dall’incombente catenaccio.
Ero velocissimo ma poco incline al fraseggio, e anche lo psicologo della mutua avrebbe diagnosticato… “sindrome del portiere mancato”.
In effetti ero attratto da quel ruolo estremo e, ogni volta che il nostro numero uno era indisponibile, ero il primo a propormi come sostituto: all’oratorio di S.Rocco, dove i soprannomi imperversavano, ero conosciuto più come Yashin che come Garrincha!
Nel 1965 ricordo la mia ammirazione verso Bagnasco, terzino del Genoa di Lerici, quando nella partita interna con il Foggia di Oronzo Pugliese fu costretto a subentrare in porta per l’espulsione di Da Pozzo: fece meraviglie, e dopo la vittoria i compagni portarono in trionfo quel piccolo grande eroe.

Analizzando le implicazioni metafisiche del ruolo… vabbè su dai, non esageriamo, si tratta pur sempre di uno che deve acchiappare palloni.
Però, come avrebbe potuto dire il Prof, il portiere ha un Dio tutto suo, che lo assiste nelle uscite fra i maliziosi piedi avversari, e che lo guida negli avventurosi viaggi fuori porta.
In un certo senso è un guardiano del vuoto, e passeggia nervoso su una riga bianca che oggi 6 arbitri scrutano al microscopio; il confine è labile e discutibile, e infatti basta una maglia bianconera per stringerlo o dilatarlo a discrezione, e chissà quante storie sarebbero cambiate per un millimetro in più o in meno.
E che dire dei pali, i veri amici del portiere disperato?
A chi sarà venuto in mente di renderli tondi e quindi imprevedibili nelle respinte?
E non è inquietante aver dietro quella maledetta rete che impedisce al pallone di perdersi nel cosmo, di fatto ufficializzando la tragedia del goal?

E’ curioso che la creazione del Genoa sia stata plasmata da un portiere, perché Splensley tale era, e che un altro pilastro della leggenda fosse De Prà, anche lui residente in quella strana casa che non ha soffitto né pareti e né confort, ma che pretende sempre il massimo della concentrazione.
Forse è per questo che nel 1973, giocando contro il Brindisi, il buon Spalazzi temeva di annoiarsi e allora appese al palo una radio a transistor per seguire “Tutto il calcio minuto per minuto”.
E quando Enrico Luzi interruppe Ciotti per annunciare il goal brindisino di Boccolini, Spalazzi si voltò sbalordito per raccogliere il pallone in fondo alla sua rete.
Storie d’altri tempi ricamate fra un palo e l’altro, come la bella fiaba di Da Pozzo che con la “colombobassirivara” formò nel 1964 la Linea Sigfrido delle nostre illusioni ma, dico io… i 791 minuti di imbattibilità, se rapportati alla leggerezza difensiva di oggi, non diventano un’era geologica con tanto di dinosauri schierati a rombo?

La riserva di Gandolfi era Alfredo Franci, un fedele e umile soldato sempre pronto alla chiamata, e una stagione dopo l’altra rimase al Genoa per 5 anni, alternandosi in panchina con Piccoli e Gallesi.
Ma il vero mistero, per me, è come sia stato possibile che una squadra modesta come il Genoa potesse avvicendare i due migliori portieri italiani del momento, Ghezzi e Buffon, che era un po’ come dire Zoff e Albertosi, e che giocarono entrambi in Inter Genoa e Milan ma a sequenza invertita.
Tra i due vi fu anche un incrocio nella vita privata: Buffon sposò la valletta Edy Campagnoli che era stata la fidanzata di Ghezzi.
Buffon era addirittura titolare della nazionale, e quando annunciavano le convocazioni si sentiva timidamente nominare nientemeno che… il Genoa!
Anche Ghezzi giocò in azzurro, e vinse scudetti in nerazzurro, ma era considerato un piantagrane e anche un po’ comunista; per questo fu sbolognato al Genoa, anche se poi vinse la Champions con il Milan.
Lo chiamavano Kamikaze, nome che oggi avrebbe rifiutato per l’immorale mattanza di innocenti che rappresenta, ma il suo coraggio romagnolo era unico e sublime, e soprattutto non sbatteva addosso ai pali tre volte a partita.
Detestava le barriere che gli negavano la visuale, e pensava che veder partire il tiro fosse già per metà parato.
A tal proposito non posso evitare di tornare con la mente a Bologna, nella cupa sera del 2006 in cui Barasso andò personalmente a disporre la barriera lasciando la porta sguarnita, e quando tornò indietro si accorse che qualcuno gli aveva fatto goal da 40 metri!

All’epoca la scuola italiana dei portieri era molto quotata e il Genoa, da Gandolfi a Da Pozzo, non aveva certo problemi in quel ruolo; purtroppo li aveva negli altri 10, ma questa è un’altra storia.
Oggi invece il livello è precipitato e, se Perin è la speranza, auguriamoci che Eduardo sia stato il punto più basso nello storico grafico della qualità anche se, per accorgersene, la società ha impiegato più di mezzo campionato.
Il fatto è che con Preziosi c’è sempre la possibilità di peggiorare il peggio, e sul più bello è stato capace di ingaggiare la controfigura di Rubinho che ormai da anni guardava le partite dal divano di casa sua.

Anche Albert Camus è stato un bravo portiere, e quando nel 1957 a Stoccolma gli fu consegnato il Premio Nobel, disse queste parole:
“Ogni generazione si crede destinata a rifare il mondo: la mia sa che non lo rifarà.
Il suo compito è forse più grande, consiste nell' impedire che il mondo si distrugga”.
Chissà se questa premonizione dell’odierno sfacelo gliel’ha ispirata il pessimismo dell’intellettuale disincantato, o invece l’ottimismo del portiere che salta in mischia, e dopo un corpo a corpo con gli avversari agguanta il pallone e sventa il pericolo.